Bollettino 2013 secondo numero speciale


   03.06.2013
Bollettini

Gli atti del seminario di studio su "Sfruttamento ed abuso sessuale sui minori" del 12 aprile 2013    Camera Penale Veneziana

Download Pdf

AVV. RENATO ALBERINI 

Benvenuti a questo ennesimo incontro della Camera Penale Veneziana che ha ad oggetto una legge, la legge 1° ottobre 2012 n. 172, con la quale finalmente lo Stato italiano ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione del Consiglio d’Europa, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, “Per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale”. Ci sono voluti cinque anni, ma finalmente siamo arrivati a questa approvazione, che ha investito e ha modificato molte norme del Codice Penale e della Procedura Penale, soprattutto; c’è poi tutta una serie attuativa improntata ad una cooperazione internazionale, proprio per evitare che intoppi burocratici potessero vanificare gli scopi prefissi con questa Convenzione europea

La legge primo ottobre è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre 2012 ed è entrata quindi in vigore il 23 ottobre 2012. 

Il programma è molto nutrito. Devo purtroppo comunicare che gli ultimi due relatori, il Professore Avvocato Mario Zanchetti e l’Avvocato Maria Virgilio, per sopravvenuti impegni non discutibili e soprattutto per i quali era impossibile dire di no, impegni di carattere processuale, si scusano, ma non possono intervenire. Il prof.  Zanchetti ha mandato in sua sostituzione il collega Avvocato Fabrizio Sardella del Foro di Milano, che sicuramente non ci farà rimpiangere la sua assenza. Dicevo, il programma è assai nutrito, per cui cominciamo subito con gli interventi. Do quindi la parola come introduzione alla collega Paola Bosio della Commissione Cultura della Camera Penale. Prego Paola.  

 

AVV. PAOLA BOSIO  

Grazie Presidente. Buonasera a tutti. 

Il mio, com’è consuetudine della Commissione Studi della Camera Penale, più che un intervento è una veloce introduzione, appunto perché i relatori sono numerosi, e mi piacerebbe porre loro dei quesiti su quelli che, a mio avviso, rimangono punti irrisolti di questa legge. 

Come ha detto il Presidente Alberini, la Legge 1° ottobre 2012 n. 172 è stata emanata 5 anni dopo la Convenzione di Lanzarote ed è nostro compito oggi, nel prendere atto di quelle che sono state le decisioni del legislatore italiano nel dare ad essa attuazione, verificare se, effettivamente, le norme adottate dall’Italia rispondano alle esigenze e ai principi che erano stati dettati nella Convenzione stessa. 

La Legge 172/2012 è abbastanza variegata perché comprende interventi nel Codice Penale, nel Codice di Procedura Penale, e in alcune norme speciali. 

In modo assolutamente schematico penso di dovere ricordare quali sono questi interventi adottati a tutela dei minori. Vedremo poi che alcuni interventi, in realtà, sono andati anche al di là dell’esigenza di tale protezione: per esempio, per quanto riguarda il reato di maltrattamenti, si è presa la palla al balzo per operare anche in modo più ampio rispetto all'effettiva esigenza protettiva del minore. 

Innanzitutto, nel Codice Penale sono state introdotte alcune nuove fattispecie: per esempio l’art. 414 bis c.p., che si preannuncia come una norma speciale rispetto all’art. 414 c.p., e quindi avremo la fattispecie speciale dell’Istigazione a pratiche di pedofilia e pedopornografia rispetto a quella generale dell’Istigazione a delinquere

Anche per quanto riguarda l’Associazione per delinquere è stata introdotta una norma speciale rispetto a quella generale del 416 c.p., essendosi inserito all’interno di detta norma un nuovo comma 7, che punisce con pena più grave l’associazione per delinquere diretta a commettere uno dei reati di cui alla Convenzione. 

Ancora come nuova fattispecie, va segnalato il delitto di cui all’art 609 undecies c.p.: Adescamento di minorenni

In relazione ad altre fattispecie, invece, il legislatore è intervenuto con modifiche, più o meno ampie. 

Mi sembrano particolarmente di spessore le modifiche, che poi approfondiranno i relatori, sull’articolo 609 quinquies c.p., Corruzione di minorenne, sul quale il legislatore è intervenuto in modo piuttosto ampio, e anche sull’art. 600 ter c.p., Pornografia minorile, ove è stata introdotta la definizione di pornografia minorile, che poi vedremo se può ritenersi una definizione sufficiente o se comunque rimangono ambiti ancora da esplorare. 

Vi sono poi state interessantissime modifiche al Codice di Procedura Penale, sulle quali vorrei soffermarmi un attimo.

Inoltre, solo per dare la mappa del provvedimento, va ricordato che il legislatore è intervenuto anche in ambito di Ordinamento Penitenziario, includendo le nuove fattispecie oggetto della Legge n. 172/2012 fra quelle per cui non si può accedere ai benefici: quindi, all’interno dell’articolo 4 bis O.P., si è ampliato il numero dei reati, in relazione ai quali vige il divieto di concessione dei benefici; dall’altro lato, è stato inserito il nuovo art. 13 bis, Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali in danno di minori, che consente ai condannati per reati di questo tipo di sottoporsi ad un trattamento psicologico con finalità di recupero e di sostegno. La partecipazione a tale trattamento è valutata ai sensi dell’art. 4 bis comma 1 quinquies, e quindi ai fini della concessione dei benefici.

Vorrei poi dire due parole (magari i relatori non se ne occuperanno, ma per gli Avvocati può essere di un certo interesse), ricordando che anche in materia di patrocinio a spese dello Stato questa legge ha inserito una nuova previsione. All’art. 76 del Testo Unico sul patrocinio a spese dello Stato, è stato modificato il comma 4 ter: tale disposizione già in precedenza prevedeva l’ammissione, in deroga ai limiti di reddito, per la persona offesa dai reati di cui agli artt. 609 bis, quater e octies c.p., a prescindere dall’età della persona offesa stessa. Ora, con la nuova modifica, la gamma dei reati per cui si può chiedere il gratuito patrocinio in deroga ai limiti è stata ampliata con quelli più propriamente oggetto della Convenzione: si deve, quindi, trattare di persona offesa minorenne, vittima dei reati di cui agli artt. 600 e seguenti c.p.. 

Ancora, vorrei ricordare una norma molto particolare di cui non ho trovato, devo dire, commenti in tutti i testi che ho consultato, che però mi sembra veramente una novità assoluta per combattere questo tipo di crimini. Mi riferisco, in particolare, all’art. 3 della legge 172/2012, che individua nel Ministero dell’Interno l’Autorità responsabile “al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali”. 

Mi sembra passata un po’ in sordina questa norma, che invece introduce un concetto assolutamente nuovo: viene cioè prevista una banca dati, nella quale verranno raccolti i dati – recita oggi l’art. 3 della legge – dei “condannati per reati sessuali”. Il primo problema è quello di capire quali informazioni verranno raccolte in tale banca dati: se dobbiamo fare riferimento alla previsione della Convenzione di Lanzarote, all’art. 37 si parla di identità del soggetto e del profilo genetico, quindi del DNA. Mi chiedo se rientrino in questo anche altri dati, per esempio le impronte digitali o altri elementi utili ad identificare il soggetto, posto che poi il contenuto di questa banca dati potrà essere trasmesso fra le autorità dei vari Paesi aderenti alla Convenzione. Ma soprattutto noto che, mentre il legislatore sovranazionale ha previsto la raccolta dei dati delle sole “persone condannate per reati stabiliti in conformità della Convenzione”, e dunque per reati sessuali commessi a danno dei minori, il nostro legislatore è forse andato al di là, non so cosa ne pensano i relatori, perché ha previsto che vengano raccolti i dati nazionali dei condannati per reati sessuali tout court, quindi anche di soggetti condannati ad esempio per violenza sessuale a carico di una persona maggiorenne. Si tratta di un eccesso di delega, tra virgolette, oppure l’art. 3 della legge n. 172/2012 deve essere interpretato nello spirito della Convenzione, e quindi deve intendersi che nella banca dati tenuta dal Ministero dell’Interno saranno inseriti solo i dati dei soggetti condannati che hanno attenzionato minorenni? 

Per quanto riguarda le modifiche al Codice Penale, mi pare particolarmente interessante la modifica intervenuta in relazione all’art. 572 c.p., il reato di maltrattamenti, che d’ora in poi non si chiamerà più “Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli”, ma recherà la nuova rubrica di “Maltrattamenti contro familiari e conviventi”. 

Dicevo prima che in alcuni casi il legislatore è andato anche al di là di quello che era lo spirito della Convenzione, e questo è uno dei casi, perché si è intervenuti su una norma che non ha necessariamente a che vedere con una vittima minorenne. Si è bensì previsto al comma 2 che, se il maltrattamento viene commesso nei confronti di persona minore degli anni 14, scatta l’ipotesi aggravata, ma si è operato anche in relazione al comma 1 ampliando il novero dei soggetti passivi del reato, per cui ora sarà punibile a titolo di maltrattamento non solo chi maltratta persone della famiglia, ma anche chi maltratta persona convivente. 

Tutti i commentatori hanno salutato in modo assolutamente positivo questa modifica, che in realtà ha recepito quello che già da tempo era l’orientamento della Corte di Cassazione, che estendeva il concetto di familiare anche al convivente more uxorio. Si trattava, però, comunque sempre di una convivenza qualificata appunto dal rapporto simil-matrimoniale. Mi chiedo, e giro anche questa come domanda, se il fatto che ora si parli non espressamente di convivente more uxorio, ma di mero convivente, consenta di applicare la fattispecie anche a convivenze di tipo diverso, cioè tra persone non familiari, non conviventi more uxorio, però conviventi di fatto per altra ragione con il soggetto attivo del reato. 

Il reato di maltrattamenti ha poi subito un inasprimento molto pesante della pena e addirittura è stato inserito nel novero dei reati per i quali è stato previsto il raddoppio dei termini di prescrizione. Quindi possiamo affermare che è diventato una fattispecie veramente pesantissima nell’ambito del nostro Codice Penale, che si affianca ad altri delitti quali quelli previsti dagli artt. 609 bis, quater, quinquies e octies e 600 e seguenti c.p., in relazione ai quali è stato altresì previsto il raddoppio della prescrizione. Ed ancora – e anche questo mi pare un intervento molto interessante – va segnalato che il reato di maltrattamenti è stato inserito nell’ambito delle aggravanti dell’omicidio che comportano la pena dell’ergastolo: sarà ora punibile con tale pena, aggravata ai sensi dell’art. 576 n. 5 c.p., colui che commette l’omicidio “in occasione del reato di maltrattamenti”, analogamente a quanto è stato previsto per la Prostituzione minorile (art. 600 bis c.p.) e la Pornografia minorile (art. 600 ter c.p.) – con ciò aggiungendosi tali ipotesi ai previgenti casi di omicidio commesso in occasione di Atti sessuali con minorenni e Violenza sessuale di gruppo (c.d. casi di aggravanti sessuali dell’omicidio). 

Per tutte tali ipotesi, usando il legislatore l’espressione “si applica la pena dell’ergastolo in caso di omicidio commesso in occasione del reato di …”, dobbiamo fare riferimento alla cosiddetta figura di reato complesso ai sensi dell’art. 84 Codice Penale, per cui vengono considerate circostanze aggravanti del reato di omicidio fatti che costituirebbero di per sé reato. E’ così che dobbiamo intendere anche il caso di omicidio commesso “in occasione” del reato di maltrattamenti, posto che all’art. 572 c.p. vi è l’espressa previsione, nel terzo comma, della diversa ipotesi di “maltrattamenti da cui derivi la morte della vittima”, punita con la reclusione fino a 24 anni. Di conseguenza, mentre rientra nel 3° comma dell’art. 572 c.p. il caso in cui la morte del soggetto passivo sia conseguenza non voluta, l’aggravante di cui all’art. 576 n. 5 c.p. integra l’ipotesi di reato complesso.  

Prima di lasciare lo spazio ai relatori, vorrei dire due parole in relazione ad un tema particolarmente delicato oggetto della legge n. 172/2012 e che, lo anticipo già, è stato a mio parere risolto solo in parte dal legislatore: mi riferisco alle modifiche introdotte nel Codice di Procedura Penale in materia di ascolto del minore.  

Infatti, da un lato, dobbiamo senz’altro dare atto al legislatore della buona intenzione che vi è stata nell’affrontare tale tema: con gli interventi che vedremo, il legislatore ha dimostrato di rendersi conto che il momento dell’ascolto del minore è un momento delicatissimo, determinante, che può decidere le sorti del procedimento penale (e lo è soprattutto il primo approccio con il minore, perché, se si sbaglia all’inizio, è probabile che questo errore si trascini per tutto il procedimento). Dall’altro lato, tuttavia, dobbiamo ora verificare se l’intervento legislativo può considerarsi sufficiente a tutelare le esigenze di tutela del minore, ma anche di genuinità della raccolta della prova. Da un altro lato ancora, andrà valutato se, con gli interventi operati nel Codice di Procedura Penale, effettivamente si sia tenuto conto dei principi e degli inviti espressi nella Convenzione di Lanzarote, oppure se qualcosa sia stato lasciato per strada. 

Sono stati modificati, rispettivamente, gli articoli 351 c.p.p., che riguarda le sommarie informazioni da parte della Polizia Giudiziaria, con l’inserimento di un nuovo comma 1 ter; l’art. 362 c.p.p., assunzione di informazioni da parte del P.M., ove è stato inserito il comma 1 bis; infine, l’art. 391 bis c.p.p., nell’ambito delle indagini difensive condotte dal Difensore, ove è stato introdotto il nuovo comma 5 bis.

In tutti e tre i casi, quando la P.G., il P.M. o il Difensore debbano procedere alla “audizione di un minore”, e pertanto sia nei casi di minore/vittima, che nei casi di minore/testimone, rispetto ai delitti previsti dagli artt. 600 e seguenti c.p. e 609 bis e seguenti c.p., con norme parallele si è previsto che colui che ascolta il minore “deve avvalere dell’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile”. Questo è il primo concetto da tenere presente. 

Quando procede la Polizia Giudiziaria, questo esperto viene nominato dal Pubblico Ministero. Quando vi procedono il Pubblico Ministero o il Difensore, lo nominano essi stessi direttamente.  

Detto questo, che è senz’altro un importante punto di partenza, appare opportuno verificare anche che cosa preveda la Convenzione di Lanzarote, rispetto alla quale le nostre norme interne devono ritenersi attuative e, in particolare, l’art. 35 della Convenzione, intitolato “Colloqui con il bambino”. Questa norma, lo dico subito, si presenta molto più ampia e dettagliata, e detta, nel momento dell’approccio col minore, una sorta di decalogo di regole a cui il legislatore italiano ha risposto solo in parte. 

Prevede l’art. 35 della Convenzione di Lanzarote che:

a) I colloqui con il bambino abbiano luogo senza alcun ritardo ingiustificato, dopo che i fatti siano stati segnalati alle autorità competenti;

b) I colloqui con il bambino abbiano luogo, ove opportuno, presso locali concepiti o adattati a tale scopo;

c) I colloqui con il bambino vengano condotti da professionisti addestrati a questo scopo; 

d) Nei limiti del possibile e, ove opportuno, il bambino sia sempre sentito dalle stesse persone;

e) Il numero dei colloqui sia limitato al minimo strettamente necessario nel corso del procedimento penale;

f) Il bambino possa essere accompagnato dal suo rappresentante legale. 

Ancora: i colloqui con la vittima o, ove opportuno, bambino testimone dei fatti siano oggetto di registrazioni audiovisive, e tali registrazioni possano essere accettate come prova durante il procedimento penale. 

Alla luce di tali disposizioni, possiamo dire che le nuove norme del Codice di Procedura Penale sono intervenute solo in relazione alla necessità di intervento di un “esperto”; vediamo però che le prescrizioni dettate dalla Convenzione erano molto più numerose. 

Dobbiamo allora chiederci se il nostro legislatore abbia preso l'occasione per fare un intervento organico in materia, tenendo anche conto del fatto che, in relazione all'ascolto del minore, vi era la necessità non solo di introdurre nuovi concetti, ma anche di operare su norme preesistenti, dal momento che, nel corso degli anni, varie norme sono state introdotte nel Codice di Procedura Penale, in modo discontinuo e disorganico. E mi pare di potere rispondere che purtroppo sì, ancora rimangono dei punti irrisolti.  

Fra tutti i punti che indicava la Convenzione, è stato attuato, e vedremo poi in che modo, solo il punto che prevede l’assistenza di un esperto durante i colloqui con il minore.

Non è stata invece prevista in modo obbligatorio una modalità procedurale che riveste, a parere degli esperti della testimonianza del minore, un’importanza fondamentale: il fatto che il colloquio venga videoregistrato.

Chi si è mai occupato di processi nei quali si è reso necessario assumere la testimonianza di un minore, sa certamente quanto sia determinante osservare l’atteggiamento ed il comportamento del minore durante la sua audizione. Tutti gli esperti segnalano, in generale, l’importanza dello studio della comunicazione non verbale, nella testimonianza in generale, ed ancor di più nella testimonianza del bambino.

Ad oggi, purtroppo, tale regola non può dirsi obbligatoria in tutti i casi di ascolto del minore: essa è prevista come modalità obbligatoria solo per l’audizione del minore vittima di “reati sessuali” in incidente probatorio (art. 398 comma 5 bis c.p.p.: Le dichiarazioni testimoniali debbono essere documentate integralmente con mezzi di produzione fonografica o audiovisiva), mentre rimane una modalità facoltativa per l’audizione dibattimentale (art. 498 comma 4 bis c.p.p.: Si applicano se una parte lo richiede ovvero se il presidente lo ritiene necessario, le modalità di cui all’art. 398 comma 5 bis).

Nulla è previsto per l’audizione del minore durante la fase delle indagini preliminari, momento delicatissimo e, come si è già detto, spesso determinante per l’esito del processo, ove viene lasciata all’assoluta discrezionalità o sensibilità del singolo Pubblico Ministero o della P.G. la scelta della modalità di documentazione dell’audizione.

Veniamo invece alla modifica introdotta negli artt. 351, 362 e 391-bis c.p.p. ed ai quesiti che le nuove disposizioni pongono agli interpreti.

Va, innanzitutto, rilevato che, se le nuove norme che ho citato sicuramente prevedono come obbligatorio che P.G., P.M. e Difensore si avvalgano dell’ausilio dell’esperto per l’ascolto del minore testimone/persona offesa, tale previsione non è stata estesa in modo automatico anche al Giudice. 

Per l’audizione del minore da parte del Giudice, che senz’altro interviene in un momento successivo, ma poi è colui che forma la prova utilizzabile ai fini della sentenza, è prevista l’obbligatorietà dell’esperto? Credo di poter dire di no perché le uniche norme di interesse, cioè quelle per l’incidente probatorio (art. 398 comma 5 bis c.p.p.) e quelle per il dibattimento (art. 498, commi 4, 4 bis e 4 ter c.p.p.) prevedono l’ausilio dell’esperto come facoltativo, e non obbligatorio. Ancora una volta, dunque, la domanda è se sia opportuno lasciare alla discrezionalità del Magistrato questa scelta.  Teniamo, d’altro canto, conto che, a volte, l’obbligatorietà dell’esperto in psichiatria infantile può forse riuscire un po’ stretta, laddove la Convenzione stabilisce che “bambino” debba ritenersi il minore fino a 18 anni. E’ chiaro, quindi, che, se dobbiamo ascoltare un ragazzo di 17 anni e mezzo, l’ausilio dell’esperto di psichiatria infantile forse è un po’ tirato. Al tempo stesso, però, non mi pare corretto non essere intervenuti anche nei confronti della figura del Giudice. 

Secondo quesito che pongo ai relatori: una volta che abbiamo capito che l’esperto ci deve essere, qual è esattamente il suo ruolo? Le parti (la P.G., il P.M., il Difensore) devono delegare integralmente all’esperto l’audizione del minore, fornendogli una serie di domande da porre all'esaminato, ma poi non partecipando all’audizione, oppure devono essere presenti all’audizione, ma con la possibilità che il setting risulti inquinato (e allora bisogna prevedere delle particolari modalità per cui il minore non senta la pressione di varie persone)? Oppure, ancora, quale terza e forse migliore alternativa, alle domande deve provvedere direttamente la parte, e l’esperto affiancare semplicemente la P.G., il P.M., il Difensore ed interviene solo nei momenti critici?  

Altro quesito: dal punto di vista processuale, questo esperto come va qualificato: è un ausiliario o è un consulente tecnico? Mi pare di potere rispondere, ma chiedo conferma: poiché le nuove norme stabiliscono che l’esperto venga nominato dal Difensore o dal P.M. (sia in caso di audizione diretta, che quando vi procede la P.G.) credo che si possa parlare in tutti i casi di consulente tecnico di parte; con tutte le conseguenze in tema poi di audizione di questo esperto nel dibattimento, che appunto dovrà essere sentito come consulente di parte e non potrà mai corrispondere con colui che eventualmente il Giudice voglia nominare come perito quando procederà all’assunzione della prova in incidente probatorio o in dibattimento. 

