Bollettino 2015 primo numero speciale


   19.03.2015

Gli atti del seminario di studio "La novella sul femminicidio" del 28 marzo 2014    Camera Penale Veneziana

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Seminario di studio

LA NOVELLA SUL FEMMINICIDIO

Venerdì 28 marzo 2014, ore 15.00

 

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Prima di dare inizio a questo interessantissimo convegno desidero cogliere l’occasione per ricordare una nostra collega, Margherita Tonolo, che di recente è scomparsa dopo lunga malattia che ha affrontato con il solito coraggio, con la solita forza e che non le ha impedito di lavorare fino all’ultimo, soprattutto non le ha mai tolto la voglia di vivere e il sorriso. Questa è l’occasione forse più giusta perché è il primo convegno che la Camera Penale ha organizzato dopo la sua morte, che è proprio recente, e proprio su quelle tematiche che tanto stavano a cuore alla collega Margherita, e per le quali aveva sempre lottato con capacità, intelligenza, tenacia e anche con quella sensibilità che ha sempre contraddistinto il suo operato. Per cui vi chiedo a nome di tutta la Camera Penale e di tutti i colleghi un momento di silenzio per ricordarla insieme. 

 

Il convegno di quest’oggi è sulla Novella cosiddetta sul “Femminicidio”. Abbiamo tanti relatori, il tempo è un po' tiranno, quindi non voglio sottrarre spazio a nessuno, anche perché la mia non è una introduzione in quanto l’introduzione la farà la nostra collega Paola Bosio. Mi permetto però di segnalare che, allorquando è stato promulgato il Decreto Legge il 14 agosto 2013, ed era agosto, che è un periodo un po’ particolare, che va a comprimere tempistiche in sede di conversione, esso è stato subito attaccato da più parti, dall'Accademia, da molte associazioni, compresa l’Unione delle Camere Penali, proprio perché è un modo sempre più frequente e sbagliato di procedere ad interventi, a gamba tesa a volte, sulla spinta emozionale di una campagna mediatica sul punto, quando invece servirebbe sempre di più un provvedimento organico, omogeneo e attento, specialmente potendolo fare anche attraverso un iter normale, che non sia quello della decretazione d’urgenza, perché poi si corrono rischi di non riuscire a dare un senso organico a quella che è una normativa così importante.

E’ dal 1974, ormai da 40 anni, che è cominciata questa stagione della decretazione d’emergenza, che spesso e volentieri non ha dato i suoi frutti. Non per niente, a seguito di tutte quelle che sono state le indicazioni di non condivisione di alcuni aspetti del decreto, ci sono poi state diverse modifiche in sede di conversione. Diciamo anche che, a volte, questa decretazione d’urgenza pone il problema di compatibilità con le previsioni dell’art. 77 della Costituzione, perché ormai i concetti di necessità e urgenza sono dei concetti talmente così poco attenti, poco rispettosi di quello che è il loro estrinseco significato, che vengono applicati vieppiù anche in materie dove in effetti c’è necessità di intervenire, ma non certamente attraverso lo strumento del Decreto Legge.

Ad ogni modo, come dicevo, desidero ora dare la parola alla collega Paola Bosio. Poi per quanto riguarderà i successivi interventi come mozione d’ordine mi permetto di segnalare agli illustri colleghi e professori che interverranno di rispettare la tempistica di non più di mezz’ora. Questo per lasciare un po' di spazio al successivo dibattito. 

Do quindi la parola alla collega Paolo Bosio della Commissione Cultura della Camera Penale Veneziana. Prego. 

 

 

AVV. PAOLA BOSIO: 

Grazie Presidente. Buonasera a tutti. Ringrazio per l’invito a fare l’introduzione a questa legge anche l’Avvocato Elio Zaffalon, Presidente della Commissione Studi della Camera Penale Veneziana.

Devo subito anticipare che un’introduzione organica non è facile, perché questa legge è intervenuta su moltissime micro-disposizioni, soprattutto in materia di procedura penale, che nella pratica credo daranno anche vari problemi attuativi.

Viceversa, sul piano sostanziale, il Legislatore ha scelto di non introdurre nuove ipotesi di reato.

Ho pensato di fare un’introduzione nel senso di mettere in rilievo come il Legislatore della Legge sulla Violenza di genere, dopo che questa da anni girava nell’aria, a seguito delle istanze di varie associazioni, anche in occasione di gravissimi fatti di cronaca, abbia poi emanato il Decreto, come ha detto il Presidente Alberini, con l’urgenza. La conseguenza è che purtroppo, come spesso accade, quando si vanno a coordinare le norme, si vede che esse non sono affatto coordinate; soprattutto credo che si porranno presto problemi di compatibilità con la Convenzione di Istanbul.

Voi sapete che, praticamente nello stesso periodo, cioè nel giugno dell’anno scorso, l’Italia ha ratificato la Convenzione adottata dal Consiglio d’Europa a Istanbul nel 2011. Due anni dopo è intervenuta la ratificata da parte dell’Italia. La Convenzione è intitolata "Sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica" e il Legislatore italiano l’ha ratificata con un procedimento molto particolare: anziché adottare, come siamo abituati vedere, una legge di ratifica e di adeguamento rispetto ai nostri codici penali e di procedura penale, quindi apportando le necessarie modifiche ai nostri due codici, l’ha ratificata tout court. Questo significa che, quando la Convenzione entrerà in vigore – perché, pure essendo stata da noi ratificata, non è ancora in vigore non essendo stata ratificata da un numero sufficiente di Stati, ma prima o poi lo sarà – avremo come legge dello Stato direttamente il testo della Convenzione di Istanbul, con tutti i problemi anche di traduzione, perché ovviamente non era in lingua italiana e quindi è stata tradotta in modo abbastanza approssimativo per alcune disposizioni. La Convenzione, inoltre,  prevede ipotesi di reato che non sono previste dal nostro Codice Penale, e che nel futuro saranno previste dalla Convenzione stessa. 

A parte questo aspetto, la Convenzione di Istanbul da tutti è stata vista come una sorta di legge-quadro, comunque una linea guida per il Legislatore italiano, che in ottobre ha convertito il Decreto Legge di agosto nella Legge che oggi andiamo a commentare. Quindi dobbiamo necessariamente fare riferimento al contenuto della Convenzione di Istanbul. Purtroppo credo di poter dire che il nostro Legislatore non ha dato piena attuazione a quelli che sono gli indirizzi della Convenzione, che vi riassumo in modo molto sommario.

Innanzitutto, essa ha previsto che siano penalizzati determinati comportamenti:  devono infatti considerarsi reati: la violenza fisica, la violenza psicologica, la violenza sessuale, oltre che gli atti persecutori e le molestie sessuali (ci sono poi altri reati che non fanno oggetto della discussione di oggi, ma che porranno nel futuro alcuni problemi perché, per esempio, la Convenzione prevede di penalizzare il matrimonio forzato che ad oggi non è un reato che noi contempliamo: vedremo quello che sarà quando la Convenzione entrerà in vigore). Diciamo che, per quanto riguarda il confronto con la “Legge sulla Violenza di genere”, dal punto di vista delle fattispecie di reato vi è corrispondenza fra quelle indicate dalla Convenzione e quelle previste dal nostro Codice Penale. 

Ci dice poi la Convenzione di Istanbul che, in relazione a tali reati, devono essere previste determinate circostanze aggravanti, che sono – vado in modo molto sommario – : il fatto che questi reati siano commessi contro l’attuale o l’ex coniuge o partner; il fatto che siano commessi ripetutamente; il fatto che si approfitti di una particolare vulnerabilità della vittima; il fatto che siano commessi su, o in presenza, di un bambino; infine, il fatto delle più persone che abbiano agito insieme e la violenza di estrema gravità.

Si stabilisce, inoltre, che siano presi in considerazione sia i danni fisici che i danni psicologici della vittima.

Ancora, per quanto riguarda la procedibilità, la Convenzione dispone che gli Stati ratificanti prevedano che i reati sopra indicati siano perseguibili d’ufficio; inoltre, che il procedimento penale debba poter continuare anche se la vittima dovesse ritrattare l’accusa o ritirare la denuncia.

Questi gli insegnamenti della Convenzione di Istanbul.

Se, ora, andiamo a verificare il contenuto della “Legge sulla Violenza di genere”, vediamo che il Legislatore italiano, pur dimostrando sicuramente la volontà di potenziare la persona offesa dal reato, attribuendole nuovi diritti e facoltà, tuttavia sembra essersi dimenticato qualcosa, le norme non si incastrano; vedremo infatti che alla persona offesa sono stati riconosciuti nuovi diritti solo in relazione a determinati reati, e non ad altri, e viceversa, cosicchè, in mancanza di un disegno unitario, sarà d’ora in poi  necessario munirsi di una “bussola” per orientarsi in questo frammentario panorama.

La Convenzione di Istanbul, inoltre, non pare essere stata rispettata neppure sotto il profilo della procedibilità che, come vedremo, nelle norme del nostro Codice appare oggi quanto mai diversificata in relazione ai reati oggetto della Novella.

Vediamo quindi nel dettaglio i punti che a mio parere risultano più problematici.

Innanzitutto, ricordo che la Legge n. 119/2013 ha introdotto una nuova aggravante comune. Nell’art. 61 del Codice Penale è stato infatti introdotto il nuovo numero 11- quinquies, che prevede come aggravante comune la circostanza di “aver commesso il fatto in presenza (trattasi della cosiddetta “violenza assistita”), oppure in danno di un minore di anni 18, ovvero in danno di persona in stato di gravidanza”. Sarebbe forse stato meglio dire "donna", perché non mi risulta che possa essere altrimenti. Non si capisce francamente l’utilizzo dell’anonimo termine “persona” proprio all’interno di una legge che vuole colpire la “Violenza di genere”.

La nuova aggravante di cui al numero 11-quinquies non trova tuttavia un’applicazione generalizzata, ma solo in relazione ai “delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale, nonché nel delitto di cui all’art. 572”, quindi i maltrattamenti.

Tale delimitazione si presta ad una prima annotazione critica: se, invero, dobbiamo pensare che questa “Legge sulla Violenza di genere” in sostanza riguarda i reati di lesioni, maltrattamenti, violenza sessuale, quindi 609 bis e seguenti, e atti persecutori, perché indubbiamente sono questi i reati attraverso cui si realizza la violenza di genere, sono questi i reati di cui parla la Convenzione di Istanbul, dobbiamo subito concludere che questa aggravante non trova applicazione nel caso dello stalking, perché il reato di atti persecutori non rientra in nessuna di queste categorie. Già con questa prima disposizione, pertanto, si pone in luce la scarsa attenzione del Legislatore al raccordo fra le norme perché, se questi erano i reati oggetto della Legge, l’aggravante doveva trovare applicazione anche a tale reato. Neppure è intervenuto il Legislatore direttamente nell’art. 612 bis del Codice Penale prevedendo un’aggravante specifica, per cui dobbiamo concludere che, se gli atti persecutori sono commessi nei confronti di una donna incinta, non si tratterà di fattispecie aggravata; l'aggravante comune non troverà applicazione nemmeno in caso di atti persecutori endofamiliari e quindi alla presenza, ad esempio, del figlio della coppia.

Sappiamo che adesso, a seguito della modifica con questa Legge dell’art. 612 bis, che prevede che possa essere commesso il reato anche da chi sia attualmente partner della vittima, e quindi sia legato alla persona offesa non più solo da una passata relazione affettiva, ma anche attuale, è venuto meno quel criterio di distinzione fra atti persecutori e maltrattamenti costituito dal fatto che i secondi potevano essere realizzati solo da parte di chi era ancora partner, mentre i primi presupponevano la fuoriuscita dal nucleo familiare. Adesso pacificamente gli atti persecutori si potranno realizzare anche in costanza di matrimonio o di relazione affettiva o di convivenza more uxorio. Con la conseguenza che si porrà un problema di individuazione/distinzione fra i maltrattamenti e gli atti persecutori aggravati dalla qualità di attuale compagno della vittima. Dovremo fare riferimento al fatto che uno è reato di evento? Oppure dovremo ricorrere alla clausola di sussidiarietà? Ce lo diranno i relatori.

Tornando però alla questione dell’aggravante, va osservato che, in questi casi di atti persecutori endofamiliari in costanza di convivenza, l’aggravante non potrà trovare applicazione.

Venendo ad altro punto, va messa in evidenza la non omogeneità di previsione per quanto riguarda la procedibilità dei reati oggetto della Legge.

Mi riferisco sempre alle tre grandi famiglie degli atti persecutori, dei maltrattamenti e della violenza sessuale.

Il Legislatore è intervenuto con questa Legge per quanto riguarda la procedibilità del reato di cui all’art. 612 bis. Prima della Novella, esso era un reato procedibile a querela di parte, e la querela poteva essere presentata entro sei mesi. Il Decreto Legge di agosto aveva fatto una scelta molto di campo prevedendo che la querela divenisse irrevocabile tout court. Nella Legge di conversione, invece, è stata fatta una scelta che è una mezza misura: gli atti persecutori sono rimasti procedibili a querela, querela che si può presentare entro sei mesi; si è mantenuta la rimettibilità della querela; si è previsto che la querela non possa essere rimessa in alcune ipotesi. La querela, cioè, diventa irrevocabile solo se il fatto è commesso “mediante minacce reiterate nei modi di cui al 612 secondo comma”, per cui minacce gravi o commesse con armi.

Si è, infine, previsto che la remissione della querela possa essere solo processuale, così evidentemente intendendo delegare al Giudice una sorta di verifica dell’effettiva volontà della vittima di voler rimettere la querela. Anche qui apro una parentesi sempre lanciando provocatoriamente delle domande ai nostri relatori: è vero, forse l’intenzione era questa, però non dimentichiamoci che la remissione processuale della querela non necessariamente passa attraverso una verifica da parte del Giudice, perché è processuale anche la remissione fatta davanti alla Polizia Giudiziaria, e quindi il Giudice non verifica o, peggio ancora, una remissione della querela fatta attraverso il procuratore speciale. In quest’ultimo caso, andrà l’Avvocato in udienza a rimettere la querela e il Giudice non potrà assolutamente verificare la reale volontà della vittima.