La scelta dell’esperto deve avvenire prendendo il nome dagli Albi? Sappiamo che è un annosissimo problema quello della scelta dell’esperto e le nuove norme ci parlano adesso di esperto in psicologia o psichiatria infantile. Mi chiedo: è sufficiente questa qualifica per, scusate il gioco di parole, qualificare l’esperto? Non sempre chi è specializzato in psicologia o psichiatria infantile è anche un esperto della testimonianza, della psicologia della testimonianza, che è cosa completamente diversa dall’essere uno psicologo, anche se infantile. Dovrà d’ora in poi il Pubblico Ministero ricorrere agli Albi? La norma dell’art. 67 disp. att. c.p.p. lo prevede solo per il Giudice quando scelga il perito. Il Pubblico Ministero a chi ricorrerà? E’ opportuno che, forse, in attuazione di queste norme, si formino finalmente degli Albi seri di periti per questo tipo di reati? 

Infine, l’ultima domanda, poi veramente ho parlato anche troppo, riguarda la sorte delle dichiarazioni del minore che dovessero essere raccolte in violazione di queste disposizioni. Che sorte hanno le dichiarazioni assunte senza la presenza di un esperto che faccia da necessario tramite con la parte? 

E’ difficile, da un lato, sostenere che si possa parlare di inutilizzabilità o nullità, perché le norme non lo dicono e dunque è molto difficile poter sostenere una cosa del genere. Notavo anche, però, che, quando si parla del Difensore, è stata inserita un’espressa previsione in tal senso: mentre per P.M. e P.G. ci si è limitati a prevedere l’ausilio dell’esperto, ma non si è precisato la conseguenza della violazione di tale regola, per le indagini difensive questa previsione, infilata nel comma 5 bis dell’art. 391 bis, rientra nel novero delle previsioni, la cui violazione, ai sensi del successivo comma 6, comporta l’inutilizzabilità delle dichiarazioni. 

Mi chiedo, allora, se il legislatore abbia volutamente inteso operare un distinguo fra le assunzioni di informazioni da parte della Difesa rispetto a quelle della Pubblica Accusa/Polizia Giudiziaria, interpretazione che tendo ad escludere perchè comporterebbe una ingiustificata disparità di trattamento; oppure se la norma sia “scappata” e non ci si sia resi conto dell’incongruenza. D’altro canto, non mi pare possibile interpretare estensivamente la norma sull’inutilizzabilità ex art. 391 bis comma 6 c.p.p. e ritenerla applicabile anche alle dichiarazioni assunte dal P.M. o dalla P.G. senza l’ausilio dell’esperto. Mi sembra un’operazione un po’ difficile da fare da un punto di vista processuale. 

Però una risposta vi deve essere: dal momento che le categorie della nullità e della inutilizzabilità mi sembrano tirate, potrebbe costituire una valida soluzione vincolare il giudice, che decida comunque di avvalersi nella sentenza, per formare il proprio convincimento, di dichiarazioni assunte in modo non corretto alla luce delle nuovo norme, a fornire adeguata e specifica motivazione, non solo sull'utilizzo di tale prova, ma anche, in particolare, sul perchè egli abbia inteso avvalersene nonostante la consapevolezza dell’assunzione della prova in modo difforme a quanto attualmente previsto dalle attuali disposizioni processual-penalistiche.  

Grazie.

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Grazie all’Avvocato Bosio, che è proprio entrata così, a piedi uniti, come si suol dire, nel tema, nel senso che, oltre ad avere dato una sommaria indicazione sulla mappatura della legge, ha anche posto ai nostri illustri relatori una serie di quesiti. Mi permetto solo di ricordare, con riferimento appunto all’ultima norma che hai menzionata, quella dell’art. 391 bis comma 5 bis c.p.p., e soprattutto comma 6, che il problema che hai posto sulla possibile estensione della inutilizzabilità è un problema non indifferente, anche perché quest’ultimo comma prevede che la violazione di tali disposizioni, cioè assumere il minore senza l’esperto, costituisce anche illecito disciplinare che deve essere segnalato dal Giudice. Quindi anche sotto questo profilo mi pare di difficile coordinamento con le altre norme. Sempre nell’ambito di lasciare spazio ai nostri relatori passo ora la parola alla professoressa Marta Bertolino, ordinaria di Diritto Penale all’università Cattolica Sacro Cuore di Milano che comincerà a fornirci qualche indicazione risposta, speriamo, sui tanti quesiti posti dalla collega Bosio. Prego professoressa.  

 

PROF.SSA  MARTA BERTOLINO  

Ringrazio gli organizzatori per l’invito. 

 

1. Inquadramento internazionale.

L’attenzione internazionale e in particolare europea alla tutela delle vittime da reato e alla loro posizione processuale è ormai notoria. Lo stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione europea del Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° gennaio 2009, si occupa dei diritti delle vittime della criminalità, in particolare riconoscendo che questi diritti rientrano tra le materie in cui il Parlamento europeo e il Consiglio possono stabilire norme minime attraverso direttive di armonizzazione. In tale Trattato la materia dei diritti delle vittime della criminalità trova un assetto istituzionale significativo, in quanto diventa oggetto di direttive comunitarie secondo una specifica previsione del Trattato sul funzionamento.

Questa sensibilità verso le vittime non è certo una novità ed accompagna da anni non solo l’attività dell’Unione europea ma anche la politica internazionale che supera i confini dell’Unione e si riannoda agli ambiti propri del Consiglio d’Europa, come da ultimo ne sono significativa testimonianza la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, Lanzarote 25 ottobre 2007, ratificata in Italia con la legge 1 ottobre 2012, n. 172 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno) e la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa “sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” dell’11 maggio 2011, ratificata l’11 dicembre 2012. A livello europeo si assiste così a un progressivo ampliarsi dell’interesse verso le vittime dei reati, al punto da far ritenere che il diritto dell’Unione europea e in particolare il diritto penale europeo siano connotati da un “vittimocentrismo” non esente dal rischio di un indebolimento del diritto delle garanzie sia sostanziali che processuali dell’autore di reato, quando la politica criminale diventa spiccatamente preventivo-repressiva. 

D’altra parte, l’interesse dell’Unione europea per le vittime di reato trova ragione nell’esigenza ineludibile di un’armonizzazione degli strumenti di tutela delle persone offese per un verso, ma, per altro verso, nella sentita necessità di potenziare questi strumenti sia a livello nazionale che sovranazionale. A tal fine sia prima che dopo il Trattato il percorso verso le vittime è stato tracciato da diversi interventi di carattere generale e speciale.

Quelli di carattere generale tramite documenti normativi che vanno dalle prime Risoluzioni in tema di indennizzo (1981, 1989) alle più importanti e più specifiche Decisioni-quadro e Direttive sulla persona-vittima di reato, che allargano gli interessi comunitari al di là del problema dell’indennizzo pubblico. Con queste Decisioni e/o Direttive  si pone in primo piano l’esigenza di una riflessione sul quadro normativo e sulle misure da prendere per una efficace tutela delle vittime (esigenza affermata già nella comunicazione della Commissione del 14 luglio 1999 al Consiglio e al Parlamento europeo e al Comitato economico e sociale) secondo le linee della prevenzione dei reati attraverso campagne informative sui fattori di rischio di vittimizzazione (politica sociale); della prevenzione dei reati favoriti dalla particolare vulnerabilità delle persone offese attraverso un sistema penale che garantisca pene efficaci, proporzionali e dissuasive (politica criminale della repressione); della valorizzazione del ruolo della vittima nel processo penale, onde contenere i fenomeni di c.d. vittimizzazione secondaria o di trauma processuale (politica criminal-processuale); della predisposizione di un sistema di assistenza generale (medica, psicologica, legale) a favore delle vittime, (politica sociale post delictum).

Fra questi atti convenzionali di portata generale sono in particolare da richiamare ai nostri fini: la Decisione-quadro del Consiglio dell’Unione europea del 2001/220/GAI del 15 marzo 2001, a cui in particolare si è ispirata la Convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa, “relativa alla posizione della vittima nel processo penale”, che manifesta l’affermarsi all’interno dell’UE della politica di valorizzazione della vittima con l’evoluzione del terzo Pilastro. Di questa Decisione basti ricordare la definizione di vittima dell’art. 1, onde garantirle un ruolo effettivo ed appropriato nel processo penale e un trattamento rispettoso della sua dignità personale nel corso del procedimento. Tale definizione risulta però carente sotto due profili: il primo relativo all’individuazione dei soggetti-vittime, in quanto solo le vittime dirette vengono prese in considerazione; il secondo relativo alla mancanza di una definizione della c.d. vittima vulnerabile, definizione, questa, peraltro controversa. A tali lacune sembra sopperire la più recente, e ultima in materia, Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012, n. 29,“che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI”, nonché la Direttiva 2011/99/UE del 13 dicembre 2011 sull’ordine di protezione europeo emanata nel contesto delle azioni dell’Unione europea di rafforzamento dei diritti e della protezione delle vittime di reato già previste da una Risoluzione del Consiglio del 10 giugno 2011.

Di interesse per noi la Direttiva del 2012, poiché essa innalza il livello di tutela della vittima. In primo luogo offrendo una definizione allargata di vittima tale da ricomprendere anche i famigliari, c.d. vittime indirette (art. 2); in secondo luogo fornendo <<una compiuta definizione dello status victimae attraverso un sistema di tutele differenziate a seconda del grado di vulnerabilità>>, in modo da riconoscere uno statuto di vittima con specifiche esigenze di protezione, come ad esempio nel caso particolare delle vittime minorenni. Ciò emerge dal Capo 4, relativo alla “Protezione delle vittime e riconoscimento delle vittime con specifiche esigenze di protezione”, precipuamente all’art. 22, co. 4. Con tale Direttiva la legge del 2012 di ratifica della Convenzione di Lanzarote dovrà in particolare confrontarsi, poiché questa strategia differenziata della tutela, in grado di meglio adeguarsi ai diversi possibili gradi di vulnerabilità, come meglio si dirà, non è presente in tale legge. A quest’ultima si imputa di non distinguere <<adeguatamente gli standard di protezione processuale delle vittime in un’ottica di marcata personalizzazione degli strumenti di salvaguardia>>. 

E proprio sulla vittima in quanto minore, vale la pena ricordare anche che il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nella 1098^ riunione del 17 novembre 2010 ha adottato importanti linee guida su una giustizia a misura di minore. In particolare al punto D., relativo a Una giustizia a misura di minore durante il procedimento giudiziario, al par. 6. intitolato Prova/dichiarazioni dei minori ha indicato le seguenti linee: <<64. L’audizione dei minori e la ricezione di dichiarazioni dagli stessi dovrebbe essere svolta, per quanto possibile, da professionisti debitamente formati. Si dovrebbe fare ogni sforzo per consentire ai minori di testimoniare negli ambienti più favorevoli possibili e nelle condizioni più favorevoli, tenendo conto della loro età, grado di maturità e livello di comprensione, nonché delle eventuali difficoltà di comunicazione che potrebbero avere. 65. Dovrebbero essere incoraggiate le dichiarazioni audiovisive dei minori che sono vittime o testimoni, pur rispettando il diritto delle altre parti di contestare il contenuto di tali dichiarazioni. 66. Quando sono necessarie più di una audizione, queste dovrebbero essere preferibilmente condotte dalla stessa persona, al fine di assicurare una coerenza di approccio nell’interesse superiore del minore>>.

Molteplici, e di più diretta pertinenza al tema oggetto di questa indagine, sono anche le fonti sovranazionali penali di natura speciale, attinenti cioè a particolari tipologie di vittime e, ai nostri fini, quelle di reati a sfondo sessuale. 

Fra la normazione pattizia più recente dell’Unione europea occorre richiamare la Decisione-quadro 2004/68/GAI del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile e la Direttiva 2011 n. 93 del 13 dicembre 2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, sulla “lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”. La Direttiva sostituisce la Decisione-quadro del 2004 allo scopo di potenziare ulteriormente l’attività di protezione e di sostegno alle vittime dei fatti di abuso e sfruttamento. Essa anticipa e conferma l’opportunità degli interventi del legislatore italiano del 2012, in particolare di quelli mirati a introdurre nuove fattispecie di reato; a rinforzare una corretta politica criminale della prevenzione dei reati anche attraverso programmi di rieducazione dei recidivi; a creare una efficace politica sociale della prevenzione della vittimizzazione grazie a campagne di informazione e di sensibilizzazione (tutela ex ante); a garantire misure processuali contro la vittimizzazione secondaria (tutela ex post). 

Questi indirizzi politico-penali erano peraltro già presenti nella politica internazionale del Consiglio d’Europa e in particolare in quella della Convenzione di Lanzarote. Essi, proprio perché si rinvengono nella Convenzione del 2007, avrebbero già dovuto trovare completa attuazione nella legge di ratifica n. 172. Peraltro, così non è stato. Con la conseguenza che anche nei confronti della Direttiva del 2011, n. 93, per adeguarsi alla quale l’Italia ha tempo fino al 18 dicembre 2013, il legislatore risulta essere ancora debitore, in particolare sul fronte della prevenzione della vittimizzazione. In tale materia strategie diverse da quella penale non sembrano in effetti essere state al centro dell’attenzione della legge del 2012, nonostante tale attenzione fosse già imposta dagli artt. 22 e seguenti della stessa Direttiva. Da questi articoli si colgono le due strutture portanti di una efficace politica preventiva: quella che fa capo all’autore e quella relativa alla vittima. 

La prima si caratterizza per interventi dal forte impatto preventivo, in quanto centrati sui potenziali autori di reati sessuali su minori. Come si evince in particolare dall’art. 22 della Direttiva, gli Stati membri sono sollecitati ad adottare le misure necessarie affinché chiunque abbia il timore di poter commettere i reati di abuso sessuale, di sfruttamento sessuale, di pornografia minorile, di adescamento di minori per scopi sessuali, di istigazione, favoreggiamento, concorso e tentativo, di cui agli articoli da 3 a 7 della Direttiva <<possa accedere, ove opportuno, a programmi o misure d’intervento efficaci volti a valutare e a prevenire il rischio che siano commessi tali reati>>. Non solo, ma l’articolo successivo prevede anche la creazione di misure, ad esempio di istruzione e di formazione, atte a scoraggiare e ridurre la domanda che incentiva ogni forma di sfruttamento sessuale di minori. Tuttavia, nella legge di ratifica questa prospettiva, imposta anche dall’art. 7 della Convenzione di Lanzarote, non ha trovato riconoscimento, nonostante nella relazione accompagnatoria del Disegno di legge, a proposito dell’art. 7 della Convenzione, si precisi che in sede di adozione della Convenzione <<si è inteso dare l’opportunità (non è un obbligo) a chi possa temere di porre in essere condotte che rappresentano abuso nei confronti di minore, o a chi ha posto in essere condotte simili senza essere stato individuato o punito dall’Autorità, di beneficiare di interventi o trattamenti idonei>>. 

Quanto agli interventi preventivi nella dimensione della vittima, esplicitati dall’art. 23, co. 2 della Direttiva, ma anche dall’art. 6 della Convenzione, sempre la Relazione accompagnatoria del Disegno di legge precisa che gli impegni relativi all’articolo 6 <<potranno essere presi in sede di Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori>>.

2. Le moderne politiche criminali e legislativo-penali a tutela dei minori.

La legge 1 ottobre 2012, n. 172, dando esecuzione agli impegni assunti a Lanzarote, conferma l’interesse dell’Italia a proseguire la lotta contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali a danno di minori, per la cui tutela il legislatore italiano aveva già emanato leggi che avevano inciso profondamente in particolare sul tessuto del codice penale. Anche questa volta al centro dell’attenzione del legislatore del 2012 è l’ordito codicistico. Una politica legislativa, questa, che guarda con favore al ruolo centrale del codice penale, opponendosi a pericolose tendenze ad uno smembramento di quest’ultimo attraverso la creazione di sottosistemi penali, soprattutto dove più forti e particolari sono gli interessi da tutelare, come emblematicamente quelli minorili. 

Tuttavia, occorre fin da ora osservare che proprio la peculiarità di tali interessi ha spinto e spinge ad una prassi legislativa della “novellazione” dei codici, che rischia di perdere <<una visione più ampia e globale>>, fondamentale per giungere a soluzioni normative fra loro coordinate, soprattutto se relative al regime sanzionatorio. Ed è proprio da quest’ultimo punto di vista che è più facile percepire come il legislatore moderno, nella materia che qui interessa, abbia finito con il delineare di fatto, pur muovendosi all’interno dell’impianto codicistico, un sottosistema penale, caratterizzato da discipline derogatorie, per lo più volte a limitare la discrezionalità giudiziale a fini repressivi, come in tema di custodia cautelare, di prescrizione dei reati, di recidiva, di patteggiamento allargato, di esecuzione penitenziaria. 

 

3. Questioni aperte e criticità della disciplina codicistica.

Queste linee politico-legislative – come vedremo – non solo non vengono smentite, ma vengono rafforzate dal legislatore dell’ultima riforma, che si muove su più fronti ordinamentali, anche allo scopo di sistemare le zone critiche di una disciplina codicistica, che, nonostante gli interventi legislativi subiti, sembra risultare ancora inadeguata su versanti di segno opposto.

In particolare, nel segno della vittima si invoca più repressione:

a) lamentando l’assenza di fattispecie incriminatrici che, anticipando la tutela, siano in grado di colpire condotte che mettono a rischio il bene fondamentale della integrità psico-fisica del minore, e che, non essendo classificabili come inizio di una condotta tipica, fuoriescano dall’area del penalmente rilevante, come gli atti di adescamento su internet; 

b) sottolineando l’esigenza di una lotta più a tappeto sia sul fronte della domanda di sesso a pagamento, sia più in generale a livello di trattamento sanzionatorio o di ambito di operatività di alcune fattispecie.

Per altro verso nel segno dell’autore si evidenziano i limiti di una disciplina fortemente orientata alla repressione. A tale proposito si richiamano: 

a) gli sforzi della dottrina e della giurisprudenza di interpretare la fattispecie di pedopornografia di cui all’art. 600 ter in maniera più conforme al principio di offensività, grazie al requisito dell’accertamento del pericolo concreto di diffusione del materiale pedopornografico; 

b) criticando l’interpretazione aperta alla punibilità della c.d. pornografia domestica o intima con un’eccessiva dilatazione della fattispecie, non più caratterizzata dalla natura lucrativa della condotta; 

c) rimproverando al legislatore di non essersi assunto la responsabilità di dare una definizione di pedopornografia, con la conseguenza di utilizzare un concetto indefinito come perno intorno al quale ruota tutta la disciplina degli artt. 600 ter e ss.;

d) muovendo fondate riserve, anche qui sotto il profilo della effettiva offensività, sull’incriminazione della pedopornografia virtuale; 

e) sottolineando infine in via generale il diffuso rigore repressivo anche attraverso la previsione di c.d. reati ostacolo. 

Quanto alla disciplina processuale si lamentano in particolare carenze dal punto di vista della vittima: 

a) per – come già anticipato – una scarsa differenziazione sotto il profilo dei diversi gradi di vulnerabilità di essa, mentre a livello europeo sono stati già offerti indici di vulnerabilità ai quali adeguarsi; 

b) per una mancata differenziazione della vittima dal testimone o persona informata. In particolare si osserva come la disciplina dell’accesso incondizionato alla anticipazione della formazione della prova testimoniale sia calibrata non in relazione alle caratteristiche di vulnerabilità della persona da sentire, ma al tipo di reato; 

c) sotto quest’ultimo aspetto si rimarca la risibilità di continuare a prevedere un numero chiuso di reati;

d) si osserva anche come nella fase delle indagini preliminari non sia stata garantita alcuna assistenza al minore dichiarante, nonostante la Decisione-quadro del 2001 agli artt. 13 e 14 per i minori prevedesse che gli Stati membri promuovessero tale assistenza. Un sistema dunque ancora troppo improntato al perseguimento dell’autore del reato e non abbastanza attento alle esigenze della vittima e che lascia alla buona volontà degli operatori il successo della fase c.d. di prima accoglienza, in cui vengono raccolte importanti dichiarazioni, come sono le prime quando si tratta di un minore abusato.

 

4. La legge del 2012, n. 172: considerazioni generali.

Questo è l’orizzonte al quale si affaccia le legge del 2012, che nell’adempiere agli impegni pattizzi del 2007 avrebbe dovuto colmare le lacune di disciplina in parte appena evidenziate.

Vedremo attraverso le relazioni se la legge ha risposto alle diverse aspettative, con una riforma che ha interessato non solo il codice penale, ma anche il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario. Le modifiche hanno avuto come oggetto principale disposizioni del codice penale e di quello di procedura penale, attraverso l’introduzione di interessanti novità in particolare nella disciplina codicistica dei reati di prostituzione minorile e di pornografia minorile, ma anche in quella relativa al delitto di maltrattamenti in famiglia. L’obiettivo della riforma era l’adeguamento della normativa interna del codice penale, di procedura penale, ma anche dell’ordinamento penitenziario alle indicazioni internazionali contenute nella “Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale”, siglata a Lanzarote. Molteplici i percorsi di riforma tracciati dalla Convenzione, dalla quale emerge un impegno degli Stati membri a realizzare un ampio quadro di interventi, allo scopo – come  indicato nello stesso preambolo della Convenzione – di intrecciare una rete normativa in grado di combattere, sia con la prevenzione che con la repressione, e grazie anche ad una sicura cooperazione nazionale e internazionale, il grave fenomeno degli abusi sessuali sui minori. Dal preambolo appare anche chiaro come questo fenomeno abbia assunto <<dimensioni inquietanti […] in particolare per quanto attiene all’utilizzo crescente delle tecnologie di comunicazione e di informazione>>. Da qui l’esigenza sempre più sentita di legislazioni nazionali e di impegni internazionali in grado di assicurare idonea protezione alle vittime più vulnerabili: i soggetti minori di età.   