Tornando alla questione della procedibilità: nonostante la Convenzione di Istanbul abbia previsto che tutti i reati oggetto di violenza di genere debbano essere procedibili d’ufficio e che poi la vittima non possa più ritrattare quanto denunciato, adesso il nostro panorama nazionale è invece assolutamente variegato: abbiamo infatti i maltrattamenti che sono rimasti procedibili d’ufficio, rientrando sempre nel titolo “Dei delitti contro l’assistenza familiare”, nei quali prevale, diciamo, la vecchia concezione dello Stato che esercita la propria tutela sulla famiglia; la violenza sessuale, invece, normalmente è procedibile a querela, e la querela è sempre irrevocabile; infine, a seguito della Novella, gli atti persecutori hanno un terzo regime intermedio, essendone stata mantenuta la procedibilità a querela ed essendo stata prevista la rimettibilità solo in alcune ipotesi. 

Ancora allo scopo di evidenziare l’intervento non tanto razionale del Legislatore, passiamo alla procedura.

Con la legge n. 119/2013 si sono voluti riconoscere dei diritti di intervento, di conoscenza e di conoscibilità del procedimento alla persona offesa, ma lo si è fatto male.

Cominciamo innanzitutto con il ricordare l’art. 282 quater c.p.p., che prevede la comunicazione alla persona offesa del provvedimento che dispone le misure cautelari di cui agli artt.  282 bis e 282 ter. Ai sensi di tale disposizione, dunque, quando sono disposte le misure cautelari dell’allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento alla persona offesa, il provvedimento applicativo viene comunicato alla persona offesa; lo stesso non accade per i provvedimenti che applichino altre misure, anche molto più gravi di quelle indicate

Le modifiche apportate all’art. 299 c.p.p. sono assolutamente in contrasto con questa norma. Il nuovo comma 2 bis dell’art. 299 prevede la comunicazione alla persona offesa dei provvedimenti di revoca e di sostituzione di tutte le misure coercitive (rimangono fuori solo il divieto di espatrio e l’obbligo di presentazione alla PG).

Ne deriva una situazione per certi versi assurda. Si pensi al caso della persona offesa vittima di violenza sessuale. Quest’ultima, ai sensi del 282 quater c.p.p., non ha diritto a ricevere la comunicazione dell’applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti dell’autore del reato, però, ai sensi del 299 c.p.p, avrà notizia quando verrà emesso un provvedimento di revoca o di sostituzione di questa misura.

Una prima conseguenza sarà che alla persona offesa non sarà sufficiente il termine di gg. 2 per presentare memorie (nuovo diritto riconosciutole dal novellato comma 3 dell’art. 299), mentre invece la notifica fin da subito del provvedimento applicativo le avrebbe potuto consentire di esercitare con molto più agio i propri diritti di difesa.

Non solo.

Questo diritto alla comunicazione dei provvedimenti di revoca o di sostituzione ha un ulteriore imbuto, che creerà sicuramente dei problemi, perché si è previsto che trovi applicazione solo nei procedimenti aventi ad oggetto “delitti commessi con violenza alla persona”. Trattasi di una definizione che non ha riscontro in nessuna categoria del nostro Codice Penale, dove non esiste una categoria di delitti che si intitolino "Delitti commessi con violenza alla persona". Di conseguenza, credo che la giurisprudenza dovrà scatenarsi nell’interpretazione di questa nuova categoria. Ci chiediamo, e chiedo ai relatori: dobbiamo considerare la violenza come elemento costitutivo del reato, oppure dobbiamo verificare se vi sia stata violenza nel caso concreto? Perché, ad esempio, in questa definizione certamente non rientrano gli atti persecutori di cui all’art. 612 bis, che come sappiamo contempla solo condotte di minacce o molestie, con esclusione di comportamenti caratterizzati da violenza. Quindi, chi è vittima di atti persecutori, non avrà diritto a questa comunicazione, in netto contrasto, a mio parere, alle intenzioni del Legislatore della “Legge per il contrasto della violenza di genere”.

Non rientrano nella previsione neanche i fatti di violenza sessuale di cui al comma 2 dell’art. 609 bis, cioè quelli in cui la violenza è presunta, dove non c’è la violenza quale elemento costitutivo del reato, o gli atti sessuali con minorenne, dove non è necessaria la violenza, e neppure i maltrattamenti senza violenza. I maltrattamenti possono avere una multiformità di condotte, e quelli non caratterizzati da violenza non rientrano in questa categoria. 

Sempre in relazione a questa categoria di "delitti commessi con violenza alla persona", volevo segnalare una sentenza che ho trovato, credo sia l’unica sinora perché la Legge è recentissima, che ha provato a dare una definizione a questa categoria, e dalla quale mi pare di poter presagire che i problemi interpretativi sono appena iniziati. Si tratta della sentenza del Tribunale di Torino del 4 novembre 2013, che ha ritenuto che: “la disciplina dell’art. 299 comma 3, che fa riferimento alla categoria del "delitto commesso con violenza alla persona" si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenta si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima”. E’ evidente che siamo di fronte ad un artificio da parte del Tribunale, che ha di fatto introdotto nell’interpretazione della norma un ulteriore requisito o presupposto non previsto nel testo della norma stessa (il pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima). Si tratta di una interpretazione a mio modo di vedere molto criticabile. Da queste premesse, il Tribunale ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, dove direi che la violenza alla persona è in re ipsa, perché l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persona offesa, sconosciuta all’indagato (così Trib. Torino 4 novembre 2013, in Guida al Diritto 2013, n. 47, 16).

Ho ancora due norme da mettere nel gruppo di quello che non torna con questa Legge.

La prima concerne l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare, ai sensi dell’art. 384 bis c.p.p.. Trattasi di una nuova misura pre-cautelare, che trova applicazione nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all’art. 282 bis comma 6 c.p.p.. Quali sono i reati in relazione ai quali la misura trova applicazione? Ci sono i mezzi di correzione e disciplina; ci sono le lesioni aggravate; ci sono i reati di violenza sessuale di cui agli artt. 609 bis e segg. c.p., ma anche qui il Legislatore si è dimenticato di fare riferimento ai maltrattamenti di cui all’art. 572 e agli atti persecutori di cui all’art. 612 bis. Per tali ultimi due reati, si è scelta la strada dell’arresto obbligatorio in flagranza, ai sensi dell’ipotesi di nuova introduzione di cui alla lett. l-ter) dell’art. 380 c.p.p. Ci si chiede il perché di tale differenziazione.

Infine, le due nuove norme sul diritto della persona offesa di essere informata, rispettivamente, della richiesta di archiviazione e della conclusione delle indagini preliminari.