La legge interviene sul codice penale secondo due direttrici politico-legislative: previsione di nuove fattispecie incriminatrici; intervento sulla struttura o sul regime sanzionatorio di quelle già esistenti. 

A) Le nuove figure di reato rispondono all’esigenza più volte manifestata, come si è visto, di una anticipazione della tutela contro condotte che, pur non rappresentando una offesa diretta al bene fondamentale della personalità psico-fisica del minore, mettono in pericolo la integrità della stessa, in quanto favoriscono la realizzazione di pratiche di pedofilia o di pedopornografia, anche via internet. 

Si tratta dunque di reati ostacolo, con i quali il legislatore del 2012, adempiendo all’invito dell’art. 7 della Convenzione, punisce sia l’“Istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia”, introducendo l’art. 414 bis, nel Titolo V, relativo ai delitti contro l’ordine pubblico, sia l’“Adescamento di minorenni”, con il nuovo art. 609 undecies, inserito nel Titolo XII, intitolato ai delitti contro la persona, nel Capo III, Dei delitti contro la libertà individuale, Sezione II, Dei delitti contro la libertà personale, a completamento delle disposizioni già presenti nel codice penale concernenti i delitti di violenza sessuale.

La lotta allo sfruttamento e all’abuso sessuale dei soggetti minori si realizza anche inserendo un nuovo comma, il 7°, nell’art. 416 c.p.. In esso si prevede un’inedita ipotesi associativa, che si configura se <<l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti previsti dagli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies, 609-bis, quando il fatto é commesso in danno di un minore di anni diciotto, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, quando il fatto é commesso in danno di un minore di anni diciotto, e 609-undecies>>. A sottolineare la specialità in peius della nuova forma associativa concorre anche la pena comminata: più grave rispetto a quella prevista per la fattispecie base. Ciò che inequivocabilmente emerge dalla nuova disposizione è che il fenomeno dello sfruttamento sessuale di minori e delle aggressioni sessuali ad esso collegate è ben presente al legislatore italiano, il quale sente la necessità, anche ideologica, di una specifica disciplina di tale fenomeno nell’ambito del reato associativo di cui all’art. 416 c.p..

Specifica disciplina anche per quanto concerne la prescrizione. Come per il delitto di maltrattamenti, anche per questa forma di associazione vengono infatti raddoppiati i termini prescrizionali. Anche questa “regola del raddoppio” conferma l’orientamento del legislatore a favore di una disciplina sempre più specifica e differenziata rispetto a quella generale, quando si tratta di reati a danno di minori in particolare se di natura sessuale. Viene così a delinearsi un vero e proprio ”sottosistema penale sessuale”, con il rischio però che nel bilanciamento degli interessi non sempre quelli dell’autore trovino il giusto riconoscimento, e che il sistema penale nel suo complesso perda coerenza e razionalità interne. 

La novella del 2012 agisce anche in tema di corruzione di minorenne. Scopo dell’intervento sull’art. 609-quinquies c.p. non è stato tanto quello di riformare la fattispecie originaria, che è rimasta immutata, ad eccezione del regime sanzionatorio, che ora prevede la cornice edittale più severa della reclusione da uno a cinque anni, quanto piuttosto quello di riempire le lacune di tutela della disciplina, che la dottrina aveva denunciato e che lo stesso art. 22 della Convenzione sollecitava ad eliminare. Per raggiungere tale obiettivo si introducono nell’articolo del codice due nuovi commi, il secondo che prevede una nuova figura criminosa e il terzo una circostanza aggravante. Si profila così una normativa più dettagliata, in cui, accanto alla figura criminosa del 1° co. dell’art. 609 quinquies, viene introdotta un’inedita figura di corruzione di minorenne, secondo la quale si punisce con la stessa pena di cui al 1° co., salvo che il fatto costituisca più grave reato, la condotta di chi <<fa assistere una persona minore di anni quattordici al compimento di atti sessuali, ovvero mostri alla medesima materiale pornografico, al fine di indurla a compiere o a subire atti sessuali>>.

Anche a proposito di pornografia minorile si assiste ad un “incremento di fattispecie”. Nell’art. 600 ter viene infatti introdotto un 6° co., con lo scopo di punire il semplice spettatore di rappresentazioni pedopornografiche. Continuando nella lotta sul fronte della domanda, il legislatore del 2012, sollecitato dallo stesso art. 21 della Convenzione di Lanzarote, con la nuova incriminazione riempie una criticata lacuna, data dalla mancata penalizzazione della condotta di chi assiste a esibizioni, spettacoli pornografici con la partecipazione di minori. Come viene punito anche il cliente per combattere il fenomeno della prostituzione minorile e il semplice fruitore di materiale pedopornografico per reprimere quello della pornografia infantile, così ora si incrimina anche lo spettatore di esibizioni o spettacoli pedopornografici, alla ricerca di una strategia di lotta allo sfruttamento sessuale del minore, attraverso l’”abbattimento” della richiesta. Una tendenza espansiva alla punizione della domanda, che, se per un verso rappresenta una valida strategia complementare a quella di punire l’offerta, per altro verso aveva già suscitato delle critiche sotto il profilo del principio di offensività a proposito della mera detenzione di materiale pedopornografico soprattutto se di natura virtuale, nel senso di una fattispecie di dubbia dannosità, per il collegamento affievolito con il bene giuridico protetto dalle figure di reato di cui all’art. 600 ter.

B) Diverse sono le fattispecie interessate da modifiche di natura strutturale, anche se di fatto esse non risultano particolarmente innovative, a cominciare da quella che ha inciso sull’art. 572 c.p., che – come è noto – disciplinava il delitto di maltrattamenti in famiglia e contro fanciulli. In vero, la legge di ratifica della Convenzione è stata l’occasione che il legislatore italiano ha colto per intervenire su tale disposizione del codice penale, dato che non rientrava fra le condotte criminose oggetto di attenzione della fonte internazionale anche quella di maltrattamenti. Della originaria fattispecie, la cui struttura e natura abituale rimangono sostanzialmente inalterate, si sostituisce la rubrica dell’art. 572, che ora include già nella intitolazione il riferimento ai conviventi (maltrattamenti contro familiari e conviventi), onde adeguarla alla ampliata tipologia delle persone offese. Con la riforma infatti la gamma dei soggetti passivi si estende anche al convivente, prevedendo la punizione, tra l’altro, di colui che <<maltratta una persona di famiglia o comunque convivente>>. Con questa correzione normativa il legislatore del 2012 recepisce l’orientamento ormai pacifico della prassi che, valorizzando la dimensione personalistica della tutela, applica la fattispecie di maltrattamenti alla convivenza more uxorio, fino a ricomprendervi casi in cui la relazione non è segnata dalla stabilità e continuità che caratterizzano ancora la famiglia di fatto. Per la giurisprudenza infatti il termine famiglia dell’art. 572 <<deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo>>. E tali rapporti meritevoli di tutela contro condotte di maltrattamento vengono riconosciuti dalla giurisprudenza più recente anche quando essi si manifestano come legami di affetto e di solidarietà nella cornice di una frequentazione reciproca che non sfocia in una vera e propria convivenza. 

Non solo, ma la tutela dei soggetti deboli, in quanto più facilmente esposti al rischio di maltrattamenti, viene assicurata in ragione esclusiva della relazione qualificata che lega la vittima al soggetto attivo. Diversamente dalla disciplina originaria, in cui fra i soggetti passivi del reato si prevedeva espressamente anche l’infraquattordicenne, quale persona da tutelare in sé, indipendentemente cioè da eventuali vincoli relazionali, l’età minore di quattordici anni è ora presente in funzione di aggravante speciale ad effetto comune (2°co. art. 572) e non più quindi di elemento costitutivo del reato. 

Questo, peraltro, è un aspetto che merita qualche ulteriore riflessione, in quanto il mutamento di ruolo dell’elemento dell’età del soggetto passivo nella struttura del reato sembra aver determinato degli inediti vuoti di tutela. Fino alla riforma il minore di anni quattordici era protetto contro condotte di maltrattamenti in quanto tale, indipendentemente cioè dal fatto che esistesse una relazione qualificata fra soggetto passivo e soggetto attivo. Con il “declassamento” dell’età ad aggravante al minore non viene più assicurata una specifica e più incisiva protezione contro condotte di maltrattamenti in ragione dell’età inferiore ai quattordici anni che lo rende una vittima particolarmente esposta, vulnerabile, ma solo in ragione del fatto di essere un  famigliare o un convivente del soggetto attivo. Inevitabilmente tale requisito si riverbera anche sull’ipotesi aggravata del 2° co., poiché essa – come afferma unanimemente la dottrina – non si presta ad essere qualificata come un’ipotesi autonoma di reato. Se questo è vero, come è vero, ne consegue che anche la fattispecie del secondo comma potrà essere applicata solo nel caso in cui la condotta di maltrattamenti si sia realizzata all’interno di una delle relazioni tipiche indicate dal comma precedente, anche quando la vittima sia infraquattordicenne.

Ancora a proposito dei limiti di tutela fissati dalla relazione qualificata, si è osservato come la legge del 2012 rappresenti un’occasione mancata per <<estendere finalmente l’area di applicazione del reato in esame a tutte le ipotesi in cui, a prescindere dal tipo di rapporti intercorrenti tra soggetto attivo e passivo, vi fosse da un lato una condotta rapportabile al paradigma dei maltrattamenti e, dall’altro, l’assoggettamento a una condizione di vita intollerabile>>. Una simile estensione, unitamente allo spostamento della fattispecie all’interno dei delitti contro la persona, avrebbe assicurato al reato di maltrattamenti una dimensione personalistica più conforme al dettato costituzionale. 

Una volta intervenuto sull’art. 572, e nonostante nessun impegno pattizio – come si è visto – fosse stato assunto con riferimento al reato di maltrattamenti, il legislatore italiano prosegue nell’opera di riforma della fattispecie anche per quanto attiene ai termini di prescrizione. Secondo quanto indicato dall’art. 33 della Convenzione, che nell’adeguamento dei termini prescrizionali vede un ulteriore strumento di rinforzo della tutela dei minori vittime di abusi sessuali, la riforma del 2012 interviene sull’art. 157, co. 6° c.p., inserendo l’art. 572 nell’elenco dei reati “sessuali” per i quali la legge n. 172 prevede che il termine di prescrizione sia raddoppiato. E lo fa, nonostante la natura “comune” della figura criminosa in esame e nonostante essa non risponda alle finalità specifiche della Convenzione di prevenzione e di repressione dei reati a danno di minori.

L’altra novità riguarda il fronte sanzionatorio, dove si registra un incremento della cornice edittale, il cui minimo passa da uno a due anni e il massimo da cinque a sei anni. Un trattamento sanzionatorio più rigoroso viene previsto anche per le ipotesi aggravate del 3° co. dell’art. 572. Mentre, inserendo nell’art. 576, 1° co., n. 5 c.p. anche il reato di maltrattamenti, accanto a quelli previsti dagli artt. 609 bis, 609 quater e 609 octies e inseriti dalla legge di conversione 23 aprile 2009, n. 38 del d.l. 23 febbraio 2009, n. 11, la riforma estende anche al reato di maltrattamenti l’aggravante della morte della persona, qualora essa si verifichi <<in occasione della commissione>> del delitto. Il che comporta la pena dell’ergastolo. 

Diversi sono stati gli interventi di riforma della disciplina codicistica relativa alla prostituzione e pornografia minorile. Di essi tratteranno le altre relazioni. Prima di chiudere vorrei però osservare che la conclusione a cui arriva la dottrina, tenuto conto anche dell’indifferenza manifestata dal legislatore ultimo verso fattispecie che, anche se non connotabili come sessuali, hanno per vittima un minore, è di un’attuazione indebolita delle istanze  garantiste della Convenzione di Lanzarote.

 

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Grazie professoressa. Lei ha introdotto il tema della politica sociale e dei problemi di prevenzione, oltre che la campagna di sensibilizzazione, nel senso che la legge ha posto dei paletti anche ex ante al delitto, e non si è occupata soltanto dell’aspetto cosiddetto repressivo con nuove ipotesi di reato. 

Sul tema chiedo di intervenire alla professoressa Annalisa Verza, associato di Sociologia Giuridica all’Università di Bologna. 

A lei dunque l’inizio del suo intervento per potere affrontare anche queste tematiche. Prego. 

 

 

PROF.SSA ANNALISA VERZA  

A me è stato chiesto di illustrarvi quattro degli articoli novellati o introdotti dalla legge 172/2012 e in particolare l’art. 414-bis c.p., relativo all’istigazione e apologia di pratiche di pedopornografia e pedofilia, l’art. 609-quinquies c.p. – corruzione di minorenne, l’art. 609-undecies c.p. – adescamento di minore, e, soprattutto l’art. 600-ter c.p., che mi sembra essere un po’ la chiave di volta di tutto questo apparato sanzionatorio e di tutela, smosso dai documenti internazionali richiamati poco fa dalla professoressa Bertolino, e nazionali, a contrasto dello sfruttamento e abuso sessuale dei minori. 

Farò questo tenendo sullo sfondo non solamente la Convenzione di Lanzarote, che la legge 172 è stata chiamata a ratificare, ma anche la Direttiva che ricordava prima la professoressa Bertolino, la Direttiva 2011/92 (o 93, poi è stato cambiato il numero) /UE, che ha sostituito la decisione quadro 2004/68/GAI (alla quale la nostra giurisprudenza aveva fino ad ora fatto riferimento per dare una definizione di pornografia che supplisse alla mancanza normativa della stessa) perché, come ricordato prima, anche questa normativa dovrà essere recepita fra pochissimo nel nostro ordinamento: in particolare, entro il 18 dicembre 2013. Il legislatore avrebbe potuto cogliere l’occasione di questa legge per adeguare il nostro ordinamento non solamente a quanto richiesto dalla Convenzione di Lanzarote, ma anche da questa Direttiva, dato che, su alcuni punti, la Direttiva del 2011 avanza, rispetto alla Convenzione di Lanzarote, richieste ulteriori, o rende non facoltative ipotesi di sanzionamento che invece, per la convenzione di Lanzarote, sono tali. Quindi, in relazione ai 4 articoli che vedremo insieme, ci chiederemo se il legislatore italiano sia stato “adempiente”, non solo in relazione alla Convenzione di Lanzarote, ma anche, in prospettiva, in relazione a quanto comunque richiesto dalla nuova Direttiva europea. Dalla Direttiva prendo una premessa: è una delle 52 premesse (la 46esima), ed è anche, in un certo senso, la premessa della mia relazione, dal momento che fornisce una definizione di valore, “al negativo”, della pornografia (e abbiamo davvero molto bisogno di una definizione chiara della stessa). La premessa n. 46 dice, in relazione alla pornografia minorile ritraente abusi su minori, che “è un contenuto che non può essere interpretato come espressione di un’opinione” (e questo per noi è rilevante, anche alla luce di quello che diremo in relazione all’art. 414-bis c.p.). 

A questo mi collego per rilevare come la pornografia minorile non possa essere considerata solamente come la “rappresentazione di” un abuso: anzi, l’abuso alla fonte della produzione di pornografia non è nemmeno necessariamente tale. Si può produrre pornografia anche riprendendo un comportamento consensuale, che non va a costituire necessariamente abuso. Abuso è invece quello che si concretizza nella rappresentazione in sé del comportamento sessuale (del minore), nel momento in cui esce dalla disponibilità di chi (eventualmente consensualmente) la produce. Si tratta di un abuso (la rappresentazione) non solo ulteriore, ma spesso considerato anche più grave rispetto all’eventuale atto di abuso ripreso. 

Pensate, per esempio, al fatto che la pornografia è utilizzata molto spesso per ricattare minori. Esiste una pratica molto diffusa tra i nostri adolescenti, si chiama sexting (“sexual testing”): consiste nel fatto che gli adolescenti fotografino se stessi attraverso il cellulare, in pose intime, autoproducendo pornografia, per mandarla, ad esempio, al proprio fidanzatino, per dimostrare di essere smaliziati; nel far questo però, come è stato confermato da studi empirici effettuati a livello europeo, non hanno la minima consapevolezza dell’entità dei rischi cui vanno incontro. Si realizza l’entità del problema solo nel momento in cui questo materiale capita nelle mani sbagliate: quelle di soggetti malintenzionati che possono utilizzare tale materiale per ricattare gli incauti adolescenti e costringerli a produrre nuova pornografia, o a sottostare ad abusi sessuali. Spesso, quando cadono nella rete, preferiscono sottostare a nuovi abusi sessuali pur di evitare che la pornografia venga diffusa. Questo la dice lunga su quello che è il male minore (se l’abuso in sè, o la diffusibilità della sua rappresentazione) dal punto di vista del minore: la pornografia costituisce infatti il “convitato di pietra” che dimostra quello che è successo, senza permettere neanche il conforto di una rimozione secondaria, di una edulcorazione successiva. Essa fissa in maniera cruda, una volta per tutte, la realtà che è stata, e perseguiterà il minore per tutta la vita. 

Anche perché (qui mi riferisco a quello che ha appena detto la professoressa Bertolino in relazione al fatto che bisogna provare il fatto che tale materiale è suscettibile di distribuzione), in realtà, l’unico materiale visivo depositato in un computer - ma non parlo solo di pornografia, parlo anche delle foto dei vostri figli al mare col costumino - che si può considerare sicuro è quello depositato in un computer che non navighi mai in internet. Dal momento, invece, in cui il mio computer è collegato in internet esiste tutta una serie di virus (trojan, spyware, malware, ecc) capaci di permettere ad una persona competente (e i soggetti che trafficano in queste cose sono mediamente persone competenti dal punto di vista informatico) di entrare nel mio computer, scipparmi e copiare le immagini che vi ho archiviato, e da quel momento in poi io non avrò più la sovranità su di esse: queste immagini potranno entrare (così come sono, o elaborate) in un circuito pedopornografico, e io non potrò più farci niente. Da parte della polizia postale vengono costantemente sostenute meritorie “fatiche di Sisifo” allo scopo di cancellare questo genere di materiale (pensate a quando hanno scoperto il sito Dreamworld, la quantità di materiale pedopornografico era sconfinata!). Perché “fatiche di Sisifo”? Perché, una volta oscurato il sito ospitante e cancellato il materiale incriminato, non sarà comunque mai data la certezza che quelle foto non tornino ancora a far violare nuovamente il minore da sguardi incontrollabili. Quelle foto infatti, prima dell’azione di polizia, potranno essere state scaricate da chissà quante persone. Se saranno state scaricate anche solo una volta, torneranno ad essere infinitamente riproducibili. Vi dò solamente un dato: un’operazione di polizia del 2008, condotta dalla polizia australiana, in collaborazione con più di un centinaio di altri Stati ha rilevato che nel corso di 76 ore un solo sito pornografico è stato visitato 12 milioni di volte. Non 12.000: 12 milioni di volte! Si tratta di un traffico che ha dimensioni enormi. E non possiamo nemmeno dire che quello che noi conosciamo e rileviamo sia la punta dell’iceberg, perché noi non sappiamo quanto sia grande l’iceberg: si parla, in proposito, di un vero e proprio “numero oscuro”. In effetti, se consultate i reports delle organizzazioni che si occupano di studiare la pornografia minorile online, come Ecpat, Save the Children, Telefono Arcobaleno, ecc., vedrete che non sono nemmeno d’accordo tra di loro su quale sia il baricentro del fenomeno. Secondo le une sono gli Stati Uniti, secondo le altre è l’Olanda, perché vi risiedono Internet Service Providers che permettono l’archiviazione di materiale senza controllo. In realtà quello che sappiamo è pochissimo. Anche perché esiste ora una nuova tecnologia – il secondo protocollo di sviluppo del cosiddetto Onion Router, si chiama TOR – che permette un anonimato totale: tutto quello che avviene attraverso TOR –  scambio di immagini, chat, scambio di materiale in generale, è coperto da un sistema crittografico mobile, dinamico, costante, impermeabile a qualunque tipo di indagine poliziesca. Allora, come vengono scoperti questi siti? Vengono scoperti, per esempio, quando qualche pedopornofilo porta a riparare il proprio computer, senza sapere che in qualche suo remoto recesso è rimasta traccia delle attività compiute: quindi, per puro caso. 