Con la novella dell’art. 408 c.p.p. è stato previsto il diritto della persona offesa di ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione anche se non ha chiesto di essere informata. Questo rappresenta certamente un bene, perché finalmente si supera quella questione formale che impediva alla persona offesa – che si fosse dimenticata di farne espressa richiesta nella notizia di reato – di venire a conoscenza della richiesta di archiviazione: quante volte ci è capitato di assistere una persona offesa e di trovarci di fronte al fatto compiuto di un decreto di archiviazione, senza più possibilità di fare nulla, perché la persona offesa, che aveva sporto denuncia personalmente davanti a qualche autorità di Pubblica Sicurezza, non era stata informata della necessità di inserire in fondo alla querela quel piccolo inciso “chiedo di essere informato in caso di richiesta di archiviazione” … Adesso la persona offesa avrà diritto a ricevere comunque l’avviso della richiesta di archiviazione, ed il termine per l’opposizione è stato elevato a 20 giorni. Senonché, anche in questo caso è stato introdotta una strettoia: questo diritto è stato riservato esclusivamente alle persone offese di “delitti commessi con violenza alla persona”: ancora una volta si utilizza questa terminologia, ed ancora una volta dobbiamo rilevare che in tal modo restano escluse le vittime di atti persecutori, di violenza sessuale nelle ipotesi di cui al comma 2 dell’art. 609 bis, di atti sessuali con minorenni, di maltrattamenti senza violenza.

Infine – e questo lascia veramente il dubbio che chi ha scritto la norma non abbia letto neppure la norma precedente – la modifica del comma 1 dell’art. 415 bis, avviso di conclusione delle indagini preliminari. È stato sì previsto che tale avviso venga notificato anche alle persone offese, ma, in questo caso, solo alle persone offese dai reati di cui agli artt. 572 e 612 bis c.p.. Proprio per espressa testuale previsione della norma. Ne deriva che chi è stato vittima, ad esempio, di violenza sessuale, non riceverà l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Avremo, pertanto, reati in cui si riceverà l’avviso che è stata richiesta l’archiviazione, e altri no; chi ha ricevuto l’avviso della richiesta di archiviazione, non avrà però diritto a ricevere l’avviso ex art. 415 bis,e viceversa.

Non può non concludersi che l’auspicato potenziamento dei diritti della persona offesa, in realtà, non è avvenuto, o è avvenuto solo in parte, senza alcuna organicità.

Questo è il panorama della nuova Legge.

Spero di avervi dato qualche utile indicazione e che i nostri relatori ci sappiano fornire qualche risposta. Grazie. 

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Grazie Paola Bosio della tua introduzione, che è già riuscita a dare conferma di quanto nel mio brevissimo prologo avevo indicato circa i problemi che pone la decretazione d’urgenza, problemi che comportano quello che alcuni hanno definito come “diritto penale simbolico”. Alcuni commentatori del Decreto Legge avevano già evidenziato che si trattava di norme spot, non coordinate, irrazionali e asistematiche, abbiamo visto anche lacunose e con non pochi problemi interpretativi. Quindi il compito dei nostri relatori è abbastanza arduo nel darci qualche indicazione per potere capire meglio e comprendere i problemi che Paola Bosio ha già evidenziato. Passo quindi la parola alla professoressa Claudia Pecorella, Straordinario di Diritto Penale presso l’università Bicocca di Milano. Grazie innanzitutto per avere accettato il nostro invito e prego. 

 

 

PROF.SSA CLAUDIA PECORELLA: 

Ringrazio gli organizzatori di questo incontro per avermi invitato a partecipare a questa riflessione comune sulla legge n. 93 del 2013, rispetto alla quale vi proporrò soltanto qualche considerazione generale, guardando anche all’esperienza di altri Paesi. In questo senso infatti ho ritenuto di interpretare il ruolo che mi è stato assegnato, anche perché dopo di me parleranno relatori con una competenza professionale più adeguata per approfondire i diversi risvolti applicativi delle disposizioni di diritto penale sostanziale e processuale contenute nella legge in esame. 

Innanzitutto vorrei fare una breve considerazione sul fatto che questa legge viene ritenuta comunemente – e anche ai fini di questo incontro – uno strumento di contrasto al femminicidio, ancorché a questo fenomeno il legislatore non abbia fatto espressamente riferimento.

Indipendentemente dal fatto che possa piacere o meno, il termine ‘femminicidio’ (dallo spagnolo: feminicidio) ha ormai assunto un significato convenzionale, per indicare tutte le forme di violenza, non solo fisica, psicologica, economica, ma anche istituzionale e sociale di cui le donne siano vittime in ragione del loro genere. In questa slide ho riportato la definizione contenuta nel libro con il quale Barbara Spinelli, avvocata di Bologna, ha ricostruito la storia del termine. Non mi pare dunque pertinente la critica di chi vede nella legge 93/2013 “una frode delle etichette”, perché avrebbe ad oggetto la prevenzione e la repressione di comportamenti violenti nei confronti delle donne, che non consistono nell’omicidio. D’altra parte, neppure condivisibile è la diffusa convinzione secondo la quale gli omicidi di donne sarebbero in calo, tanto da non giustificare un intervento legislativo d’urgenza come quello realizzato in questa occasione dal Parlamento. In proposito vorrei richiamare la vostra attenzione sui dati dell’indagine realizzata da EU.R.E.S  Ricerche Economiche e Sociali. Come si vede chiaramente nella slide, tra il 2000 e il 2011 è calato in Italia il numero degli omicidi in valori assoluti, passando da 754 nel 2000 a 597 nel 2005 e a 530 nel 2010 e subendo un lievissimo incremento nel 2011 (551). Si nota però subito che la diminuzione degli omicidi di donne non ha avuto un andamento corrispondente: se tra il 2000 e il 2005 sono scesi da 199 a 138, già nel 2010 sono risaliti a 158 e sono stati ben 170 nel 2011.

Se passiamo poi a considerare in valori percentuali i casi di omicidio nei quali la vittima è una donna, notiamo in modo ancora più evidente che, se vi è stato un calo nel 2005 (dal 26,4% di tutti i casi di omicidio si è passati al 23,1%), il trend si è invertito a partire dal 2009, fino ad arrivare al 30,9% di casi nel 2011. Un dato confermato per l’anno 2012 dalla rilevazione dell’Istat, secondo la quale le uccisioni di donne in quel periodo hanno rappresentato il 30,3% di tutti gli omicidi commessi, con una oscillazione all’interno della penisola, tra il 53,6% del Nord-est, il 40,5% del Centro-nord, il 38,5% del Nord-ovest e i valori più contenuti del Centro (31,1%) e del Mezzogiorno (21,4%). Osservando invece la colonna più chiara che compare nella slide, si comprende l’incidenza degli omicidi realizzati in famiglia, tra tutti quelli che colpiscono le donne: un numero di casi che si aggira in maniera pressoché costante intorno al 70%. 

 

Ciò premesso e rivolgendo l’attenzione alla legge 93/2013, mi sembra che si possa distinguere al suo interno tra gli interventi immediati – consistenti nell’introduzione di alcune modifiche a norme del codice penale (per lo più nuove circostanze aggravanti) e del codice di procedura penale, nell’estensione dell’ammonimento del Questore e nella previsione del permesso di soggiorno per le vittime di violenza domestica – e quelli che chiamerei i ‘buoni propositi’.