L’Interpol stima che ogni anno vengano prodotte 500.000 nuove immagini di pornografia minorile. Parlava prima la professoressa Bertolino, in relazione al sanzionamento della pornografia virtuale, dell’accusa che questa disposizione possa ledere il principio di offensività: tuttavia nel nostro ordinamento, a differenza di quanto richiesto dalla Convenzione di Lanzarote, la pornografia virtuale è punita solo qualora le immagini create attraverso procedimenti di morphing col computer contengano immagini di minori reali. La foto della faccia di vostro figlio o vostra figlia presa alla festina di compleanno, magari sorridente davanti alla torta, può essere presa e utilizzata per modificare una foto pornografica già esistente. Perché ci dovrebbe essere interesse a fare questo? Perché per potere avere accesso all’interno di un circuito di scambio, il pedopornofilo deve garantire in merito alla genuinità della propria identità e delle proprie intenzioni, e di queste dà la prova fornendo nuovo materiale pedopornografico. E un’immagine vecchia con una faccia nuova diventerà (senza doversi “scomodare” a molestare realmente un minore) un’immagine nuova (non è facile scoprire che si tratta di un’operazione di morphing), che permetterà l’accesso agli archivi, ai siti di scambio ed alle immagini fornite dagli altri. 

E’ singolare la complementarietà dell’approccio che si dà in relazione alla pornografia da un lato, per la quale si dà sempre la presunzione del consenso, anche quando non c’è, e la pedopornografia dall’altro, in relazione alla quale il problema è il contrario: c’è sempre la presunzione del non consenso, anche quando magari è autoprodotta (parlavamo prima del sexting) dai minori per la loro stessa fruizione. Ma se la realizzazione di pornografia minorile può non registrare un abuso alla base (come quando, ad esempio nel sexting, può essere consensuale), in ogni caso concretizza un abuso nel momento in cui è vista da altre persone che non dovrebbero avere accesso all’intimità sessuale di un minore, e che invece ce l’hanno, senza che il minore possa più averne il controllo. Ciò fa precipitare il minore in una sorta di “angoscia panottica” (chi non ricorda il “Panopticon” di Bentham, il sistema carcerario in cui ogni carcerato, sapendo di potere essere visto, si sente continuamente visto?), che crea potenti disturbi psicologici. 

Non solo: in più essa si fa strumento per nuove figure di danno, perché la pornografia può essere utilizzata per adescare, per corrompere, per normalizzare la pornografia stessa e quindi convincere il minore che non c’è niente di male a produrne, e che anzi chi non fa queste cose è veramente un poveretto, uno che sarà escluso. Del resto, ciò si incrocia con uno specifico trend dell’attuale cultura adolescenziale, dovuto, a mio parere, anche allo sdoganamento e alla normalizzazione della pornografia mainstream, che più si diffonde e più inibisce la reattività alla stessa, e quindi lo stimolo a criticarla. In passato ho intervistato e ho avuto a che fare con psicoterapeuti, per esempio il prof. Guerreschi che dirige la Siipac di Bolzano (un centro di eccellenza in Italia per la cura delle nuove dipendenze), che mi ha confermato che la pornografia, su internet in particolare, costituisce vero e proprio materiale dopante, e cioè produce quello che producono le droghe: assuefazione e tolleranza. Dopo un po’ che si vede pornografia ci si abitua, le immagini che all’inizio colpivano non colpiscono più, e così si cercheranno, per ottenere lo stesso effetto, nuovi stimoli pornografici, spingendosi sempre più verso l’estremo, sia a livello di brutalità di comportamenti che di abbassamento dell’età. E’ per questo che, come vedremo tra un attimo, parlando dell’art. 414-bis c.p., la circolazione e produzione di pornografia non è necessariamente un crimine relativo alla figura medico-scientifica del pedofilo vero e proprio, inteso come lo intende il DSM, ma può essere anche il frutto del comportamento del pornofilo tout court che, stanco di vedere pornografia adulta, si cimenta anche nell’esplorazione della pornografia infantile. Esistono in internet siti pornografici strutturati per età, caratteristiche fisiche e prestazioni, dove quella infantile non è che una tra le tante varianti di pornografia, in una sorta di ottica quasi “collezionistica”. Nel computer di molti pornofili e pedopornofili che sono stati arrestati sono state trovate raccolte di immagini pedopornografiche divise per età, per colore dei capelli, per etnia e per prestazioni, e pare che ci sia proprio, nella “filia” pedofila, una spiccata tendenza catalogatrice di questo tipo.  

Infine, prima di arrivare a commentare le novità della l. 172/2012 vorrei fare ancora un’ultima premessa in merito alla pedopornografia, o pornografia minorile: vorrei cioè rimarcare come internet non solo abbia incentivato questo fenomeno garantendo l’anonimato dei fruitori, e mettendo a disposizione di chi è interessato un serbatoio sterminato di immagini pedopornografiche, ma abbia anche dato ai pedofili la possibilità di riunirsi socialmente, e di conseguenza di legittimarsi reciprocamente. Tutti noi, chi più chi meno, abbiamo un profilo Facebook, Twitter o Linkedin: anche sul piano del rafforzamento di una socialità e di una “cultura pedofila”, internet ha giocato un ruolo importante. Esistono siti di “orgoglio pedofilo”, esiste anche la “giornata dell’orgoglio pedofilo” (il 22 dicembre) internazionalmente istituita: esistono, insomma, siti che servono ai pedofili non solo per scambiarsi immagini e video ma anche per incontrarsi, discutere, sentirsi non-mostri, autogiustificarsi. In altre parole, per legittimarsi. Questo è importante, perché la pedofilia è un disturbo “egosintonico”, che non produce, cioè, disagi al suo portatore. Un disturbo egosintonico non fornisce al suo portatore ragioni per volersene liberare, perché è armonico rispetto alla sua personalità. Al pedofilo dà piacere essere tale, ragion per cui non avrà motivo di cercare di guarire. Parlava prima la prof.ssa Bertolino di ipotesi di prevenzione di tali reati, come se il pedofilo stesso potesse voler denunciare la propria tendenza in tal senso, per evitare di delinquere. Ma quando il disturbo è egosintonico molto difficilmente vi sarà autocritica e autocensura da parte del pedofilo. I siti internet di “orgoglio pedofilo” cavalcano e rafforzano questa tendenza già presente, aiutando la legittimazione di questo fenomeno. La giustificazione più frequente che si dà il pedofilo è che in realtà al bambino piace fare sesso con adulti e che, anzi, è il bambino stesso ad iniziare l’opera seduttiva. Ad esempio, in un sito italiano, che è stato poi oscurato, si leggeva che quella della presunzione del non consenso del minore non è nemmeno una presunzione, ma una vera e propria finzione: in realtà ai minori piace far sesso con gli adulti, il problema per i minori sono piuttosto i loro genitori, che vogliono avere il controllo totale sul figlio, e che non vogliono che il minore faccia le proprie esperienze sessuali. Da questo punto di vista, il problema è il “moralismo” di chi critica i pedofili (e i loro baby-amanti, che loro difenderebbero), non certo il loro comportamento. Per questo, temo che pensare che si possa arrivare veramente ad una prevenzione di questo tipo di reati sia purtroppo un mero e illusorio “wishful thinking”... 

Proprio in relazione a quest’ultimo aspetto, quello “culturale”, del problema della pornografia minorile, la l. 172/2012 ha istituito un nuovo articolo: il 414-bis c.p., relativo all’istigazione a pratiche di pedofilia e pedopornografia. In realtà c’è stata una lunga discussione parlamentare in merito all’opportunità di introdurre questo nuovo articolo, o di lasciar confluire sotto il dettato del già esistente art. 414 c.p l’ipotesi di istigazione a tutti i 7 reati che, seguendo il titolo del nuovo art. 414-bis c.p., vengono definiti reati “di pedopornografia e pedofilia”. La differenza tra le due disposizioni, dal punto di vista sanzionatorio, riguarda solamente il minimo edittale, in quanto la pena invece che da 1 a 5 anni va, per l’art. 414-bis c.p., da 18 mesi a 5 anni. Ma, in realtà, la creazione del nuovo reato ha soprattutto permesso (cosa che non si sarebbe realizzata scegliendo di ricomprendere le fattispecie all’interno del generale art. 414 c.p.) la – secondo me discutibile – introduzione del termine “pedofilia” all’interno del titolo del nuovo reato, che si propone quindi come arma per colpire esplicitamente la figura del “pedofilo”. 

Si tratta di un reato contro l’ordine pubblico, ed è un reato di anticipazione della tutela, che richiede il dolo specifico: salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, con qualsiasi mezzo e con qualsiasi forma di espressione, pubblicamente istiga a commettere in danno di minorenni uno o più delitti di prostituzione minorile, pornografia minorile (anche virtuale), detenzione di pornografia minorile (anche virtuale), organizzazione e propaganda di turismo sessuale minorile, violenza sessuale – ovviamente a danno di minori –, atti sessuali con minori, corruzione di minorenne, è punito con la reclusione da 1 anno e sei mesi a 5 anni. Alla stessa pena soggiace chi pubblicamente fa la apologia di uno o più delitti previsti dal primo comma. Non possono essere invocate a propria scusa ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico e di costume. 

Innanzitutto, notiamo che, nella serie di reati in relazione ai quali si definisce il dolo specifico, ne manca uno, il sanzionamento della cui istigazione/apologia era però stato richiesto sia dalla Convenzione di Lanzarote che dalla Direttiva 2011/93/UE: si tratta del reato di adescamento. Forse la “dimenticanza” è dovuta al fatto che tale reato, quando è stato redatto il disegno di legge, non apparteneva ancora al nostro ordinamento giuridico: esso è stato inserito ex novo con la l. 172/2012, proprio come il 414-bis c.p.: tuttavia, per essere “adempiente” nei confronti della Convenzione 201 del 2007 (e della Direttiva 2011/93/UE) il nostro legislatore avrebbe dovuto punire anche l’istigazione e l’apologia di questo reato. La condotta deve essere pubblica, ma la previsione del fatto che questa possa essere effettuata con qualsiasi mezzo e forma di espressione libera dal riferimento all’art. 266 c.p. (generalmente usato per definire quando una condotta istigatoria è tale); anzi, il sottolineare che tale condotta può essere realizzata con ogni mezzo di espressione vale a rimarcare il fatto che l’istigazione costituisce vera e propria attività, e non forma di espressione protetta dall’art. 21 della Costituzione. 

Sappiamo che, per giurisprudenza costante, l’istigazione, per essere punibile, deve essere idonea, secondo un giudizio ex ante e in concreto, a far commettere l’atto. E sappiamo che, sempre per giurisprudenza, la stessa idoneità concreta deve essere attributo dell’apologia, che è una forma di istigazione indiretta. Istigazione e apologia sono punite con la stessa forbice edittale, nonostante l’apologia concretizzi una forma più debole di istigazione: tuttavia, il Giudice potrà graduare in relazione al caso, fra i 18 mesi e i 5 anni, l’entità della pena. Inoltre, come sottolineavo prima, si esclude espressamente la possibilità di invocare a propria difesa il fatto di avere avuto finalità artistiche, letterarie, storiche o di costume, che diventano, quindi, irrilevanti quando è presente la concreta idoneità a fare commettere l’atto. 

In questo ultimo inciso c’è la sedimentazione di tutta una lunga discussione. In realtà l’originale disegno di legge aveva un altro titolo: “pedopornografia e pedofilia culturale” e, in relazione anche a quanto richiesto nella Convenzione di Lanzarote (almeno secondo la mia traduzione dall’inglese) voleva colpire non solamente l’istigazione all’apologia ma anche la legittimazione di queste pratiche, e quindi proprio quei siti di cui parlavo prima, quei siti nei quali l’orgoglio pedofilo si fa forte della concentrazione di tanti che pensano e agiscono nello stesso modo, e dai quali si produce, quindi, l’idea che non possano essere tutti mostri, non possano fare qualcosa di sbagliato. In realtà, infatti, l’art. 8 della Convenzione di Lanzarote richiedeva che si proibisse la diffusione di materiali che promuovessero, oltre che istigassero e facessero apologia, in relazione a tali reati: il termine originale è “to advertise”, che si può, sì, tradurre con “pubblicizzare”, ma in questo modo non significa nulla (cosa si fa in questi siti, la pubblicità di un prodotto?) oppure si può anche più sensatamente tradurre con “promuovere”. Ora, il concetto di “promuovere” è molto più vicino a quello di “legittimare” che non a quello di “istigare”, eppure la penalizzazione di questa condotta si è persa del tutto nel corso del procedimento parlamentare, per cui quella che doveva essere l’esclusione della finalità culturale, quindi della finalità di legittimazione di questo genere di reati, quella che doveva essere un’azione contro-culturale, volta a ribadire il fatto che queste condotte invece non sono normali, e quindi a colpire la cultura della normalizzazione, questa cultura manipolatoria in relazione a questo genere di reati, è stata poi decompattata nei quattro soli fini: artistico, letterario, storico e di costume, diventando quindi tutt’altro rispetto a quella che era la richiesta della Convenzione di Lanzarote: quella di punire anche la legittimazione, la promozione di questo genere di reati. 

Quindi cosa manca nell’art. 414-bis rispetto a quanto avrebbe dovuto esserci? Manca il reato di adescamento all’interno della lista dei reati istigabili, e manca il contrasto della legittimazione della pedofilia e pedopornografia, che difficilmente potrà essere contrastata con il dettato normativo attuale: perché se veramente la configurabilità dell’istigazione e dell’apologia richiedono l’idoneità concreta, secondo il giudizio ex ante, a fare sì che le condotte istigate siano poste in essere, non so se si potrà utilizzare questo articolo così come formulato per oscurare i siti dell’orgoglio pedofilo. Di sicuro, comunque, salvo interventi giurisprudenziali, quello che era stato richiesto dalla Convenzione di Lanzarote con la formulazione attuale di questo articolo non può essere facilmente ottenuto. Veniamo a quello che invece, al posto della delegittimazione, l’articolo propone: si propone l’irrilevanza delle finalità artistiche, letterarie, storiche e di costume. In relazione all’ultimo di questi quattro elementi: sapete che esiste la prassi, diffusa soprattutto negli Stati Uniti d’America, delle cultural defenses, le attenuanti culturali, che in genere vengono utilizzate pro reo, e in nome delle quali si richiede un’applicazione più lieve della pena per certi reati concepiti, in culture “altre” da cui provengono gli autori del reato, come pratiche più o meno normali. Quindi, secondo l’art. 414-bis c.p., si potrà fare riferimento a questo quarto elemento (l’esclusione della rilevanza delle finalità di costume) per impedire che si possano accampare cultural defenses, per esempio, in relazione alla precocità sessuale delle bambine brasiliane per giustificare atti di turismo sessuale. Si dice in Brasile che una bambina a 13 anni è donna, a 20 anni è vecchia, a 30 anni è morta. Questo stereotipo relativo alla maturità sessuale di queste bambine, non può essere proposto per chiedere un’attenuante. 

Ma l’innovazione più radicale, dicevamo prima, quella che forse ha giustificato l’esistenza di un reato nuovo a fianco dell’art. 414, è il fatto che questo è intitolato “pratiche di pedofilia” oltre che di pedopornografia, quindi richiama in gioco la figura del pedofilo. Secondo la definizione scientifica, pedofilo è un soggetto che ha almeno 16 anni, almeno 5 anni più della vittima, è spesso accompagnato da una  patologia narcisistica del carattere, e soprattutto ha una attrazione per soggetti prepuberi (e quindi, per convenzione, minori di 13 anni) per almeno 6 mesi: quindi la pornografia minorile e tutti i reati sessuali compiuti su soggetti superiori ai 13 anni non c’entrano niente con la pedofilia. Al di là del fatto che il definire il pedofilo come soggetto patologico può aprire uno squarcio per l’applicazione dell’attenuante della ridotta capacità di intendere e di volere, che, nonostante sia stata, per ora, esclusa dalla giurisprudenza (c’è una sentenza della corte di Cassazione del 2003 che esclude questo), potrebbe lenire l’impianto repressivo della norma, al di là di questo, vorrei sottolineare il fatto che non è esatto considerare il pedofilo necessariamente come un criminale. Il nostro legislatore ha utilizzato questa parola; in inglese si utilizza invece il termine “child sex offender”, che è molto più generico e che comprende meglio l’eterogeneità dei reali profili dei criminali che vanno a compiere questo genere di reati. Il pedofilo può non essere un criminale, perché può soddisfare le proprie fantasie con soggetti adulti che abbiano, per esempio, tratti somatici infantili, perché può sfogarsi con l’autoerotismo, può sfogarsi con un certo tipo di  - chiamiamola – pedopornografia (in realtà per l’ordinamento italiano non lo è), basata su hentai, anime e manga erotici, quelli che si chiamano tecnicamente lolicons e shotacons, che sono oggetto, adesso, in Giappone, di vivace dibattito (è pornografia disegnata: sono disegni, anime, manga, cartoni animati, fumetti, anche eroticamente pesanti, però non ci sono bambini reali sullo sfondo, ed è punita, fra l’altro, in Canada, in Gran Bretagna, nelle Filippine, in Svezia, in Sud Africa... Qualcuno ritiene che anche quella sia pedopornografia, da noi però no). Il pedofilo che si volesse sfogare su questo genere di materiale non andrebbe considerato un criminale, quindi non necessariamente il pedofilo è un criminale. Ma è vero soprattutto (questo mi preme di più sottolineare), il contrario: che i criminali possono non essere pedofili, perché si può trattare dell’aggressore onnivoro, che trova semplicemente nel ragazzino un soggetto più facile da raggirare, si può trattare del pornomane o pornofilo che si nutre di tutto, e che attraverso la pornografia viene, magari, in contatto con materiale autoprodotto pornografico dal giovane (si ricordi la diffusione del sexting) e che ricatta il ragazzo per produrre nuova pornografia – e anche questo non è necessariamente un pedofilo -, ma esiste anche un altro profilo criminale importante nell’abuso sessuale del minori, non necessariamente pedofilo: è quello del bullo o del cyber-bullo. Le ricerche empiriche sul tema – per esempio una del 2011 effettuata da Ipsos per Save the Children – ci dicono che per il 72% dei nostri giovani dai 9 ai 16 anni la minaccia sessuale numero uno, la più temuta, non è il pedofilo estraneo, ma è il loro compagno di scuola, il bullo, il cyber-bullo. Se il bullismo è sempre stata una minaccia, immaginiamo quale diventa la libertà d’azione del cyber-bullo, di fronte all’anonimato protetto da internet. Il cyber-bullo che viene in possesso di un’immagine pedopornografica incautamente prodotta, ha in pugno il giovane protagonista, e in un solo secondo potrà mandare questa immagine a un numero sterminato di persone distruggendo socialmente la sua vittima, dopodiché non ci sarà più niente da fare, perché non si potrà più realmente rimediare a questo genere di danno (come non pensare a Carolina Picchio, la ragazzina che qualche mese fa si è suicidata per un’aggressione sui social network...). Si tratta quindi di un tipo di reati che non necessariamente va attribuito alla figura del pedofilo. Quindi, in relazione all’art. 414-bis, se dovessimo dare un giudizio relativo all’adempimento degli impegni assunti con la Convenzione di Lanzarote dovremo dire che in realtà ha fornito una tutela minore, in quanto non include l’istigazione e l’apologia al reato di adescamento, non punisce la legittimazione culturale di questi reati e poi interpreta la figura del “child sex offender” riduttivamente e inesattamente come figura del pedofilo. 

Veniamo all’art. 609-quinquies: corruzione di minorenne  - in questo caso infraquattordicenne - richiesta da entrambi i documenti che prendo in considerazione, quindi sia la Convenzione di Lanzarote che la Direttiva del 2011. Passo nella sezione sui delitti di violenza sessuale; la pena che commina è innalzata, prima andava da sei mesi a tre anni, adesso da un anno a 5 anni. Vengono, inoltre, inserite delle nuove fattispecie di punibilità. 

Il primo comma già apparteneva al nostro Codice Penale e va a punire chiunque compie atti sessuali in presenza di minore di anni 14 al fine di farlo assistere. Quindi, qua, il fine, il dolo specifico, sta semplicemente nel fare assistere il minore agli atti sessuali, e quindi nell’effettuare una corruzione del minore, fine a se stessa, compiendo atti sessuali. Viene ora aggiunta, col secondo comma, una nuova fattispecie: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chiunque fa assistere una persona minore di anni 14 al compimento di atti sessuali, ovvero mostra alla medesima materiale pornografico al fine di indurla a compiere o subire atti sessuali”, quindi non è necessario che il corruttore compia atti sessuali, perché sulla base del secondo comma è sufficiente che mostri atti sessuali o materiale pornografico, ovvero atti sessuali non dal vivo ma ripresi, compiuti da altre persone. Il fine, in questo caso, non può essere solamente quello di fare assistere, ma quello di strappare, essenzialmente, il consenso a compiere o subire atti sessuali. 

In realtà, la Convenzione di Lanzarote e anche la Direttiva del 2011 facevano riferimento al mostrare atti e abusi sessuali, però a fortiori possiamo considerare gli abusi ricompresi nella nozione di atti; tali documenti non prevedevano, invece, specificamente che la corruzione si collegasse al mostrare pornografia, ma, visto che non specificavano che gli atti e abusi dovessero essere mostrare dal vivo, e dato che la pornografia è un mostrare atti sessuali, semplicemente ripresi, questa si può considerare una specificazione del mostrare atti sessuali richiamato dalla Convenzione e dalla Direttiva. Il terzo comma prevede un’aggravante, cioè l’aumento fino alla metà della pena in caso di relazione qualificata tra corruttore e vittima. 