Con riguardo agli interventi immediati, appare evidente come si confidi soprattutto nella sanzione penale per offrire una risposta al problema della violenza sulla donna. E su questo fronte non solo trovo deludente che si sia fatto ricorso a un decreto-legge, che per di più si occupa di tante altre cose che con quel tema niente hanno a che vedere, ma noto anche con dispiacere che non si è pensato piuttosto di introdurre una o più fattispecie ad hoc, delle figure di reato specifiche per i comportamenti violenti nei confronti delle donne. Una scelta di questo tipo avrebbe infatti innegabili vantaggi nella lotta a questo fenomeno, rendendolo immediatamente ‘misurabile’ attraverso le statistiche giudiziarie, consentendone – ove ritenuto necessario o opportuno – una disciplina anche processuale autonoma, rispetto ad altre forme di violenza (oggi ad esempio coesistenti nell’ambito della disposizione sui maltrattamenti contro familiari e conviventi: art. 572 c.p.) e contribuendo infine a promuovere una maggiore consapevolezza del disvalore di quelle condotte, attraverso quella funzione di orientamento culturale nel lungo periodo che è propria del diritto penale.

 

Una strada di questo tipo è stata intrapresa dal legislatore spagnolo con la legge organica del 28 dicembre 2004, contenente misure di protezione integrale contro la violenza di genere, che si caratterizza tra l’altro per l’introduzione di fattispecie aggravate per l’ipotesi in cui alcuni reati (lesioni, minacce, violenza privata e maltrattamenti) siano realizzati “nei confronti di una donna”, all’interno di un rapporto di coppia presente o passato. La circostanza che il legislatore abbia previsto cornici edittali di pena differenti, a seconda che il reato sia realizzato nei confronti di un uomo o nei confronti di una donna, è stata ritenuta compatibile con il principio di uguaglianza dalla Corte costituzionale spagnola, alla quale la questione è stata sin da subito e da più parti sottoposta. La Corte Costituzionale ha ritenuto giustificata la maggior pena in considerazione della oggettiva maggiore gravità del fatto realizzato da un uomo nei confronti di una donna, che l’esperienza ci insegna essere sproporzionatamente preponderante nell’ambito dei rapporti di coppia e quindi meritevole di un intervento mirato da parte dello Stato. Un altro aspetto significativo di questa legge è l’attenzione prestata alla ‘rieducazione’ dei soggetti condannati per reati di violenza di genere, disponendosi che, ove ottengano il beneficio della sospensione condizionale della pena, debbano partecipare a uno specifico programma per maltrattanti, dei quali la legge stessa impone l’attivazione (uno dei più noti è il Programa Contexto, organizzato dall'Università di Valencia). I programmi per maltrattanti non sono certo la soluzione del problema, come emerge anche dalle esperienze analoghe di altri Paesi, anche se è difficile fare una valutazione dell’efficacia del singolo programma – in termini di prevenzione della recidiva – a causa dell’alto tasso di abbandono che ovunque si registra da parte dei maltrattanti, così come della mancanza di informazioni aggiornate sulle persone che lo hanno portato a termine, in modo da capire se c’è stata o meno una ricaduta nel reato. Ciò nondimeno essi rappresentano una componente irrinunciabile della più ampia e complessa strategia di prevenzione del fenomeno attraverso un cambiamento culturale della società. Infine, la legge spagnola del 2004 appare di grande interesse per l’introduzione dei Tribunali di genere, competenti a decidere sia in materia penale sia in materia civile nelle cause aventi ad oggetto fatti di violenza di genere. L’importanza della specializzazione dei magistrati in questo ambito è stata avvertita da diversi anni anche in Italia, come dimostra una risoluzione di indirizzo del Consiglio Superiore della Magistratura del 2009 – poi ribadita l’anno successivo – che mirava alla organizzazione di uffici giudiziari specializzati nella trattazione dei casi di violenza intra-familiare. A distanza di più di cinque anni da quella iniziativa la ricognizione svolta dallo stesso CSM sull’attuazione di quelle direttive ha un esito abbastanza deludente, tanto che è dello scorso 11 marzo una nuova delibera che ribadisce le sollecitazioni di indirizzo precedenti e invita i dirigenti degli uffici giudicanti a darvi concreta attuazione: si lamenta infatti l’esistenza di un “panorama organizzativo ancora estremamente disomogeneo”, nel quale “in linea di massima negli uffici giudicanti non sono stati adottati … appositi moduli organizzativi volti alla trattazione tempestiva ed efficace dei procedimenti penali in materia di violenza familiare” né “risultano predisposte … sezioni specializzate in materia di violenza domestica”. A ciò si aggiunga che “Ancora troppo spesso si registra un impiego massiccio della magistratura onoraria per sostenere, a mezzo di Vice Procuratori Onorari, l’accusa in dibattimento, anche per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi di cui all’art. 572 c.p., sebbene esso non rientri nel catalogo contemplato dall’art. 550 c.p.p.”.

 

Passando poi a considerare i ‘buoni propositi’ del legislatore del 2013, va menzionato innanzitutto l’impegno alla elaborazione annuale di un’analisi criminologica della violenza di genere contenuto nell’art. 3 comma 3 della legge. Si tratta sostanzialmente di un’integrazione alla relazione che, in base alla legge 121 del 1981, il Ministro dell’Interno presenta annualmente al Parlamento sulla attività delle forze di Polizia e sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica nel territorio nazionale.

Più promettente appare il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale di genere, previsto dall’art. 5 della legge; tra le azioni programmate compare quella del rafforzamento della rete dei servizi territoriali, che viene visto un po’ come un passaggio obbligato e necessario per accrescere la protezione delle vittime. Nello stesso senso del resto è orientato il protocollo di intesa tra la Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza, firmato nel maggio 2013: l’obiettivo comune è quello di creare una rete di supporto e di protezione della donna nella sua decisione di uscire dalla violenza. Questa prospettiva,  poco coltivata dal legislatore spagnolo, costituisce invece il perno del modello inglese di intervento sulla violenza domestica, al quale occorre dunque guardare in sede di attuazione del Piano straordinario previsto dalla legge in esame.

A partire dai primi anni del 2000 e in modo del tutto spontaneo – quindi in assenza di una specifica previsione legislativa – è venuta sviluppandosi in varie parti del Regno Unito una forma di collaborazione periodica e continua tra le diverse agenzie, pubbliche e private, che a vario titolo sono coinvolte nella protezione delle donne vittime di violenza domestica (in realtà l’aiuto è offerto a tutte le vittime della violenza domestica, che tuttavia sono rappresentate da donne nella stragrande maggioranza dei casi). Attraverso la istituzionalizzazione di questi ‘tavoli di lavoro’, che per la loro funzione vengono chiamati Multi Agency Risk Assessment Conferences (MARACs) – che dal 2003 ad oggi sono ben 258 in tutto il Regno Unito, di cui circa 30 solo nel Comune di Londra –, ci si propone di elaborare strategie coordinate e condivise tra le varie agenzie, per aiutare la donna a sottrarsi alla violenza domestica. Non essendoci una disciplina comune alle MARACs, il numero di agenzie che partecipa alla Conferenza può variare e dipende soprattutto dalla sensibilità del territorio per il tema della violenza domestica e dalle capacità del Coordinatore nell’opera di coinvolgimento delle varie istituzioni pubbliche e private (quelle che ho indicate nella slide sono ritenute indispensabili per il successo dell’iniziativa). La vittima non partecipa alla Conferenza, ma è rappresentata da una figura professionale specifica, chiamata IDVA (Independent Domestic Violence Advisor), destinataria di una apposita formazione e assunta dal Comune nel cui territorio opera la MARAC. E’ l’IDVA che si fa portavoce delle esigenze, delle difficoltà, delle richieste della donna vittima di violenza nei confronti delle diverse agenzie che partecipano alla Conferenza e che devono individuare una risposta adeguata per ogni situazione.