Voglio subito farvi notare una possibile incongruenza tra questo articolo e il precedente art. 609-quater, 3° comma, importante perché quello di corruzione è un reato comune, che può essere quindi compiuto anche dal minorenne. Il terzo comma dell’art. 609-quater costituisce un’eccezione alla presunzione di non consenso del minore, in quanto permette al tredicenne di compiere atti sessuali consensuali con altro minorenne che non abbia più di tre anni di differenza di età (quindi con il tredicenne, quattordicenne, quindicenne e sedicenne), mentre questa stessa eccezione non è prevista in relazione alla corruzione di minorenne. Quindi, il minore che compie atti sessuali davanti a un altro minore (il minore, per esempio, sedicenne o quindicenne, che compie atti sessuali davanti a un minore tredicenne), è punibile. Non è punibile se compie atti sessuali con lui, ma se gli mostra atti sessuali o se gli mostra pornografia lo è. Quindi, sembra non esserci coordinamento tra le due fattispecie: può sembrare paradossale che si possano compiere atti sessuali assieme, ma non si possa, per esempio, compiere un atto di autoerotismo davanti alla tredicenne per indurla a compiere atti sessuali poi assieme. Una svista, o una scelta? La spiegazione dell’apparente paradosso sembra stare nel fatto che il legislatore avrebbe visto nel compimento insieme di atti sessuali una esplicitazione di libertà sessuale positiva del minore vicino all’età del consenso (il tredicenne), attribuendo agli atti sessuali consensuali una valenza positiva di scambio, affettiva, di crescita, mentre invece, evidentemente, non avrebbe ravvisato questa stessa valenza nella visione anaffettiva, voyeuristica e passiva della sessualità altrui. Ma se le cose stanno così, a rigor di logica e di coerenza, dovremmo dedurne che se, prima del compiere atti sessuali consensuali ai sensi del 3° comma dell’art. 609-quater, viene mostrata al minore tredicenne pornografia o atti sessuali, ai termini dell’art. 609-quinquies, allora il consenso di cui all’art. 609-quater 3° comma non dovrà ritenersi genuino, essendo stato preceduto da un atto corruttivo finalizzato a produrre tale consenso, e ciò dovrebbe quindi inficiare la validità del consenso stesso.  

Un’altra nuova norma introdotta dalla l. 172/2012 è l’art. 609-undecies c.p. relativo all’adescamento di minore. In questo caso il minore è l’infrasedicenne, non l’infraquattordicenne, anche se la Convenzione di Lanzarote, e anche la Direttiva del 2011, avevano solo richiesto di tutelare il minore da atti di adescamento fino all’età del consenso sessuale. Quindi, in realtà, con questa norma (e non solo relativamente a questo punto, ma anche relativamente ad altri, come adesso vedremo), il legislatore italiano ha tutelato più di quanto richiesto dalla Convenzione di Lanzarote (mentre con l’art. 414-bis, come abbiamo visto,  ha tutelato di meno). Anche questa è una norma che anticipa la soglia di punibilità, precedendo l’abuso. La pena va da 1 a 3 anni, con la clausola di riserva che non costituisca un reato più grave: l’articolo dice che chiunque, allo scopo di commettere i reati “di cui agli articoli...” e cioè riduzione e mantenimento in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile e detenzione di pornografia minorile, turismo sessuale con minori, violenza sessuale, atti sessuali con minori, corruzione di minorenne, violenza sessuale di gruppo (quindi sono ben 9 fattispecie di reato) adesca un minore di anni 16 è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione da 1 a 3 anni. Per “adescamento” fornisce poi la definizione, che è diversa da quella proposta dalla Convenzione di Lanzarote e anche dalla Direttiva del 2011: “Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici” (e quindi inganni), “lusinghe” (e quindi seduzione), “o minacce” (e quindi costrizione e violenza - praticamente tutto l’armamentario dell’adescatore), “posto in essere anche”, (sottolineo questo “anche”, perché non c’è nella Convenzione di Lanzarote) “mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione”. Quindi la condotta, in questo caso, consiste nel compiere qualunque atto idoneo a carpire (già il termine parla di malafede) la fiducia del minore infrasedicenne attraverso artifici, lusinghe o minacce poste in essere anche attraverso internet. 

Le differenze rispetto alla Convenzione di Lanzarote: innanzitutto la tutela viene elevata fino ai 16 anni e non fino all’età del consenso. 

In secondo luogo, se andiamo a leggere la Convenzione di Lanzarote e la Direttiva del 2011, vediamo che entrambe prevedevano che, per poter definire questo tipo di comportamento come adescamento, l’adescatore dovesse proporre un incontro al minore e questa proposta di incontro dovesse essere seguita da atti concreti volti a realizzare tale incontro. Tutto questo manca nella nostra normativa. Da noi è punito, quindi, anche il semplice adescare attraverso, genericamente, artifici, lusinghe e minacce. Quindi capite che è molto più estesa la tutela che viene data dalla l. 172/2012. Per l’art. 609-undecies non c’è bisogno di proposta e di incontro. E in questo, devo dire, la nostra norma è molto più attenta a rapportarsi alla realtà, alla reale eterogeneità dei comportamenti di adescamento, in quanto non è infrequente che l’adescatore non voglia incontrare necessariamente la vittima in un incontro off-line, ma chieda invece alla vittima di produrre per lui pornografia, anche attraverso la webcam. Come sapete, quello della “cam girl” è oggi un “lavoro” diffuso tra quelli disponibili per ragazze desiderose di guadagnare qualche soldo. Ci sono siti internet specializzati che reclutano ragazze e forniscono al cliente questo tipo di servizio. Ma questo “lavoro” può essere svolto anche senza bisogno dell’intermediazione del sito. L’adescatore potrà quindi chiedere al minore di posare davanti alla webcam o di farsi delle foto pornografiche e di mandargliele, senza, quindi, la necessità, per adescare, che vi sia un incontro off-line. In questo senso, quindi, la tutela predisposta dall’art. 609-undecies è maggiore, ma a ragione, dato che meglio si attaglia a quella che è la varietà delle modalità di adescamento. 

Terzo punto: sia la Convenzione di Lanzarote che la Direttiva 2011/93/UE limitano la fattispecie all’adescamento online. Vi ho sottolineato prima, nella lettura, invece, il fatto che il nostro legislatore inserisce nella norma la parolina “anche”: quindi, punisce non solo l’adescamento online, ma anche quello che può avvenire, ad esempio, sulla panchina del parco, off-line. Di questo, in effetti, nella Convenzione di Lanzarote non se ne parla; tuttavia, nella Direttiva del 2011, nella 19° considerazione e premessa, si incoraggia a perseguire anche l’adescamento off-line. Di conseguenza, che l’intenzione sia stata o meno quella di seguire tale indirizzo comunitario, con l’aggiunta della parola “anche” il legislatore italiano si è anticipatamente adeguato a ciò che è stato richiesto da una Direttiva che dovremo recepire. 

Quarto punto, il dolo specifico è molto più ampio: sono ben 9 le fattispecie di reato ai fini delle quali si può dare adescamento, mentre la Convenzione di Lanzarote e la Direttiva del 2011 chiedevano solamente che il dolo fosse mirato a compiere col minore atti sessuali o a produrre pornografia (e, quindi, a incontrare il minore e, in sua presenza, sfruttarlo per produrre pornografia); la Direttiva chiede, invece, che il dolo possa consistere anche nell’acquistare o farsi mandare dal minore pornografia. Il legislatore italiano, anche rispetto alla Direttiva, ha ampliato di molto la fattispecie considerando, realisticamente, un insieme molto più ampio di fattispecie (ad esempio, anche lo sfruttamento del turismo sessuale) dato che attraverso l’adescamento si possono incentivare anche altri tipi di fenomeni: penso alla baby prostituzione, penso anche a quella che è chiamata “microprostituzione”, che è quella estemporanea che può avvenire tra minori, in cui, in genere, uno adesca un’altra per avere delle prestazioni, ad esempio, nei bagni della scuola (e l’adescatore può essere anche un minore). Quindi il dolo specifico è giustamente molto più ampio e permette di cogliere un’ampia serie di reati. Il timore, d’altro canto, sta nel fatto che sarà molto difficile identificare l’adescatore, a meno che non ci siano denunce dirette, e questo perché - ritorniamo sempre lì - internet permette l’anonimato, permette l’utilizzo di identità multiple, false; addirittura permette il furto di identità, per cui un adescatore potrà anche adescare un bambino fingendo di essere voi, fingendo di avere la vostra identità. Quindi le problematiche sono veramente tante, e anche se c’è la possibilità, effettivamente, di risalire all’IP da cui gli scambi comunicativi provengono, ciò non risolverà il problema dato che l’IP identifica la macchina, ma non, necessariamente, l’utilizzatore della stessa. 

Ultimo punto: contrariamente a quanto richiesto dalla Convenzione di Lanzarote, che chiedeva di punire anche l’istigazione e l’apologia di questo delitto –lo ribadisco– queste non sono punite, e questa è un’omissione rispetto al nostro impegno di ratifica. 

Infine, l’art. 600-ter. Qui siamo nell’ambito delle norme a tutela della libertà sessuale. Prima di questa legge, come ricordava prima la professoressa Bertolino, mancava una definizione di pornografia nel nostro Codice, e la dottrina aveva cercato di sopperire, oscillando tra il far riferimento all’efficacia del materiale sul fruitore e il far riferimento a quella che è la finalità di chi produce la pornografia. In ogni caso si tratta di elementi talmente soggettivi e difficili da cogliere che la relativa conseguente vaghezza era, ed è tuttora, tanta. Anche la giurisprudenza ha cercato di supplire a questo vacuum di definizione facendo riferimento alla decisione quadro del 2004 dell’Unione Europea (ora sostituita dalla Direttiva del 2011) e proponendo di utilizzare la definizione che vedeva come pornografica ogni rappresentazione, con qualsiasi mezzo, di un minore degli anni 18, coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore degli anni 18 per scopi sessuali. Adesso abbiamo una definizione che riprende, quasi con le stesse parole, l’art. 20 secondo comma della Convenzione di Lanzarote per la quale “ai fini di cui al presente articolo per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione con qualunque mezzo di un minore degli anni 18 coinvolto in attività sessuali esplicite reali o simulate” (quindi è molto simile alla definizione che avevamo prima) “o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni 18 per scopi sessuali”. Come al solito, sottolineo le parole-chiave perché che la rappresentazione fosse prodotta “per scopi sessuali” non è esattamente quello che era richiesto dalla Convenzione di Lanzarote. Sia la Convenzione di Lanzarote, che la Direttiva del 2011, che, anche andando indietro, il primo protocollo opzionale alla Dichiarazione di New York sui Diritti del Fanciullo, del 2002, non richiedevano per la definizione di “pornograficità” che queste rappresentazioni avessero scopi sessuali, ma bastava che avessero anche solo scopi “prevalentemente”, “soprattutto”, “preminentemente” sessuali, e quindi rimarcavano tutte un avverbio che nella nostra legislazione non è passato. Le conseguenze di questa omissione potrebbero essere enormi, perché, se vediamo questa omissione come voluta e significativa (ubi lex noluit, tacuit) dovremo ritenere che rappresentazioni pornografiche aventi anche un’altra finalità (e su cosa ci baseremo per capire quale sia la vera finalità, sulle dichiarazioni del reo?), non saranno incriminabili. Se noi dovremo leggere la finalità come non esclusivamente sessuale, perché verrà accampata, per esempio, anche una valenza artistica o educativa, e quindi non solo sessuale (e la finalità, a differenza dall’effetto, attiene alle intenzioni di colui che ha prodotto il materiale, soggetto che difficilmente perderà l’occasione offerta da questa via d’uscita per evitare l’imputazione!), allora buona parte di quello che è pornografia, semplicemente sulla base di definizioni della stessa, magari arbitrarie, date dal suo autore, potrebbe sfuggire alla sanzione ex art. 600-ter. Potrebbe bastare il dire che la finalità non è solo pornografica ma è anche artistica, per esempio, o educativa, pedagogica, politica, di educazione sessuale, o altro, per garantire l’impunità di questo genere di reato. Qui, rispetto a ciò che il legislatore sarebbe stato tenuto a riportare nel nostro ordinamento, manca un avverbio, e questo avverbio fa sentire pesantemente la sua mancanza. 

In realtà, sia il fare riferimento alla finalità che il fare riferimento all’efficacia (e quindi, comunque, sempre, a elementi soggettivi), come dicevo prima, ha anche dei pregi, perché permette di adattare la definizione in maniera sensibile a quello che è il cambiamento del punto di vista comune su ciò che è pornografico: come non vedere che parte di ciò che era considerato pornografico ieri oggi fa solamente sorridere, e non è più considerato tale. Tuttavia, il problema resta quello della vaghezza. Per ovviare a questo, ad esempio, in Inghilterra si utilizza la Scala Copine, che è una scala che gradua (su basi più oggettive, questa volta) la pornografia da 1 a 10, partendo dal nudo non sessualmente finalizzato per arrivare a livello 10 (bestialità e sadismo su minori), in modo da definire, in maniera più legata al dato oggettivo, che cosa sia pornografico. La definizione cui ora siamo vincolati invece, data dal legislatore italiano, fa riferimento alla finalità sessuale, con le possibili conseguenze aberranti e auto-vanificanti che abbiamo visto. 

Veniamo, per chiudere, al confronto tra la nostra disciplina in merito alla pornografia minorile e quanto richiesto dalla Convenzione di Lanzarote. Innanzitutto, sia la Convenzione di Lanzarote che la Direttiva del 2011 lasciavano facoltativo, per gli Stati, l’inserire anche la pornografia virtuale all’interno della definizione interna di pornografia. Come dicevamo prima, questo problema era già stato risolto in precedenza dal nostro legislatore, che aveva deciso di punire anche la pornografia virtuale, a patto, però, che immagini di minori reali facessero parte di questi montaggi. 

In realtà, comunque, la pornografia virtuale è veramente una parte minima del problema. In un articolo che sta per uscire sull’Howard Journal of Criminal Justice si dice che al 99,9% la pornografia che gira sul web non è pornografia virtuale. Una seconda ipotesi facoltativa relativa alla definizione di pornografia concerne la pseudopornografia, richiamata non dalla Convenzione di Lanzarote, ma dalla Direttiva del 2011, che propone come facoltativo l’inserimento nella definizione di pornografia anche di quella avente ad oggetto soggetti maggiori di 18 anni, ma proposti in modo da sembrare dei minori. In Italia questa non è punita. 

La terza ipotesi facoltativa è forse la più interessante: sia la Convenzione di Lanzarote che la Direttiva del 2011 indicano come facoltativo anche il sanzionamento della produzione e del possesso di pornografia purché prodotta e detenuta dai minori stessi col loro consenso (il sexting) e per il loro uso unicamente privato, e, per la Direttiva del 2011 purché nessun abuso sia stato consumato per produrla. Quindi, entrambi i documenti hanno dato libertà di evitare il sanzionamento nei casi di consensualità nella produzione di pornografia. L’Italia, invece, non ha colto mai il suggerimento di far salvi i casi di consensualità, né in questo caso né in altri in cui, come vedremo ora, la Convenzione di Lanzarote e la Direttiva hanno proposto come facoltativa la punizione di forme consensuali di fruizione di pornografia. 

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Professoressa, le chiedo scusa, il tempo è un po’ tiranno anche con lei.  

 

PROF.SSA ANNALISA VERZA  

Infatti sarò velocissima.  

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Sennò non facciamo in tempo con gli altri.  

 

PROF. ANNALISA VERZA 

Ha ragione. Il fatto è che sono veramente tante le cose da dire. 

Quindi, si darà il paradosso per cui, in relazione ad ipotesi di pornografia prodotta consensualmente, avremmo in capo allo stesso soggetto la qualifica di reo e di vittima: il minore che avrà prodotto pornografia sarà anche vittima (di se stesso), e rischierà una pena che, per la produzione, andrà dai 6 ai 12 anni (a cui si aggiungerà, magari, quella per l’eventuale detenzione): una pena, quindi, molto pesante, paragonabile a quella per omicidio colposo. 

Veniamo ora alle principali novità, molto schematicamente, anche perché il tempo è tiranno. Innanzitutto, la nuova formulazione dell’art. 600-ter cambia forma stilistica: adesso le varie fattispecie in cui si concretizza questo reato sono definite analiticamente in numeri progressivi, e questo pone il problema se si possa configurare cumulo di reati qualora in capo allo stesso soggetto siano commesse due o più delle fattispecie comprese nell’art. 600-ter. 

Secondo punto: si aggiunge la fattispecie dello spettacolo pornografico che, come ricordava prima la professoressa Bertolino, prima mancava nel nostro ordinamento in quanto si puniva solamente l’esibizione. Solo che prima l’esibizione era definita come una rappresentazione rivolta ad un pubblico, anche se bastava un solo spettatore. Adesso, pare che invece questa definizione, prima riferita all’esibizione, debba passare a definire lo spettacolo: questo perché, in una delle considerazioni della Direttiva del 2011 (la 8), si definisce lo spettacolo proprio in questi termini. Quindi, probabilmente, l’esibizione passerà, invece, a indicare quella diretta e dedicata ad un solo fruitore, che non è una fattispecie poco importante, dato che è proprio quella in cui si concretizza la tipica esibizione della “cam girl”, attraverso la webcam, in comunicazione col fruitore pagante, di cui parlavo prima. 

Terzo punto: si punisce anche il reclutamento di minori. La definizione di reclutamento la possiamo recepire dalla consolidata giurisprudenza in merito alla legge Merlin, per cui si recluta un minore quando si mette a disposizione di chi ne vuole abusare. 

Quarto punto: non si inserisce nell’art. 600-ter l’ipotesi della costrizione, perché questa diventa, in realtà, un’aggravante, quella della costrizione del minore a posare per spettacoli o esibizioni pornografiche, che va a confluire nell’art. 602-ter terzo comma. 

Gli ultimi due punti, invece, sono quelli - e con questi chiudo - più interessanti; in particolare, in relazione al prossimo punto, a mio parere, è avvenuto veramente un pasticcio, ovvero: la Convenzione di Lanzarote e la Direttiva del 2011, dopo aver parlato di reclutamento ai fini di produzione di spettacoli pornografici, chiedevano anche di punire “il trarre profitto (da tali spettacoli pornografici) e lo sfruttare altrimenti il minore a tali fini”. Cosa è diventato questo nella formulazione adottata nella nostra legge? E’ diventato, sorprendentemente, il sanzionamento di chi dai suddetti spettacoli “trae altrimenti profitto”! Così, il punire chi “sfrutta altrimenti” i minori è caduto, e ne è sopravvissuto solamente l’avverbio “altrimenti”, che è stato però insensatamente applicato al “trarre profitto”, con conseguenti, notevoli problemi interpretativi. Primo, perché questo “trarre altrimenti profitto” è riferito solo agli spettacoli, e le esibizioni non si sa dove siano finite; secondo, perché l’avverbio “altrimenti” qui non significa niente, dato che dire che è punito chi induce il minore a posare per spettacoli ed esibizioni pornografici, e chi “altrimenti” ne ricava profitto, dovrebbe far rimbalzare all’indietro, stando alle regole della logica, questa significanza del trarre profitto, e dovrebbe quindi implicare che anche reclutamento e induzione siano ipotesi lucrative, tipicamente produttive di profitto, cosa che non è vera. 

Non solo, dunque, questa congiunzione qui posizionata non ha valore, e dovrebbe essere considerata francamente ridondante, ma la cosa più importante è che è sparita la norma di chiusura, saggiamente prevista dalla Convenzione e dalla Direttiva del 2011, relativa al punire chi sfrutta minori in altre maniere, maniere che oggi possiamo non immaginare ma che, alla luce dei continui cambiamenti tecnologici, potrebbero diventare importanti domani. Di questa, a parte l’inutile e malpiazzato “altrimenti”, è scomparsa ogni traccia. 

Infine, l’ultimo elemento – e con questo chiudo : al sesto comma si punisce fino a 3 anni (con la stessa pena che si ha per la detenzione) più una multa, anche l’assistere - manca l’avverbio “consapevolmente”, ma probabilmente provvederà la giurisprudenza a interpretare in tale maniera - ad esibizioni o spettacoli in cui siano coinvolti minorenni. 

Come ricordava prima la professoressa Bertolino, questa norma si aggiunge ad altre norme già volte a punire la domanda, oltre che l’offerta, di prostituzione e pedopornografia: avevamo già, tra le norme nate con questa vocazione, l’art. 600-bis 2° comma, che punisce il cliente di prostituzione minorile, e l’art. 600-quater, che punisce la detenzione di pedopornografia. La considerazione 34 della Direttiva del 2011, effettivamente, chiede di scoraggiare e ridurre la domanda di abuso e sfruttamento sessuale dei minori, e quindi di applicare uno sforzo legislativo in tale senso. Tuttavia, sia la Convenzione di Lanzarote che la Direttiva del 2011 lasciavano facoltà di non punire la fattispecie in cui gli spettacoli avvenissero all’interno di una relazione consensuale (di nuovo), tra minori, in cui non avvenissero abusi, mentre l’Italia non ha recepito neanche in questo caso il suggerimento di non infierire qualora non ci sia reale malizia ma consensualità all’interno della produzione di pornografia minorile. 