Quando una donna si presenta a una delle tante agenzie che partecipano a questo sistema integrato di protezione, il professionista con il quale viene a contatto (il funzionario di polizia, il medico del pronto soccorso, l’assistente sociale, l’IDVA stessa, etc.) cerca di assumere da lei una serie di informazioni – seguendo uno specifico protocollo – per valutare il grado di rischio di caduta o ricaduta nella violenza al quale risulta esposta. L’obiettivo ovviamente è quello di riuscire a scoprire i segnali della violenza nel modo più anticipato possibile e di rendere la donna consapevole della situazione di pericolo nella quale si trova e quindi adeguatamente reattiva. Se, sulla base delle risposte fornite dalla vittima o dell’esperienza personale del professionista, il rischio viene valutato come elevato – e quindi tale da richiedere un pronto intervento, prima che sia troppo tardi – si chiede alla donna se è d’accordo che il suo caso sia oggetto di esame da parte della MARAC, in occasione della sua prima riunione (la frequenza delle riunioni dipende da ciascuna MARAC: in alcuni casi si arriva ad incontri ogni 15 giorni, più spesso una volta al mese). Solo se a rischio risultano essere anche dei minori la trattazione del caso prescinde dal consenso della donna. Nel corso della Conferenza le agenzie condividono le eventuali informazioni possedute in relazione al singolo caso, perché solo attraverso una visione il più possibile completa della situazione si ritiene possibile comprendere che cosa si deve e si può fare per aiutare la vittima a sottrarsi alla violenza. A tal fine ciascuna agenzia comunica anticipatamente a tutte le altre i nominativi delle persone coinvolte nel caso che intende discutere alla prossima riunione, ritenendo le vittime esposte ad un alto rischio di violenza: tutti i partecipanti alla Conferenza hanno quindi il tempo necessario per verificare nei propri archivi la presenza di eventuali informazioni che potranno rivelarsi importanti, durante la riunione, in vista delle decisioni da adottare e quindi suscettibili di essere condivise con gli altri.

La dimostrazione di quanto sia ritenuta importante la collaborazione tra le diverse agenzie nell’individuare lo stato di sofferenza della donna e nel fornirle l’aiuto necessario per uscire dalla violenza è testimoniato anche dalla emanazione del Domestic Violence Crime and Victims Act del 2004, con il quale si è stabilito che in caso di omicidio di una persona maggiore di 16 anni, avvenuto in ambito domestico, si deve sempre procedere alla c.d. Domestic Homicide Review. In pratica, una Commissione di professionisti indipendenti, appositamente nominata, ripercorre a ritroso la vita della vittima, per capire se le diverse agenzie con le quali sia entrata in contatto a causa e/o in coincidenza con la violenza subita abbiano fatto tutto quanto potevano per prevenire il proseguimento della violenza fino all’esito letale. Ciò che interessa, si dice espressamente, non è individuare dei responsabili ma imparare dall’esperienza, affinché in futuro non si ripresentino quei comportamenti superficiali e distratti eventualmente riscontrati in capo alle figure professionali alle quali la vittima aveva in qualche modo chiesto aiuto. La legge ha richiesto un tempo molto lungo per la sua effettiva operatività (ben 7 anni), ma dal 2011 al 2013 ci sono stati ben 54 i reports completati e inviati al Ministero degli Interni, che li approva dopo una verifica della loro completezza e li rende pubblici attraverso Internet.

 

Infine un’ultima cosa: come immagino saprete, sono usciti i dati dell’indagine della FRA, l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, sulla violenza contro le donne. Mi limito qui a richiamare due questioni soltanto: quella innanzitutto della consapevolezza che hanno le donne della esistenza nel loro Paese di iniziative legali o istituzionali volte a proteggerle in caso di violenza domestica. Solo il 41% delle donne italiane intervistate ritengono che esistano nel nostro Paese forme di assistenza per questi casi, a fronte di una  media europea intorno al 59%; per il 51% delle italiane (ancora una percentuale sensibilmente superiore alla media) quelle iniziative non esistono proprio (bassissima è infatti la quota di chi dichiara di non avere un’idea in proposito).

Se poi guardiamo le risposte in merito alla consapevolezza di una attività di prevenzione della violenza, vediamo che la percezione di un impegno dello Stato su questo fronte, pur essendo scarsa anche a livello europeo, è condivisa solo dal 34% delle donne italiane intervistate e risulta inesistente per il 58% di esse. Risposte, a me pare, che non possono certo stupire fino a quando si continuerà a scommettere su inutili aggravamenti della sanzione penale per porre un argine alla violenza contro le donne.

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Grazie professoressa, interessante questo aspetto del tema dal punto di vista di diritto comparato con l’esperienza spagnola e inglese.

Ora passo la parola alla dottoressa Maria Monteleone, amica della Camera Penale perché non è la prima volta che ci fa l’onore di presenziare ai nostri convegni, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, coordinatore del pool di Magistrati della Procura di Roma specializzato per i delitti contro la libertà sessuale, la famiglia e le fasce deboli.

Dottoressa, ho appreso, preparandomi per questo incontro, per conoscere meglio chi interviene, che lei ha partecipato anche ai lavori parlamentari, è stata sentita anche nel giugno dell’anno scorso in Seconda Commissione alla Camera e ho visto nel suo intervento che lei ha puntato molto sul fenomeno del punto di vista del Magistrato inquirente, ma soprattutto nella fase della prevenzione. E mi ha colpito molto un suo passaggio che mi permetto di leggere, così le do uno spunto ulteriore a quello che lei ha preparato: "Le misure cautelari sono in significativo aumento da un anno all’altro. Non è casuale che le misure cautelari che le Procure richiedono e i G.I.P.  concedono non siano quelle più attenuate. Le misure cautelari più frequenti sono invece rappresentate dalla custodia in carcere. A volte non basta neppure quella perché, terminata la custodia in carcere ed espiata la condanna definitiva, l’autore delle violenze spesso reitera la propria condotta, spesso con modalità non meno gravi di quelle che ne hanno determinato la condanna e ciò testimonia la pericolosità sociale di questi soggetti".

A lei illustrarci ulteriormente. Grazie. 