Ma soprattutto, in relazione alla punizione della domanda, manca il quarto pilastro, quello dell’accedere consapevolmente a materiale pornografico minorile via web, sanzionamento considerato facoltativo dalla Convenzione di Lanzarote, ma non dalla Direttiva 2011/93/UE che, invece, impegna a punire anche chi semplicemente accede a materiale pornografico minorile attraverso internet senza scaricare sul proprio computer le immagini. In Italia, nonostante la Convenzione di Lanzarote avesse suggerito di aggiungere questo reato, è stato scelto di non farlo considerando la facilità con cui gli accessi potevano avvenire in maniera casuale. In realtà, non solo ciò non è più così vero, dato che da un bel po’ di anni la navigazione è cambiata e non propone più, con l’intensità di una volta, aperture pop-up e banner espliciti di rimando a siti pornografici al navigatore che apre siti di tutt’altro genere, ma, soprattutto, la Direttiva del 2011 indicava anche, alla premessa n. 18, un modo semplice per capire quando gli accessi non sono casuali. Essa, cioè, suggeriva di fare riferimento al fatto che questi siano ricorrenti, o che avvengano attraverso siti a pagamento (tutti casi nei quali diventa un po’ difficile invocare la casualità dell’accesso). Nonostante ciò, per ora, l’Italia ha scelto di non accogliere questo tipo di fattispecie nel codice penale e di non sanzionarla, ragion per cui, fino a che la Direttiva del 2011 non sarà recepita (sperando che il legislatore colga allora l’occasione per sistemare anche gli altri punti rispetto ai quali non ha pienamente adempiuto all’obbligo di ratifica), sarà possibile, per il child sex offender, visualizzare liberamente on line pedopornografia e pornografia minorile, attraverso, magari, la modalità pay-per-view, e senza scaricare i file nel suo computer, nella più totale garanzia dell’impunità.

 

 

AVVOCATO RENATO ALBERINI 

Dispiace sempre intervenire per richiamare il fattore tempo, ma purtroppo sono molti gli interventi e l’orario di chiusura è previsto per le sette, quindi non volevo andare oltre. Grazie comunque delle sue indicazioni e delle premesse soprattutto più attinenti alla materia nella quale insegna, che sono effettivamente molto allarmanti e sconvolgenti per certi aspetti che lei ha bene evidenziato. 

Interviene ora il collega, l’Avvocato Fabrizio Sardella del Foro di Milano, qui, suo malgrado, con pochissimo preavviso in sostituzione del professor Mario Zanchetti. A lei l’onere di questo intervento, richiamandola fin d’ora al rispetto del fattore tempo. 

Grazie.

AVVOCATO FABRIZIO SARDELLA 

Ringrazio molto il Presidente e la Camera di Venezia per avermi accolto in sostituzione, indegna, del professor avvocato Mario Zanchetti. 

Sul tema oggetto del mio intervento, ho preparato alcune slides attraverso le quali ho cercato di analizzare, in chiave difensiva, alcune norme che sono state introdotte e/o modificate dalla Legge 172 del 2012 (entrata in vigore il 23 ottobre 2012), la quale ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, sottoscritta a Lanzarote in data 25 ottobre 2007. 

Avvicinandomi a questa materia, non ho potuto esimermi dalla lettura della Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa, nel Comitato dei ministri, il 12 luglio 2007, aperta alla firma il 25 ottobre 2007 e sottoscritta dal nostro paese (che, fra l’altro ha dato un grosso contributo alla stesura del testo) il 7 novembre dello stesso anno. La Convenzione, seppur presentando alcune lacune, non solo rappresenta una pietra miliare in materia di reati sessuali a danno dei minori, ma fissa dei principi validi per tutto il diritto minorile e la cultura minorile in generale. Un primo indice positivo già si evince nella Premessa della stessa, nella quale si afferma che: “Il benessere e l’interesse superiore dei bambini sono valori fondamentali condivisi da tutti gli Stati membri e devono essere promossi senza alcuna discriminazione”

Tutto ciò è già stato approfondito nei precedenti interventi. Mi permetto di evidenziare come la Convenzione di cui è parola, nasca come espressione fondamentale dell’attenzione che il Consiglio d’Europa, da sempre, riserva alle politiche sulla tutela dei minori e, quale manifestazione dell’impegno che questo organismo richiede agli Stati membri nella tutela dei diritti dei più piccoli. Essa costituisce il primo strumento giuridico internazionale teso alla prevenzione ed alla criminalizzazione, da parte degli Stati firmatari, di ogni forma di abuso e sfruttamento sessuale sui bambini. In tal senso essa è stata concepita come uno strumento di natura talmente vincolante per i Paesi firmatari da rappresentare un effettivo valore aggiunto rispetto agli strumenti già applicati. 

In data 19 settembre 2012 il Parlamento italiano ha ratificato la Convenzione consentendo al nostro Paese di avviare il processo di allineamento al testo convenzionale. Ciò ha comportato delle modifiche significative al Codice penale ed al Codice procedurale italiano. A titolo puramente esemplificativo vi è stato un inasprimento delle pene per chi si macchia di alcuni dei reati sessuali previsti a danno di un minore, ad integrazione delle disposizioni molto avanzate già presenti per il contrasto al fenomeno.

Sono numerose le novità introdotte nell’ordinamento italiano a seguito dell’entrata in vigore della legge numero 172 del 2012. In particolare: 

il nuovo articolo 609 undecies del Codice penale, prevede “l’adescamento di minorenni”. La fattispecie consiste in un qualsiasi atto volto a carpire la fiducia di un minore di anni sedici attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet (il cosiddetto grooming) o di altre reti o mezzi di comunicazione atti a commettere i reati connessi all’abuso ed allo sfruttamento sessuale dei minori; 

le nuove condotte introdotte ad integrazione del reato di “prostituzione minorile” tra le quali il “reclutamento alla prostituzione di un minore, gestione, controllo ed organizzazione della prostituzione di un minore” anche al fine di contrastare lo sviluppo di nuovi fenomeni come, ad esempio, il turismo sessuale con minori; 

il raddoppio dei termini di prescrizione per i reati di abuso sessuale e sfruttamento sessuale dei minori;

il reato di “istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia.” Esso si configura nella condotta di chi, con qualsiasi mezzo e con qualsiasi forma di espressione, pubblicamente istiga a commettere, in danno di minorenni, uno o più delitti di quelli previsti nel Codice penale; 

l’ampliamento della gamma di reati a danno dei minori rispetto ai quali non si può più dichiarare di non essere a conoscenza della minore età della persona offesa, grazie al principio dell’inescusabilità dell’ignoranza dell’età della persona offesa, il cui limite è stato innalzato ai diciotto anni; 

la modifica della fattispecie di “corruzione di minorenne” (articolo 609 quinquies Codice penale): la novella legislativa prevede un inasprimento delle pene per chi compie atti sessuali in presenza di un minore di anni quattordici “al fine di farlo assistere” e sanziona la condotta di far assistere il minore stesso al compimento di atti sessuali o il mostrare materiale pornografico a un minore di quattordici anni al fine di indurlo a compiere o a subire atti sessuali; 

l’opportunità per i minori vittime di essere assistiti in ogni fase del procedimento giudiziario dal supporto emotivo e psicologico di operatori, di comprovata esperienza, legittimati ad operare per sostenerli e curarli; 

il “trattamento psicologico per i condannati dei reati sessuali in danno di minori”, con l’obiettivo di garantirne il recupero e ridurre i casi di rischio di recidiva.

Ed ancora, a dimostrazione del processo di integrazione degli ordinamenti verso i quali è oggi necessario ed inevitabile tendere, la citata ratifica della Convenzione di Lanzarote fornisce una definizione di pornografia minorile ispirata a quella contenuta nel Protocollo opzionale alla Convenzione ONU per i diritti del bambino sulla vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pedopornografia: "per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali."

All’interno di questa Convenzione, esistono una serie di precetti disciplinanti principi programmatici che, a parer mio, debbono costituire la chiave di lettura delle norme così come sono state oggi innovate all’interno del nostro Codice Penale e di Procedura Penale. I capitoli che riguardano le misure preventive, così definite dalla Convenzione, ci indicano la necessità di evitare, in ogni modo, lo sfruttamento dei bambini. Detto assunto deve guidarci nell’esegesi delle norme in commento. 

A monte, è indubbia l’importanza di un’adeguata selezione ed un’idonea formazione delle persone che andranno a lavorare con i bambini. Uno degli elementi cardine consiste nell’ individuazione dei segni caratterizzanti il soggetto pedofilo in modo da poter intervenire preliminarmente, cercando così di non addivenire all’estrema ratio del diritto penale. Bisogna, inoltre, istruire i bambini sui rischi relativi al loro sfruttamento, una volta raggiunta la necessaria maturità per poter correttamente comprendere detto concetto. 

Questi principi generali debbono servirci come faro per l’interpretazione delle norme oggetto di attenzione, in un quadro di generale inasprimento delle disposizioni contro lo sfruttamento sessuale dei minori.

Entriamo ora più nel dettaglio della legge 172 del 2012 e delle modifiche che la stessa ha apportato nel nostro Codice penale.

I primi due articoli della legge 172 del 2012 sono dedicati all'autorizzazione alla ratifica della Convenzione (articolo 1) e all'ordine di esecuzione (articolo 2). L'articolo 3 individua nel Ministero dell’Interno l’autorità nazionale responsabile in relazione alla registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali rinviando alla disciplina prevista dalla Legge 85 del 2009, di ratifica del Trattato di Prum.

Il Capo II della legge detta le disposizioni di adeguamento dell'ordinamento interno. Fra queste spicca l'articolo 4 che prevede rilevanti novelle al Codice penale.

Il primo articolo oggetto dell’odierna analisi è l’articolo 157 del Codice penale: “Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere.” 

L'articolo 4, primo comma, lettera a) della Legge del 1 ottobre 2012, numero 172 ha aggiunto un secondo periodo all'articolo 157, sesto comma, ai sensi del quale i termini di prescrizione sono raddoppiati anche per i delitti contro la personalità individuale di cui al Libro II, Titolo XII, Capo III, Sezione I, del Codice penale, nonché per i delitti di cui agli articoli 572, 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, salvo che risulti la sussistenza delle circostanze attenuanti di cui all'articolo 609 bis, 3° co. ovvero all'articolo 609 quater, quarto comma.

Dunque, la lettera a) dell'articolo 4 interviene sulla disciplina della prescrizione del reato (articolo 157 del Codice penale) prevedendo che per alcune ipotesi di reato, ulteriori rispetto a quelle già previste dal Codice, i termini di prescrizione siano raddoppiati. Aggiungendo un periodo nel sesto comma del citato articolo 157, la legge prevede il raddoppio dei termini necessari a prescrivere il reato per le seguenti fattispecie:

maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli;

riduzione o mantenimento in schiavitù (articolo 600), prostituzione minorile (articolo 600 bis), pornografia minorile anche “virtuale” (articolo 600 ter e articolo 600 quater primo comma), detenzione di materiale pornografico (articolo 600 quater), turismo sessuale (articolo 600 quinquies), impiego di minori nell’accattonaggio (articolo 600 octies), tratta di persone (articolo 601), acquisto ed alienazione di schiavi (articolo 602), intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (articolo 603 bis); 

violenza sessuale semplice e di gruppo (articoli 609 bis e 609 octies), atti sessuali con minorenne (articolo 609 quater), corruzione di minorenne (articolo 609 quinquies) a meno che non si tratti di fattispecie la cui gravità è ridotta.

Altre innovazioni importanti sono contenute nell’articolo 416 del Codice penale, rubricato “Associazione per delinquere”. 

La Legge numero 172 ha introdotto il settimo comma che, analogamente a quanto previsto al sesto comma della norma, fissa pene più severe quando l'associazione è diretta a commettere ai danni di un minore degli anni diciotto uno dei delitti previsti agli articoli 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater primo comma, 600 quinquies, 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 609 undecies.

Sembra essere stata creata una norma speciale rispetto a quella descritta dal primo comma. 

Dunque, la lettera c) novella la fattispecie di associazione a delinquere, prevista dall’articolo 416 del Codice penale, aggiungendovi un comma in relazione ai seguenti delitti sempre previsti dal Codice:

prostituzione minorile (articolo 600 bis); 

pornografia minorile (articolo 600 ter);

detenzione di materiale pornografico (articolo 600 quater);

pornografia virtuale (articolo 600 quater primo comma);

turismo sessuale (articolo 600 quinquies);

violenza sessuale (articolo 609 bis) in danno di minorenne;

atti sessuali con minorenne (articolo 609 quater);

corruzione di minorenne (articolo 609 quinquies);

violenza sessuale di gruppo (articolo 609 octies) in danno di minorenne;

adescamento di minorenne (articolo 609 undecies del Codice penale);

I partecipanti all’associazione a delinquere sono soggetti alla reclusione da 2 a 6 anni mentre i capi, gli organizzatori, i promotori ed i costitutori dell’associazione sono soggetti alla reclusione da 4 a 8 anni. 

Si ricorda che tali sanzioni scatteranno al semplice costituirsi dell’associazione, anche se i suddetti delitti non saranno poi effettivamente commessi; se invece i delitti sono commessi, gli autori materiali risponderanno del reato di associazione per delinquere, in concorso con il reato in oggetto.

Un ulteriore importante cambiamento, soprattutto per le conseguenze sanzionatorie, è quello che è stato introdotto nell’articolo 583 bis del Codice Penale “Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili”. 

L'articolo 4, primo comma, lettera f), della Legge 1 ottobre 2012, numero 172, ha aggiunto il quarto comma il quale stabilisce che la condanna ovvero l'applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell'articolo 444 del Codice di procedura penale per il reato di mutilazione degli organi genitali femminili comporta, qualora il fatto sia commesso dal genitore o dal tutore, le pene accessorie della decadenza dall'esercizio della potestà genitoriale, se il delitto è commesso dal genitore, e della interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente all'amministrazione di sostegno, alla tutela ed alla cura (già contemplate dall'articolo 602 bis, del quale è stata contestualmente disposta, alla lettera n), l'abrogazione), se commesso dal tutore. 

La Legge numero 172 ha provveduto, fra l'altro, alla riorganizzazione della disciplina della confisca e delle pene accessorie applicabili a tali reati, prima contenuta integralmente nell'articolo 600 septies. La norma di riferimento della Convenzione di Lanzarote è l'articolo 27, secondo comma, per quanto riguarda le pene accessorie, e terzo comma, per quanto concerne la confisca. La disciplina delle pene accessorie, arricchita dalla previsione di nuove misure, è stata trasferita nel nuovo articolo 600 septies secondo comma. La disciplina della confisca è stata mantenuta all’interno dell’articolo 600 septies, il cui previgente primo comma è stato, tuttavia, integralmente sostituito.

Il testo attuale, infatti, stabilisce che, nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell'articolo 444 del Codice di procedura penale, per i delitti contro la personalità individuale, nonché dall’ articolo 609 bis, quando il fatto è commesso in danno di un minore di anni diciotto - o il reato è aggravato dalle circostanze di cui all'articolo 609 ter, primo comma, numeri 1), 5) e 5 bis), e 609 undecies - è sempre ordinata, salvi i diritti della persona offesa alle restituzioni ed al risarcimento dei danni, la confisca dei beni che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato. Ove essa non sia possibile, il giudice dispone la confisca di beni di valore equivalente a quelli che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato e di cui il condannato abbia, anche indirettamente o per interposta persona, la disponibilità. Si applica il terzo comma dell'articolo 322 ter.

Dunque la Legge del 2012 introduce nuove fattispecie nelle quali la confisca è obbligatoria. Viene introdotta anche una attenuante nuova, quella del 600 septies primo comma “Circostanza attenuante”, che cita: “La pena per i delitti di cui alla presente sezione (sezione I, delitti contro la personalità individuale) è diminuita da un terzo fino alla metà nei confronti del concorrente che si adopera per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti.” 

La Legge 1 ottobre 2012, numero 172 ha contestualmente abrogato il previgente articolo 600 sexies e riformulato nel testo dell'articolo 600 septies primo comma, la circostanza attenuante già prevista nell'articolo 600 sexies, quinto comma volta a incentivare, attraverso l'offerta di una importante riduzione della pena, le condotte di collaborazione con l'autorità giudiziaria. 

L'articolo 600 septies primo comma prevede, infatti, una diminuzione di pena da un terzo alla metà nei confronti del concorrente che: 

  1. a) si adoperi per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori; 
  2. b) aiuti concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti. 

Rispetto alla formulazione dell'articolo 600 sexies, quinto comma, le condotte rilevanti per l'attenuazione di pena sono considerate disgiuntamente («ovvero») ed è, pertanto, sufficiente la realizzazione soltanto di una di esse. La previgente disposizione prevedeva, invece, che l'autore del reato dovesse adoperarsi per evitare che l'attività delittuosa fosse portata a conseguenze ulteriori, “aiutando concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi”. È stata, inoltre, eliminata la rilevanza, ai fini dell'applicazione dell'attenuante, dell'aiuto prestato nella raccolta di prove decisive per la ricostruzione dei fatti ovvero per la sottrazione di risorse rilevanti alla consumazione dei delitti. L'attenuante è applicabile a tutti i delitti contro la personalità individuale. Essa non è più applicabile, come invece era previsto nell'articolo 600 sexies, quinto comma, all'associazione per delinquere diretta a commettere taluno dei delitti previsti al sesto comma dell'articolo 416.

Quindi è una applicazione specifica della teoria detta “dei ponti d’oro” che il nostro Codice Penale accoglie nella parte generale e che qui trova la sua estrinsecazione più compiuta. Essa consiste in un meccanismo di incentivazione, basato sul criterio secondo il quale l’indagine penale ha più successo quando proprio uno dei presunti pedofili o una persona appartenente a tale rete denuncia o collabora, anche se in maniera involontaria, alla scoperta della rete esistente tra questi soggetti. Tale norma intende incentivare la delazione e la cessazione delle conseguenze lesive nei confronti dei minori. La pena è diminuita anche per coloro i quali aiutano concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta delle prove decisive per l’individuazione o la cattura dei concorrenti. L’idea sottesa è quella di incentivare il delatore e colui che in qualche modo è nella rete dei pedofili ad introdurre la Polizia giudiziaria per frenare l’avveramento di reati. 

La Legge di cui è parola ha introdotto ex novo il secondo comma dell’articolo 600 septiesPene accessorie”.

L’articolo 600 septies secondo comma disciplina le pene accessorie. In particolare, se in precedenza alla condanna (o al patteggiamento della pena) per uno dei delitti contro la personalità individuale conseguiva l'interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole o in strutture frequentate prevalentemente da minori, la legge prevede invece per tali delitti e per il delitto di cui all’articolo 414 bis (istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia), le seguenti conseguenze:

perdita della potestà genitoriale, quando la qualità di genitore costituisce un’aggravante del reato;

interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela o all'amministrazione di sostegno;

perdita del diritto agli alimenti ed esclusione dalla successione della persona offesa (primo comma);

l’interdizione perpetua, nel caso di condanna all’ergastolo o alla reclusione per un tempo non inferiore a 5 anni (ai sensi dell’articolo 29 del Codice penale);

l’interdizione per 5 anni, nel caso di condanna alla reclusione da 3 a 5 anni;

l’interdizione temporanea per i casi - residuali rispetto alle altre due ipotesi - di condanna alla reclusione per un tempo inferiore ai 3 anni. Non essendo indicata la durata dell’interdizione temporanea, si applica l’articolo 37 del Codice penale in base al quale, ove non specificato, la pena accessoria ha una durata eguale a quella della pena principale inflitta;

interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture frequentate abitualmente da minori. Il presupposto di questa pena accessoria è che il delitto sia commesso in danno di minori;

chiusura degli esercizi la cui attività risulta finalizzata ai delitti, revoca della licenza d'esercizio o della concessione o dell'autorizzazione per le emittenti radiotelevisive.

Sono stati aggiunti anche i commi da 3 a 8 dell’articolo 602 ter del Codice penale Circostanze aggravanti.

Con la Legge 1 ottobre 2012, numero 172 il legislatore ha provveduto ad un generale riordino delle circostanze aggravanti previste per i delitti contro la personalità individuale commessi ai danni dei minori, individuando nell'articolo 602 ter la norma deputata a contenere le circostanze aggravanti previste per tali reati, oltre che quelle già previste per i delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602.

La Legge numero 172 introduce nell'articolo 602 ter cinque circostanze aggravanti, in parte già previste nel previgente articolo 600 sexies, in parte di nuova formulazione. 

La disciplina complessiva è assai severa sia per l'introduzione di nuove aggravanti, sia per l'entità degli aumenti di pena previsti, incrementati rispetto alla normativa previgente, sia, infine, per l'estensione della deroga al bilanciamento tra circostanze, di cui all'ultimo comma dell'articolo in esame, a tutte le aggravanti previste nella Sezione I del Capo III del Titolo XII del Libro II del Codice.

La prima aggravante - contenuta al terzo comma dell'articolo 602 ter e già prevista al terzo comma dell'articolo 600 sexies - tratta la commissione del delitto di prostituzione minorile (articolo 600 bis, primo comma) e pornografia minorile (articolo 600 ter), con violenza o minaccia. La circostanza che, mentre nella formulazione previgente comportava l'aumento fino ad un terzo della pena inflitta, ora determina un inasprimento della pena nella misura compresa tra un terzo e la metà.

La seconda aggravante, di nuova introduzione, prevede l'aumento da un terzo alla metà della pena per il delitto di prostituzione minorile (articolo 600 bis, primo e secondo comma), di pornografia minorile (articolo 600 ter, primo comma) e di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (articolo 600 quinquies), se il fatto è commesso approfittando della situazione di necessità del minore.

La terza aggravante comporta l'aumento dalla metà ai due terzi della pena prevista per i delitti di prostituzione minorile (articolo 600 bis, primo e secondo comma), di pornografia minorile (articolo 600 ter) e di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (articolo 600 quinquies), nonché per i delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602, se il fatto è commesso nei confronti di un minore degli anni sedici. L'aggravante era già prevista dal primo comma dell'articolo 600 sexies ma riguardava la commissione del fatto in danno di un minore degli anni quattordici e prevedeva l'aumento da un terzo alla metà.

La quarta aggravante, di nuova formulazione, prevede un aumento di pena dalla metà ai due terzi, nei casi previsti agli articoli 600 bis, primo comma, 600 ter, 600, 601, 602, se il fatto è commesso mediante somministrazione di sostanze alcoliche, narcotiche, stupefacenti o comunque pregiudizievoli per la salute fisica o psichica del minore, nonché nel caso in cui il fatto sia commesso nei confronti di tre o più persone.

L'ultimo comma della norma introduce una deroga all'articolo 69 c.p., in tema di giudizio di bilanciamento tra circostanze eterogenee, poiché stabilisce che tutte le circostanze aggravanti previste nella sezione concernente i delitti contro la libertà personale debbano essere ritenute prevalenti rispetto alle circostanze attenuanti concorrenti, diverse da quelle previste agli articoli 98 e 114. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall'aumento conseguente alle predette aggravanti.

Dunque, la lettera o) modifica l’articolo 602 ter del Codice penale (che attualmente riguarda le sole aggravanti della tratta di persone) inserendovi la disciplina delle circostanze aggravanti dei delitti contro la personalità individuale.

La lettera p), introdotta dal Senato, nel corso dell'esame in seconda lettura, inserisce l’articolo 602 quater, con il quale dispone che in caso di commissione di uno dei delitti contro la personalità individuale in danno di minorenne il colpevole non potrà invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa, con l’eccezione dell’ignoranza inevitabile. Un intervento nel senso di attribuire rilievo all’ignoranza inevitabile, attraverso una novella all’articolo 609 sexies (che riguarda i delitti di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni e corruzione di minorenne), è operato dalla lettera t) che, inoltre, alza il limite di età della persona offesa la cui ignoranza è inescusabile, portandola dai 14 anni ai 18 anni. 

Il testo dell'articolo 609 sexies del Codice penale in vigore prima della legge 172 del 2012 prevedeva che il colpevole dei delitti di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne, corruzione di minorenne e violenza sessuale di gruppo in danno di un minore di anni quattordici, non potesse invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa. L’inescusabilità dell’ignoranza dell’età della persona offesa riguardava, dunque, solo alcuni delitti commessi in danno di minore degli anni 14. La legge modifica questa disciplina attraverso due interventi:

introduzione nella sezione “Dei delitti contro la personalità individuale” (articoli 600 e 604) dell’articolo 602 quater, che prevede che, in caso di commissione di uno di tali delitti in danno di minorenne, il colpevole non potrà invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa. Si prevede l’eccezione dell’ignoranza inevitabile;

sostituzione dell'articolo 609 sexies con inserimento nella disposizione del richiamo al delitto di adescamento di minorenne; innalzamento dell'età della persona offesa, la cui ignoranza è inescusabile, portandola da meno di 14 a meno di 18 anni; previsione della ignoranza inevitabile. 

Dunque, la lettera l) dell'articolo 4 sostituisce l’articolo 600 septies del Codice penale, originariamente inerente alla confisca ed alle pene accessorie in caso di condanna per delitti contro la personalità individuale (articoli 600 e 604 del Codice penale), e anche per i delitti di natura sessuale in danno di minori, per dedicare questa disposizione del Codice penale esclusivamente alla confisca, eliminando dunque ogni riferimento alle pene accessorie, di cui si occupa il successivo articolo 600 septies secondo comma. La legge dispone che la confisca si applica non solo ai delitti contro la personalità individuale, ma anche ai delitti di violenza sessuale commessi in danno di minori o aggravati dalle circostanze indicate e riguarda:

i beni che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato (ex articolo 240 del Codice penale) ovvero,

i beni di valore equivalente a quelli che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato e di cui il condannato abbia, anche indirettamente o per interposta persona, la disponibilità.

In virtù del richiamo all’articolo 322 ter, terzo comma, del Codice penale, spetterà al giudice, con la sentenza di condanna, determinare le somme di denaro o individuare i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato ovvero in quanto di valore corrispondente al profitto o al prezzo del reato.

Quindi, la lettera m) inserisce due nuovi articoli nel Codice penale, relativi rispettivamente alle circostanze attenuanti ed alle pene accessorie. In particolare, l’articolo 600 septies primo comma prevede un’unica circostanza attenuante dei delitti contro la personalità individuale (articoli 600 e 604 del Codice penale) facendo sì che la pena possa essere diminuita da un terzo fino alla metà a colui che, concorrente nel reato, si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori o fornisce elementi concreti alle autorità per l'individuazione o la cattura di uno o più autori del reato (tale attenuante era precedentemente prevista dall’articolo 600 sexies, quinto comma).

Altro effetto interessante della Legge numero 172 è la sua ultraterritorialità, oggi estesa direi al novero dei reati di violenza. L’articolo 604 del Codice Penale “Fatto commesso all'estero” stabilisce che tutte le disposizioni contro la personalità individuale si applicano quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano, anche, ovvero in danno di cittadino italiano, ovvero dallo straniero in concorso con cittadino italiano. 

Copre, quindi, un ventaglio di possibilità che superano le classiche ipotesi di applicazione nel nostro diritto penale.

L’articolo 5 della Legge 172 reca varie modifiche al Codice di procedura penale, alcune delle quali in funzione di coordinamento della disciplina processuale con le modifiche apportate al Codice penale.

In particolare:

il numero 1) della nuova lettera a) attribuisce la competenza anche sul reato di associazione a delinquere di cui al settimo comma dell'articolo 416 del Codice penale (introdotta dalla lettera c) del comma 1 dell'articolo 4 della legge) alle procure 

la lettera e) novella l’articolo 380 del Codice penale inserendo nel catalogo dei delitti per i quali è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza la fattispecie di atti distrettuali antimafia;

la lettera b) interviene in materia di allontanamento dalla casa familiare, attraverso l’ampliamento del catalogo dei delitti che possono comportare l’adozione di tale misura a prescindere dai limiti edittali di pena; 

le lettere c), d) ed f) novellano gli articoli 351, 362 e 391 bis del Codice penale (in tema di informazioni assunte nel corso delle indagini preliminari rispettivamente dalla polizia giudiziaria, dal Pubblico Ministero e dal difensore) prevedendo che nei procedimenti per delitti di sfruttamento sessuale dei minori, di tratta di persone, di violenza sessuale e di adescamento di minori, l’assunzione delle informazioni da minorenni avvenga con l’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile;

sessuali con minorenne di cui all’articolo 609 quater, primo comma; 

le lettere g) e h) intervengono sull’istituto dell’incidente probatorio con riferimento ai presupposti (articolo 392, del Codice penale) ed alle modalità di svolgimento (articolo 398 del Codice penale), in particolare inserendo tra i delitti che consentono il ricorso a questo mezzo di acquisizione della prova la nuova fattispecie di adescamento di minorenni; 

la lettera i) novella l’articolo 407 del Codice penale, integrando con il reato di commercio di materiale pornografico minorile (articolo 600 ter) il catalogo dei reati per i cui procedimenti la durata massima delle indagini preliminari è di due anni; 

la lettera l) interviene sulla disciplina del patteggiamento (articolo 444 del Codice penale) per escluderne l’applicazione per tutte le ipotesi di prostituzione minorile, definite dall’articolo 600 bis del Codice penale.

L’articolo 444 del Codice penale “Applicazione della pena su richiesta” si è visto modificare il comma 1 bis dalla Legge 172 come segue: “sono esclusi dall'applicazione della pena su richiesta i procedimenti per i delitti di cui all'articolo 51, commi 3 bis e 3 quater, i procedimenti per i delitti di cui agli articoli 600 bis, 600 quater, primo, secondo, terzo e quinto comma, 600 quater, secondo comma, 600 quater primo comma, relativamente alla condotta di produzione o commercio di materiale pornografico, 600 quinquies, nonché 609 bis, 609 ter, 609 quater e 609 octies del Codice penale, nonché quelli contro coloro che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali e per tendenza, o recidivi ai sensi dell'articolo 99, quarto comma, del Codice penale, qualora la pena superi due anni soli o congiunti a pena pecuniaria.”

Sono, dunque, esclusi dall’area patteggiabile, anche ai sensi del patteggiamento allargato, tutti i reati di pedopornografia ed i reati di violenza sessuale a danni di minore. 

La Legge 172 ha aggiunto il quinto comma all’articolo 391 bis del Codice penale “Colloquio, ricezione di dichiarazioni ed assunzione di informazioni da parte del difensore”. Il Difensore quando assume informazioni da persone minori si avvale dell’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria. Questa formulazione attuale e sintetica, pone un obbligo importantissimo a carico del difensore.

Le lettere c), d) ed f) dell’articolo 5 novellano gli articoli 351, 362 e 391 bis del Codice di procedura penale, in tema di informazioni assunte nel corso delle indagini preliminari rispettivamente dalla polizia giudiziaria, dal Pubblico Ministero e dal difensore. In particolare, le novelle inseriscono nelle tre disposizioni del Codice di rito un ulteriore comma volto a prevedere che nei procedimenti per delitti di sfruttamento sessuale dei minori (articoli 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater primo comma e 600 quinquies), di tratta di persone (articoli 600, 601 e 602), di violenza sessuale (articoli 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies) e di adescamento di minori (articolo 609 undecies), se la polizia giudiziaria o il pubblico ministero o il difensore devono assumere informazioni da minorenni, occorre che procedano con l’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile. Anche se le informazioni sono assunte dalla polizia, sarà il Pubblico Ministero a nominare l’esperto.

L'articolo 5, primo comma, lettera g della Legge 172 riscrive il primo comma bis dell'articolo 392 del Codice penale “Casi”, aggiungendo un'ulteriore fattispecie all'elenco dei delitti nei cui procedimenti può essere avanzata richiesta di incidente probatorio per l'assunzione della testimonianza di un minorenne ovvero della persona offesa maggiorenne. Ciò indipendentemente dalla sussistenza di una situazione di non rinviabilità od inquinamento probatorio.

Come è noto, infatti, l'incidente probatorio è un meccanismo di raccolta anticipata della prova esperibile solo alle condizioni e nei casi stabiliti dalla legge al fine di scongiurare il rischio di dispersione di dati che saranno, poi, rilevanti per la decisione dibattimentale. Il legislatore ha effettuato un contemperamento tra esigenze contrastanti: da un lato, quella che tende a tutelare la persona offesa o il minore dallo stress da deposizione al processo e che mira a preservare un controllo sulla credibilità ed attendibilità della deposizione dalla stessa fornita in un momento in cui la memoria non ha ancora subito quelle deformazioni che inevitabilmente conseguono al passare del tempo; da un altro lato, quella volta a consentire all'indagato il rispetto integrale degli essentialia del processo accusatorio. Contemperamento che, da un punto di vista logico ancor prima che di politica criminale, presuppone una scelta a favore dell'esigenza considerata maggiormente meritevole di tutela. Così, anche a seguito delle modifiche introdotte dal legislatore del 2012, l'incidente probatorio non è più ancorato a quei rischi in qualche modo impliciti nella qualità (minore dei 16 anni) del teste, bensì alla precisa scelta di anticipare, nei procedimenti per i reati in questione, la formazione della prova, sottraendola all'immediatezza con il giudice della decisione. 

Le lettere g) e h) intervengono sull’istituto dell’incidente probatorio con particolare riferimento ai suoi presupposti (articolo 392, del Codice penale) ed alle modalità di svolgimento (articolo 398, del Codice penale). In particolare, la lettera g) interviene sull’articolo 392, comma 1 bis inserendo nel catalogo dei delitti che consentono il ricorso a questo mezzo di acquisizione della prova la nuova fattispecie di adescamento di minorenni (nuovo articolo 609 undecies). Analogo intervento viene operato dalla lettera h) sull’articolo 398, comma 5 bis.

L’Avvocato deve esporre le sue strategie: si tratta, in altri termini, di una discovery (difensiva) anticipata, imposta sin dal momento delle indagini. In particolare dallo svolgimento dell’incidente probatorio. Il giudice ha l’obbligo di disporre l’incidente probatorio indicando nell’ordinanza il luogo, il tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere. Non solo, dovrà individuare un luogo in particolare, anche diverso dal Tribunale, un luogo protetto. Le dichiarazioni testimoniali debbono essere documentate integralmente con mezzi di produzione fonografica o audiovisiva, quindi deve essere un incidente probatorio con delle forme specifiche. Qualora non ci sia la possibilità si deve provvedere con le forme della perizia ovvero della consulenza tecnica. Diventerà davvero una anticipazione tout court di quelli che sono gli elementi centrali del futuro dibattimento. Per chi svolge il mestiere di Avvocato, il processo vero si sposterà in un momento antecedente a quello del dibattimento. 

Conclusivamente, come afferma De Martino, si auspica che l'introduzione della Direttiva 2012/29/UE, recante "norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la Decisione quadro 2001/220/GAI", possa costituire un utile raffronto nell'applicazione ed interpretazione della legge 172 del 2012, trattandosi di fonti normative che tendono alla tutela della vittima, con un focus specifico in tema di difesa di minori offesi da reati di sfruttamento e di abuso sessuale. 

Grazie a tutti per l’attenzione.

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Grazie collega. Grazie soprattutto anche di avere contenuto il suo intervento. So che poi tra l’altro lei ci dovrà lasciare tra poco perché ha un treno, per cui la salutiamo fin d’ora. 

Ultimo intervento, Dottoressa Maria Monteleone, intanto mi scuso se abbiamo dovuto anticipare l’intervento del collega ma aveva l’impegno di prendere un treno e non poteva perderlo assolutamente. A lei l’onore e l’onere di chiudere. 

Dottoressa Monteleone, Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, quindi particolarmente qualificato a vedere se ci può dare qualche suggerimento, qualche indicazione e qualche risposta alle tante domande che sono emerse. Grazie.  

 

DOTT.SSA MARIA MONTELEONE  

Ringrazio, anzitutto, la Camera Penale veneziana per il gentile invito, ma anche per la scelta della “sostanza” del nostro incontro, ossia per i contenuti tematici che questa meritoria iniziativa mira ad approfondire, tangibile dimostrazione di interesse e di sensibilità per una grave forma di criminalità - l’abuso sui minori - e di attenzione per le vittime, tema sul quale si sono intrattenuti anche i relatori che mi hanno preceduta e che deve orientarci nell’interpretazione ed applicazione delle nuove norme, alla luce di un obiettivo imprescindibile per tutti gli operatori coinvolti professionalmente in vicende di questo genere: è necessario assicurare la massima protezione psico-fisica del minore, garantire tutte le prerogative connesse alla sua condizione, in ogni fase del processo. 

L’odierno incontro dà, peraltro, concreta attuazione ai principi ispiratori della stessa Convenzione di Lanzarote, in particolare del disposto di cui all’art. 36, comma 1, in cui si legge che: “Ciascuna Parte adotterà i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere, affinché, nel rispetto delle regole che governano l'autonomia delle professioni giudiziarie, venga resa possibile la formazione in materia di diritti del minore, di sfruttamento e di abusi sessuali relativi ai minori, a vantaggio degli attori dei procedimenti giudiziari, in particolare di giudici, procuratori e avvocati”.

Condivido, poi, nel merito, l’affermazione dell’Avvocato Bosio, il quale, nell’introdurre i lavori, ha posto l’accento su una delle maggiori criticità di questa legge, finalizzata, nelle intenzioni espresse, a dare completa attuazione alla Convenzione di Lanzarote, ma dotata, in effetti, di una capacità “attuativa” particolarmente limitata. 

Motivo ulteriore, questo, per richiedere che l’interpretazione delle disposizioni contenute nella legge n. 172/2012 sia la più coerente possibile con gli impegni assunti dallo Stato in sede internazionale,  enunciati nella Convenzione, fra i quali mi preme richiamare anche l’esigenza di un maggiore coordinamento, ovvero di una maggiore condivisione dei principi fondamentali che devono trovare applicazione nell’esercizio della funzione giudiziaria e di quella difensiva. 

Prima di enucleare le disposizioni che sono state concretamente adottate presso la Procura di Roma a seguito dell’entrata in vigore di alcune norme processuali - in particolare quelle relative all’esame del minore nella fase delle indagini preliminari - è opportuno evocare proprio i principi fondamentali del Testo convenzionale, proclamati sia nel suo Preambolo che nel capitolo settimo, rubricato, appunto: “Indagini, procedimenti e diritto procedurale”. 

Di importanza basilare è il riconoscimento del diritto di ogni minore a ricevere, da parte della sua famiglia, della società e dello Stato, le misure di protezione rese necessarie dal suo status di minorenne, me anche l’affermazione che il benessere e il superiore interesse dei minori costituiscono valori fondamentali condivisi da tutti gli Stati membri, da promuovere senza alcuna discriminazione. 

Ed è in ossequio a questi principi - ai quali dobbiamo attenerci nel dare applicazione  agli artt. 351, comma 1-ter, 362 comma 1-bis, e 391-bis, comma 5-bis del Codice di rito - che dovremo necessariamente ricordare anche il “monito”, l’impegno programmatico contenuto nel disposto dell’art. 30 della Convenzione, il quale recita testualmente che “le indagini e i procedimenti penali devono essere condotti nell’interesse superiore e nel rispetto dei diritti del minore”. 

Come è già stato diffusamente anticipato nelle relazioni precedenti, occorre prendere atto di come il minore sia ormai sempre più “protagonista” del nostro processo penale, per lo più nella veste di vittima e, in casi residuali, anche in quella di testimone. 

Il dato quantitativo, il numero sempre maggiore di infra-diciottenni coinvolti in vicende penali, rende da solo, plasticamente, l’assoluta necessità di tutela e di garanzia, con modalità adeguate, della presenza del minore all’interno di un processo penale. 

Da qui l’esigenza di predisporre con urgenza regole uniformi che consentano di adottare un idoneo approccio protettivo nei confronti delle vittime, assicurando che le indagini e i procedimenti penali non aggravino il trauma sofferto del minore, e non dimenticando che alla risposta penale si deve, se del caso, accompagnare una forma di idonea assistenza.

In riferimento a tali istanze di tutela, occorre dare conforme attuazione alle disposizioni processuali che indicano le modalità con cui il minore (sia esso vittima o testimone) deve essere sentito dalla polizia giudiziaria, dal pubblico ministero, dal difensore dell’indagato in sede di investigazioni difensive, ed anche dal suo difensore, sempre in sede di investigazioni difensive.

E qui va subito rilevato un primo problema: a tutti i casi elencati si devono aggiungere altre ipotesi: l’audizione del minore, infatti, può intervenire anche in sede di incidente probatorio, e questo potrebbe non essere l’ultimo esame cui il minore è sottoposto, considerato che, ove ricorrano le condizioni previste dall’art. 190 comma 1-bis del Codice di Procedura Penale, lo stesso potrebbe essere ascoltato in sede dibattimentale. 

Probabilmente, proprio a tali ipotesi dobbiamo pensare, quando parliamo di “vittimizzazione secondaria”.

Merita un cenno anche un altro principio fondamentale, quello secondo cui occorre “assicurare che le indagini e i procedimenti penali siano effettuati con precedenza e siano condotti senza ingiustificato ritardo” (art. 30, comma 3, della Convenzione), esigenza del tutto ignorata dalla lacunosa legge n. 172/2012. 

Nella Convenzione (art. 31, comma 1 lett. c) si afferma, altresì, che le Parti contraenti si impegnano ad adottare misure legislative o di altra natura “facendo sì che le vittime, conformemente alle norme di procedura della legislazione interna, possano venire ascoltate, e che possano fornire elementi di prova, nonché scegliere i modi secondo i quali le loro opinioni, i loro bisogni e le loro preoccupazioni siano presentati ed esaminati direttamente o attraverso un intermediario”.