 

 

DOTT.SSA MARIA MONTELEONE: 

Grazie Avvocato per il cortese invito. E' vero, non è la prima volta che ho il piacere di dialogare con voi e di esaminare in questa sede le novità legislative riguardanti fenomeni criminali di particolare rilievo; l’odierno incontro costituisce l’ulteriore, interessante occasione per un confronto su una materia di notevole impatto sociale e penale, che offre nuovi spunti di approfondimento, in ragione dei più recenti interventi normativi.

I lavori dello scorso anno focalizzavano il proprio obiettivo tematico sull’ascolto dei minori, a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 172 del 2012, di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Lanzarote e, all’epoca, non aveva visto ancora formalmente la luce la normativa interna sulla violenza di genere, entrata in vigore di lì a qualche mese: prima il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 e poi la relativa legge di conversione, la n.119 del 15 ottobre 2013.

Le riflessioni che consegnerò alla vostra attenzione avranno essenzialmente riguardo agli aspetti di più diretta attinenza alle prospettive di un inquirente, in specie di un magistrato che, per la sua particolare posizione, ha una visione piuttosto ampia e, per così dire, “privilegiata” sulla quantità e qualità dei fatti delittuosi “attenzionati”, considerando che quella di Roma è, notoriamente, una delle Procure più grandi d’Italia, sicché costituisce un osservatorio di sicuro interesse, per il numero delle notizie di reato esaminate, ma anche delle richieste di misure cautelari.

Per tali ragioni, si è resa necessaria l’adozione di una direttiva alla Polizia giudiziaria, piuttosto articolata nella struttura e nei contenuti, che racchiude le prime indicazioni sulle modalità operative da seguire in merito alle disposizioni di maggior rilievo, segnatamente quelle riguardanti la misura pre-cautelare del nuovo art. 384-bis c.p.p. e l’arresto obbligatorio in flagranza di reato previsto per i maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.) e per il delitto di atti persecutori (art. 612-bis c.p.).

Nel testo della direttiva sono state, anzitutto, evidenziate le disposizioni processuali che incidono sulle attribuzioni proprie della Polizia giudiziaria e sul tempestivo raccordo con il magistrato inquirente, evidentemente finalizzate a garantire una significativa anticipazione della tutela della persona offesa.

Nel medesimo contesto, anche a seguito dell’entrata in vigore delle disposizioni - sostanziali e processuali - della legge n. 119/2013, la Procura di Roma ha istituito un turno di reperibilità (nell’arco delle 24 ore) di magistrati specializzati, il c.d. “turno esterno ed arrestati”, che assicura sempre l’immediata sinergia del P.M. con le forze di polizia che operano sul territorio.

Si tratta di una scelta per lo più ispirata dall’esigenza di assicurare la migliore attuazione delle nuove disposizioni, “al netto” dei pur possibili errori, indotti dalle imprecisioni e dalle difficoltà interpretative che questi innesti normativi recano con sé, nella radicata convinzione che la gravità dei fenomeni criminosi che essi mirano a contrastare, richiedano il massimo sforzo applicativo, con lo scopo di contemperare, da un lato, le istanze di massima tutela per le parti offese e, dall’altro, le giuste garanzie per gli indagati.

Aggiungo che anche i difensori - degli imputati e, soprattutto, delle parti offese - sono naturalmente chiamati a svolgere un ruolo fondamentale nell’applicazione della nuova normativa, e in tale ottica si inserisce una proposta che ho avanzato di recente, a margine di un incontro di studi con gli esponenti della Camera Penale di Roma e dell’Ordine degli Avvocati di Roma. Ho auspicato che pure gli avvocati valutino l’opportunità di creare dei turni specializzati per i Difensori d’ufficio, di modo che in tutti i casi in cui si procede agli arresti in flagranza di reato, ai fermi e all’applicazione della nuova misura precautelare ex art. 384-bis c.p.p., se l’interessato non nomina un difensore di fiducia, vi sia la possibilità di individuare ed indicare tempestivamente un difensore di ufficio, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., che sia specializzato in questa materia .

Il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 - convertito con modificazioni in legge n. 119 del 2013 - è rubricato “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere [….]”. Credo non sia superfluo spendere qualche breve considerazione sugli ambiti definitori della “violenza di genere”, sui fatti e sui fenomeni che riconnettiamo a questa espressione. La formula “violenza di genere” - molto diffusa nella letteratura scientifica, nei testi delle varie organizzazioni e nella legislazione internazionale e ormai, debbo dire, invalsa anche nel linguaggio comune - individua quell’insieme complesso ed articolato di aggressioni, fisiche, sessuali, psicologiche e anche economiche, perpetrate dalla parte maschile dell’umanità contro la componente femminile, evocando i tratti distintivi di ogni forma di violenza ad una “donna per il fatto di essere donna”.

Intendiamo, cioè, quelle azioni criminali, di varia forma, entità e connotazione culturale, che sono compiute dall’uomo nei confronti della donna in quanto tale, della sua soggettività ed identità di genere, donna alla quale molto spesso l’autore di questo contegno aggressivo è legato da una relazione, percepita come un rapporto “asimmetrico” di potere e di controllo, di assoggettamento di una identità sessuale all’altra; una relazione di tipo familiare, affettivo o anche di semplice contiguità sociale. Voglio ricordare, infatti, che l’autore di questa tipologia di delitti è molto spesso il marito, il convivente, il fidanzato, il padre, il fratello, il figlio, il parente, il collega di lavoro o di studio, l’insegnante, un uomo comunque “vicino” alla donna.

Va anche detto che si tratta di una forma di criminalità che per lungo tempo è stata ignorata, sottaciuta o, comunque, non conosciuta nella sua effettiva entità.

Come sicuramente ricorderete, a livello internazionale la violenza di genere ha formato oggetto di un intervento ad opera delle Nazioni Unite già nel lontano 1979, quando è stata adottata la “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination  Against Women - Cedaw), che ha previsto, fra l’altro, l’istituzione di un Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne – formato da esperti di alta autorità morale e competenza in materia, eletti fra candidati designati dagli Stati firmatari -, incaricato di esaminare i progressi realizzati nell’applicazione del Testo convenzionale. 

Forse non tutti conoscono nel dettaglio le conclusioni rassegnate dal Comitato C.E.D.A.W. nelle Raccomandazioni del 2011 sul sesto Rapporto periodico dell’Italia; relativamente alla analisi della situazione nel nostro Paese, sono enunciate talune importanti osservazioni critiche che vi leggo - sono solo alcune righe - perché danno plasticamente il senso della situazione reale in Italia al 2011. Il Comitato esprime la consapevolezza che “la violenza contro le donne rappresenta una delle violazioni principali dei diritti umani nel mondo dai costi sociali rilevanti” e manifesta preoccupazione “per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine, nonché per il persistere di attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”, oltre che “per la mancanza di dati sulla violenza contro le donne e bambine migranti, Rom e Sinte”. Nella circostanza, il Comitato si dichiara, altresì, preoccupato per “l’elevato numero di donne uccise dai propri partner od ex-partner (femminicidi)”, numero che può rappresentare l’indice del fallimento delle Autorità dello Stato-membro (l’Italia, appunto) nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner.