Nello stesso tempo, la fonte pattizia (art. 31, comma 6) precisa che “Ciascuna Parte vigilerà affinché le informazioni date alle vittime […] siano adatte alla loro età e al loro grado di maturità, fornite in un linguaggio per loro comprensibile”.

Ecco perché è indispensabile un elevato grado di specializzazione di tutti gli addetti ai lavori: polizia giudiziaria, magistrati inquirenti e giudicanti, avvocati. 

E mi avvio ad evidenziare alcune delle problematiche interpretative poste dal nuovo testo dell’articolo 351, alle quali, peraltro, l’Avvocato Bosio ha già fatto cenno nella sua introduzione; si tratta di questioni con cui - non lo posso nascondere - anche la Procura di Roma, l’ufficio inquirente più grande d’Italia, ha dovuto fare i conti sin dal giorno successivo all’entrata in vigore di questa legge, affrontandole, nell’immediatezza, con una direttiva alla Polizia giudiziaria, contenente le prime indicazioni attuative.

Se il tempo a mia disposizione lo consentirà, tenterò di illustrare i punti più controversi della nuova disciplina.

L’art. 35 della Convenzione ha riguardo, in particolare, ai tempi e alle modalità per lo svolgimento dei “colloqui con il minore”, con riferimento ai quali si prevede, tra l’altro, che: “abbiano luogo senza alcun ritardo ingiustificato dopo che i fatti siano stati segnalati alle autorità competenti”;abbiano luogo, ove opportuno, presso locali concepiti o adattati a tale scopo”; “nel limite del possibile e, ove opportuno, il minore sia sempre sentito dalle stesse persone”

Di non minore rilievo le successive disposizioni, che impegnano le Parti ad adottare le misure legislative o di altra natura, necessarie affinché: il numero di audizioni sia limitato al minimo strettamente necessario al corso del procedimento penale (art. 35, comma 1, lett. e); i colloqui con la vittima o, ove opportuno, con un minore testimone dei fatti, siano oggetto di registrazioni audiovisive e tali registrazioni possano essere ammesse quale mezzo di prova durante il procedimento penale (art. 35, comma 2). 

Dobbiamo subito rilevare che nella legge di ratifica n. 172 del 2012 di tali regole procedurali non si rinviene alcuna traccia, né per quanto attiene al divieto di ingiustificato ritardo nelle audizioni, né per la parte relativa alle modalità di concreto espletamento del colloquio.

La Procura di Roma ha, tuttavia, ritenuto di impartire al riguardo talune indicazioni agli organi di Polizia giudiziaria, nel senso di auspicare che le dichiarazioni del minore siano sempre documentate, con la videoregistrazione o, quanto meno, attraverso la fonoregistrazione. Ciò, anche in ragione del fatto che, sovente, in questo tipo di indagini l’esame del minore può divenire atto irripetibile; la circostanza rende ragione della necessità che l’audizione sia fono e/o videoregistrata, in modo da consentirne un’adeguata valutazione in momenti successivi. 

Il comma 1-ter dell’art. 351 c.p.p., introdotto dall’art. 5 della legge n.172 del 2012, stabilisce che la Polizia giudiziaria, quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, “si avvale dell'ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile, nominato dal pubblico ministero”. 

La norma, malgrado la sua apparente chiarezza letterale, nella sua portata applicativa prospetta problematiche tutt’altro che semplici, poiché interviene sulle modalità di assunzione di informazioni da un soggetto minorenne, già nella fase delle indagini preliminari, ad opera della Polizia giudiziaria, prescrivendo che l’atto sia compiuto con l’ausilio di un esperto in psicologia o psichiatria infantile, la cui nomina, tuttavia, è riservata al Pubblico Ministero. 

Una notazione critica merita, qui, la selezione tipologica dei procedimenti nel cui ambito la disposizione è destinata ad operare: la mancata contemplazione - nel pur dettagliato elenco dei delitti contenuto nella prima parte dell’art. 351 comma 1-ter - anche dei reati, attualmente molto diffusi, di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e di abuso dei mezzi di correzione e di disciplina (art. 571 c.p.) costituisce un’omissione francamente incomprensibile. Ed invero, l’esigenza di assumere informazioni da soggetti infra-diciottenni, si avverte, con sempre maggiore frequenza, proprio a seguito di condotte criminose realizzate all’interno di nuclei familiari o di comunità sociali (ad es. le scuole), contesti nel cui ambito i minori assumono la qualità di vittime - spesso di violenza psicologica - ma anche, non di rado, il ruolo di persone informate sui fatti.

Si diceva che la nomina dell’esperto è atto espressamente riservato al Pubblico Ministero: si tratta di un ausiliario o di un consulente tecnico? Quali gli effetti processuali che derivano da questa qualificazione? L’Avvocato Bosio ha già fatto riferimento a questa importante problematica.

Ritengo che l’esperto non possa considerarsi un ausiliario, né della Polizia giudiziaria, né del Pubblico Ministero, ma che sia inquadrabile nella figura del consulente tecnico, collocandosi sostanzialmente nella fattispecie disciplinata dall’art. 359 del Codice di Procedura Penale. 

Il rilievo trova fondamento nella considerazione che l’ausiliario della Polizia giudiziaria, figura già nota al nostro Codice di rito (art. 348 comma 4 c.p.p.) è un soggetto che si qualifica per essere “idoneo” al compimento di atti od operazioni che richiedono competenze tecniche specifiche, e la cui nomina è di esclusiva pertinenza della stessa Polizia giudiziaria (eventualmente anche su delega). 

Non si tratta neppure di un ausiliario del Pubblico Ministero, figura anch’essa espressamente prevista dall’art. 373 del c.p.p. (che disciplina la documentazione degli atti del pubblico ministero), nella parte in cui prescrive che il verbale deve essere redatto dall’ufficiale di P.g. o dall’ausiliario che assiste il P.M.; lo stesso art. 197 c.p.p., individua, tra le incompatibilità con l’ufficio di testimone, anche quella di “coloro che nel medesimo procedimento hanno svolto la funzione di ausiliario” del Giudice o del Pubblico Ministero (lettera d).

Dal coordinamento sistematico di dette norme, si deve, a mio avviso, dedurre che l’ausiliario è colui che assiste il Pubblico Ministero nel compimento di atti specifici – quali, appunto, la redazione di un verbale - e, in ragione dello svolgimento di questo incarico, diventa incompatibile con l’ufficio di testimone nel medesimo procedimento.   

L’eventuale attribuzione all’esperto ex art. 362 c.p.p. della qualifica di “ausiliario” del Pubblico Ministero determinerebbe, conseguentemente, una sua incompatibilità a testimoniare, comportando l’estensione dell’incapacità a testimoniare a categorie di soggetti diversi da quelli espressamente indicati dal legislatore, e ciò introdurrebbe una deroga, non consentita, al principio secondo cui chiunque può rendere testimonianza.

Queste, in estrema sintesi, le ragioni per le quali dell’avviso che debba escludersi che l’esperto, nominato per prestare ausilio nell’ascolto del minore, sia qualificabile come ausiliario. 

Ancora una riflessione merita un aspetto molto rilevante di tale nomina - anch’esso richiamato dall’Avvocato Bosio nella sua introduzione - ossia l’oggetto dell’incarico, cioè la prestazione che si chiede all’esperto.

L’art. 351, comma 1-ter, c.p.p. prescrive  testualmente che costui debba “prestare ausilio” alla Polizia giudiziaria nell’ascolto del minore. 

Si tratta, a mio avviso, di un’espressione che non può ridurre la prestazione dell’esperto ad un mero atto di presenza all’assunzioni di informazioni dal minore condotta dalla Polizia giudiziaria procedente, ma deve esplicitarsi in un’attività ben più pregnante, coerente anche con le finalità che hanno ispirato il legislatore del 2012. 

Si intende, con ciò, dire che la scelta dell’esperto deve essere, anzitutto, operata  tra le persone che abbiano una particolare professionalità e qualificazione nell’ascolto del minore. Ed in proposito, colgo l’occasione per interloquire indirettamente con l’Avv.to Bosio, che ha fatto riferimento al tema in uno dei suoi quesiti, proponendo il ricorso agli albi degli specialisti psicologi.

In effetti, pare coerente con la normativa interna che ci occupa e con la Convenzione di Lanzarote, che l’individuazione dell’esperto sia operata non nell’ambito degli elenchi o degli albi generali di questi specialisti, e neppure nell’albo dei periti, bensì attraverso la individuazione di specialisti psicologi ulteriormente qualificati, ossia con esperienze specifiche nell’ascolto dei minori. In tal modo abbiamo proceduto nella Procura di Roma, dove è stato predisposto un elenco di esperti nell’ascolto del minore. 

Come sia da interpretare il ruolo dell’esperto, individuato dal legislatore con l’espressione “prestare ausilio”, pare, invero, indicazione non semplice da fornire. 

Certamente, come detto, pensiamo che non possa limitarsi ad una partecipazione passiva all’assunzione delle informazioni,  magari posizionandosi accanto al maresciallo, all’ispettore o al P.M.  che conducono l’esame del minore.  Non è questo il ruolo che la legge gli affida.

“Prestare ausilio” è una formula più significativa che, a nostro avviso,  equivale ad un supporto qualificato e attivo all’organo inquirente. Il Consulente deve, in altri termini, coadiuvare la Polizia giudiziaria, ricevere le informazioni essenziali sul fatto e sull’atto in via di espletamento, nonché su ogni circostanza utile relativa al minore, affinché siano adeguatamente valutati tempi e modalità dell’ascolto, avuto riguardo alle specifiche esigenze investigative nel cui ambito si colloca l’atto previsto dall’art. 351 c.p.p., all’età del minore, alle sue condizioni psico-fisiche, e proponendo anche, ove lo ritenga opportuno, che l’esame venga rinviato o che si svolga in un luogo protetto, dal momento che prestare ausilio significa contribuire ad assicurare che l’assunzione delle informazioni dal minore sia condotto nelle migliori condizioni possibili, in funzione della genuinità e spontaneità dell’atto e, soprattutto, della sua utilità ai fini della prosecuzione delle indagini. 

Sul piano operativo, ciò rende necessario un perfetto raccordo con l’ufficio del Pubblico Ministero e presso la Procura di Roma sono stati opportunamente predisposti turni di reperibilità, per 24 ore al giorno, di consulenti specialisti in materia, disponibili ad un intervento “ad horas”, nel caso in cui si renda urgente l’ascolto di un minore degli anni 18.  

Permane, tuttavia, il problema di una corretta interpretazione delle nuove disposizioni sull’ascolto del minore nella fase delle indagini preliminari, considerato che le esigenze investigative  possono non essere compatibili con l’indicato modo di procedere. Ci si riferisce all’ipotesi in cui le esigenze investigative non si conciliano con il rispetto delle indicate prescrizioni.

La collocazione sistematica dell’art. 351 c.p.p. (inserito nel titolo IV del libro V dedicato alle attività a iniziativa della Polizia giudiziaria), autorizza l’interprete a ritenere che rimangano fuori dall’alveo applicativo della norma in menzione gli atti non qualificabili come assunzione di informazioni, ma come “querela” (artt. 120 c.p. e 336 c.p.p.) o “denuncia” (art. 333 c.p.p.), qualora gli stessi siano presentati da minori degli anni diciotto. 

Si intende dire che il minorenne che assume la veste di querelante o di denunciante, se e  quando è legittimato al compimento di tali atti, non deve necessariamente essere assistito dall’esperto, pur se gli atti medesimi possono assumere un contenuto dichiarativo assimilabile a quello di cui all’art. 351 c.p.p.. 

E’, comunque, auspicabile che, qualora si proceda per i delitti espressamente indicati dal comma 1-ter dell’art. 351 c.p.p., gli inquirenti valutino, d’intesa col Pubblico Ministero, l’opportunità che le dichiarazioni rese dal minore vengano comunque assunte nel rispetto delle prescrizioni recate dalla norma in parola.

Dobbiamo anche valutare quali conseguenze scaturiscono nell’ipotesi in cui, vertendosi in uno dei casi indicati dalla disposizione, l’esame del minore venga condotto senza l’ausilio dell’esperto. Atteso che il legislatore non ha previsto espressamente alcuna sanzione, dobbiamo chiederci se essa  derivi, comunque, dall’applicazione delle norme generali. 

Si è dell’avviso che l’irritualità nella redazione del verbale delle informazioni assunte ex art. 351 comma 1-ter c.p.p. non rientri tra i casi di nullità di ordine generale, disciplinati dall’art. 178 del Codice di rito, e che tale prova irrituale non sia sussumibile nella categorie delle “prove illegittimamente acquisite”, che l’art. 191 c.p.p. sanziona con l’inutilizzabilità

In effetti, non tutte le prove, le cui formalità di acquisizione siano state violate, sono inutilizzabili, ma soltanto quelle che non si sarebbero potute acquisire, proprio a cagione dell'esistenza di un espresso od implicito divieto stabilito dalla legge, con la conseguenza che i verbali di informazione assunti dalla Polizia giudiziaria - o anche dal P.M. - senza l’ausilio dell’esperto non sono né nulli, né annullabili e tanto meno inutilizzabili.

Tuttavia (ed in tal senso sono le istruzioni impartite  dal Procuratore della Repubblica di Roma)  le formalità previste dall’art. 351 c.p.p.  vanno  rispettate  considerato che l’assunzione di informazioni dal minore in violazione delle indicate modalità non è, certamente, un’omissione irrilevante. 

Intendiamo riferirci al momento valutativo di quelle dichiarazioni, allorquando le stesse dovranno essere oggetto di vaglio, di verifica, di apprezzamento ad opera del Giudice ai fini della decisione, fondata, come è noto, sul suo libero convincimento, ma della quale deve dare adeguata contezza nella motivazione. Ebbene, l’eventuale violazione delle modalità di assunzione di informazioni da minori, rischia, fatalmente, di incidere proprio nella valutazione finale delle stesse.

Vi è, poi, un altro aspetto che merita svolgimento, anche per la diversità delle conseguenze che la medesima violazione determina a seconda che sia ascrivibile alla P.g. o al P.M., ovvero al difensore in sede di investigazioni difensive. 

Alludo al disposto dell’art. 124 c.p.p., che impone ai magistrati, ai cancellieri, agli ausiliari ed anche alla polizia giudiziaria l’obbligo di osservanza delle norme processuali, anche quando l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale, impegnando i dirigenti degli uffici a vigilare in tal senso, con la previsione di una possibile responsabilità disciplinare, in caso di violazione.

Preciso subito che, al contrario, per i difensori che non osservano il disposto del nuovo comma 5-bis dell’art. 391-bis c.p.p., relativo, appunto, alle modalità di assunzione di informazioni dal minore in sede di investigazioni difensive, il successivo comma 6 stabilisce espressamente la sanzione dell’inutilizzabilità dell’atto e questa violazione costituisce, peraltro, illecito disciplinare con la previsione dell’obbligo per il giudice procedente di comunicarla all’organo titolare del  relativo potere.

Si è già detto che la Convenzione di Lanzarote richiede la registrazione audiovisiva dell’audizione del minore e la possibile rilevanza probatoria di tali registrazioni, e che il legislatore italiano del 2012 nulla dispone al riguardo. E’, sul tema, opportuno soggiungere che le vigenti norme processuali consentono comunque  il ricorso a tale supporto tecnico, atteso che l’art. 134 del Codice di Procedura Penale, nel disciplinare la documentazione degli atti, prevede espressamente (4° comma) che ove le modalità ordinarie di documentazione “sono ritenute insufficienti, può essere aggiunta la riproduzione audiovisiva se assolutamente indispensabile”.  

Sul versante sostanziale, anche l’art. 609-decies del codice penale è stato interessato dalla riforma del 2012. In questa sede mi limiterò, per evidenti ragioni di brevità, ad  evidenziare solo che si tratta di una disposizione dagli aspetti critici notevolissimi. Credo di poter dire che proprio le difficoltà interpretative che la corredano, determinano la sua “difficile e problematica” applicazione.

Le modifiche importanti sono sostanzialmente due: non soltanto quella secondo cui l’assistenza affettiva e psicologica al minore, parte offesa, in ogni stato e grado del procedimento, possa essere assicurata anche con l’assistenza di “gruppi, fondazioni, associazioni, od organizzazioni non governative di comprovata esperienza nel settore dell’assistenza e del supporto alle vittime  dei reati” indicati, ma è, altresì, necessario il consenso del minore, oltre al provvedimento dell’autorità giudiziaria che la ammetta. 

Non vi è molto da aggiungere a quanto già rilevato in relazione al disposto dell’art. 351 c.p.p.,   per quanto riguarda il nuovo testo dell’art. 362, il quale, al comma 1-bis contiene una disposizione analoga, richiedendo anche per l’esame condotto dal Pubblico Ministero l’ausilio dell’esperto in psicologia o in psichiatria infantile. 

Si ritiene, sul punto, opportuno che, qualora il minore sia già stato sentito dalla Polizia giudiziaria, l’ulteriore esame da parte del P.M., ove assolutamente necessario, sia condotto avvalendosi dello stesso consulente, già nominato per la assunzione di informazioni davanti alla P.g. 

Mi avvio a conclusione, con un breve esame delle nuove disposizioni concernenti il difensore, e sottolineo che mi riferisco al difensore non solo dell’indagato, ma anche della parte offesa. 

La novella legislativa ha riguardato l’art. 391-bis c.p.p., al quale è stato aggiunto il citato comma 5-bis, secondo cui nei procedimenti per i delitti di cui all’art. 351 comma 1-ter , il difensore “quando assume informazioni da persona minore si avvale dell’ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile”.

Non v’è dubbio, intanto, che la scelta del consulente sia un atto che pertiene al difensore stesso; escludo, cioè, che si possa giungere a sostenere che la nomina sia atto di competenza del P.M. anche in queste fattispecie, come pure qualche ufficio giudiziario pare abbia ritenuto. 

Abbiamo già avuto modo di rimarcare un’evidente “anomalia” e “asimmetria”, nonché i diversi effetti conseguenti alla violazione di tale disposto nelle ipotesi contemplate dagli artt. 351 e 362 c.p.p., ossia che, a differenza di quanto previsto in tali norme, per un’evidente “disattenzione legislativa”, la violazione del disposto del nuovo comma 5-bis da parte del difensore non rimane priva di effetti, poiché ad essa consegue la sanzione dell’inutilizzabilità dell’esame del minore che sia stato eventualmente compiuto, ma anche, secondo il disposto del successivo comma 6,  la rilevanza di tale condotta come illecito disciplinare. 

Molte sono le riflessioni che stimola l’introduzione del comma 5-bis nel contesto delle investigazioni difensive, e in questa sede mi limiterò ad alcune sintetiche considerazioni.

Ritengo che il minore possa avvalersi della facoltà di non rispondere - secondo il disposto  dell’art. 391-bis, comma 3, lettera d) - e che il genitore o il tutore del minore, a prescindere dalla volontà del minore stesso (ancor più se quest’ultimo è vittima del delitto per il quale si procede), possano, a fini protettivi, esercitare validamente tale facoltà, avvalendosi, cioè, della facoltà di non rispondere in luogo del minore, con l’effetto di legittimare il difensore all’attivazione delle procedure  previste dai successivi  commi 10 e 11.

Concludo ringraziando per la pazienza che avete dimostrato nell’ascoltarmi fino a tarda ora, e ricordo che la Procura di Roma, in attuazione dei principi della Convenzione di Lanzarote e della legge n.172/2012,  con una direttiva inviata a tutti gli organi di Polizia giudiziaria (con la quale sono state impartite disposizioni circa l’applicazione del nuovo art. 351 c.p.p.) ha, nel contempo, attivato una “sala di ascolto protetto” per i minori, a disposizione anche di tutte le forze dell’ordine, dotata di una strumentazione necessaria per l’ascolto protetto, che si prevede potrà consentire  l’ascolto delle vittime minorenni e delle donne vittime di violenza sessuale, in videoconferenza con il dibattimento, anche in vista della auspicata ratifica della Convenzione di Istanbul. 

I primi risultati di queste iniziative sono incoraggianti ed è augurabile che, in questa delicata materia, siano possibili forme e modalità di confronto con i difensori, anche immaginando la predisposizione  di comuni albi di persone specializzate nell’ascolto dei minori, ai quali fare ricorso ogni qualvolta vi sia l’esigenza di assumere informazioni da un minore.  

 

AVV. RENATO ALBERINI  

Grazie signor Procuratore. Abbiamo avuto, come lei ha detto, pazienza di ascoltarla non per una forma di cortesia soltanto, ma soprattutto perché estremamente interessante. Non mi azzardo a dire di aprire il dibattito visto l’ora. E’ l’occasione questa per ringraziare i nostri illustri relatori, che sono stati molto esaurienti nei loro interventi, e per ringraziare tutti coloro che hanno resistito fino adesso e comunque il tema meritava e soprattutto meritava quanto così egregiamente esposto dai nostri relatori. Grazie a tutti e buona serata. 


 


Link: http://content.screencast.com/users/camerapenaleve

Rubrica: Bollettini

03.06.2013
Camera Penale Veneziana

Approfondimenti: > > >