Posso affermare, sulla base dell’esperienza maturata, che nel nostro paese la situazione è coerente i rilievi del Comitato dell’O.N.U.: la violenza di genere è un fenomeno ampio e multiforme che può produrre implicazioni gravissime, non di rado esiziali, per le vittime e che ha “meritato” l’attenzione del nostro legislatore - pur non particolarmente accurata sul piano formale- sia con la legge n. 2012 che con quella successiva del 2013 n.119.

L’osservazione della realtà giudiziaria disegna , dunque, un quadro senza dubbio allarmante; mi riferisco non tanto, o non solo, ai cosiddetti delitti istantanei, anche  molto numerosi (la violenza sessuale, le lesioni volontarie, le minacce, le ingiurie, la violenza privata), ma  soprattutto a quei fatti criminosi, prima richiamati, caratterizzati dalla componente dell’abitualità:  i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori. 

I dati statistici che sono sotto la nostra osservazione - e che vanno a aggiungersi agli elementi di analisi anticipati poc’anzi dalla Professoressa Pecorella -, indicano un incremento progressivo e costante del numero di iscrizioni delle notizie di reato per questa tipologia di illeciti penali; considerate che a Roma, nell'anno giudiziario 2012-2013, siamo passati da circa 5250 notizie di reato ad oltre 7500. A tale dato dobbiamo aggiungere un ulteriore spunto statistico di valutazione, di non secondaria importanza, ossia l’aumento di circa il 30-40% delle misure cautelari richieste, non soltanto quelle tipiche della categoria di delitti che ci occupa – l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex artt. 282-bis e 282-ter c.p.p., nonché gli arresti domiciliari - ma anche, direi quasi per il 50% del totale, la custodia cautelare in carcere; voi conoscete bene i presupposti per l'adozione di quest’ultima misura privativa della libertà personale. Ebbene, il numero così elevato - ed in espansione - di ordinanze custodiali, indica in modo lampante una escalation di gravità nelle condotte criminali che connotano questi reati e, soprattutto, la pericolosità sociale dei loro autori.

Detto ciò, non v’è dubbio che, sia pure con tutte le riserve che non possiamo non nutrire nei confronti dei recenti innesti normativi (alludo ad entrambe le leggi da ultimo citate), lo sforzo interpretativo si è concentrato sull’individuazione degli aspetti positivi introdotti dalle novelle legislative.

L’Avvocato Bosio, nella sua introduzione, ha fatto riferimento a diverse problematiche giuridiche interessanti; per ragioni di brevità, in questa sede non potrò esaminare tutte le questioni sollevate, né entrare nel dettaglio di una singola questione, ma proverò a soffermarmi su quelle che - nell’emanare la direttiva alle forze di Polizia giudiziaria - abbiamo ritenuto costituissero le indicazioni e le disposizioni di maggiore rilievo.

Una delle principiali novità introdotte dal citato Decreto Legge n. 93 del 2013, concerne l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare, previsto dall’art. 384-bis c.p.p., inserito nel Codice di rito dall’art. 2 del Decreto. Ricordo che si tratta di una misura pre-cautelare, alternativa all’arresto in flagranza di reato ed al fermo di indiziato di delitto. I presupposti sono indicati nello stesso art. 384-bis c.p.p.. Le modalità esecutive che devono essere rispettate dalla Polizia giudiziaria, sono facilmente desumibili dalle disposizioni processuali testé richiamate.

Vado, in via sintetica, ad illustrare quelle che, secondo il nostro avviso, sono le principali criticità operative che essa ingenera. Trattasi, anzitutto, di una misura pre-cautelare che trova applicazione allorquando fra aggressore e vittima sussista, al momento dell’intervento della Polizia giudiziaria, una condizione di convivenza; naturalmente, è altresì necessario che fra le due parti intercorra una relazione “qualificata”, ossia la persona offesa deve essere prossimo congiunto dell’autore della condotta criminosa o convivente con lo stesso. Rammento che, ai fini dell’individuazione di queste particolari categorie di soggetti, dobbiamo fare riferimento al disposto di cui all’art. 307, comma 4 del c.p., che specifica, appunto, quali siano i prossimi congiunti ai fini dell’applicazione della legge penale.

Come è noto, ai sensi dell’art. 384-bis, co. 1, c.p.p., la nuova misura pre-cautelare può essere disposta nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all'articolo 282-bis, comma 6, dello stesso codice di rito. Quest’ultima norma si distingue per essere una delle disposizioni che lasciano più perplessi, se non altro perché nella elencazione delle fattispecie di reato per le quali deve trovare applicazione essa richiama errate disposizioni normative (si consideri l’indicazione dell’art. 600-ter e dell’art. 600-septies.2) ed anche ipotesi di reato per le quali la disposizione stessa appare chiaramente inapplicabile (è il caso del delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, punito dall’art. 600 c.p.).

A mio avviso, per individuare l’effettivo ambito operativo di detta disposizione occorre procedere ad una valutazione attenta e combinata tra la sfera di operatività dell’art. 282-bis e quella dell’art. 380 c.p.p. (l’arresto in flagranza nella nuova formulazione introdotta dalla legge n. 119/2013); ed anche le istruzioni impartite alla polizia giudiziaria si muovono in tal senso. In particolare, la misura dell’allontanamento urgente dalla casa familiare può essere adottata in tre ipotesi: nella flagranza dei delitti di lesioni volontarie procedibili d’ufficio, o comunque aggravate, commesse in danno di un prossimo congiunto o di un convivente, nella flagranza o nella quasi flagranza del delitto di minacce gravi, ex art. 612, comma 2, c.p., ed alle medesime condizioni quando si procede per il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, ex art. 571 c.p.

Tale limitato spazio operativo discende, per l’appunto, dalla contestuale modifica che il legislatore del 2013 ha operato sul fronte dell’arresto in flagranza, rendendolo obbligatorio anche in relazione al delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e a quello di atti persecutori (art. 612-bis c.p.), ponendo nuovi – e finora sconosciuti – problemi di compatibilità fra il requisito della “flagranza” (o della “quasi-flagranza”) e l’“abitualità” delle condotte; si tratta di questioni che meriterebbero, per la loro complessità, uno specifico approfondimento.

Nella delimitazione della sfera di operatività di questa nuova misura pre-cautelare e, correlativamente, nella definizione delle direttive da impartire alle forze di polizia, dobbiamo fare i conti con un’altra disposizione di non poco conto, anch’essa – per così dire – “contaminata” da un’evidente “disattenzione” del nostro legislatore. 

Dopo l’emanazione del Decreto Legge n. 93, nell’agosto del 2013, nel breve periodo di operatività del decreto legge ci si è resi conto che l’allontanamento urgente dalla casa familiare era quasi inapplicabile nelle fattispecie più comuni, e cioè quelle delle lesioni volontarie tra familiari e conviventi, dal momento che, essendo affidate alla competenza del Giudice di pace, restavano fuori dalla sfera di applicabilità dell'arresto in flagranza di reato e delle misure cautelari.

Di ciò si è reso consapevole il legislatore, in sede di conversione del decreto legge, introducendo un’opportuna modifica dell’art. 4 D.Lgs. n. 274 del 2000, relativo alla competenza penale del Giudice di pace, in modo da attrarre nella competenza del Tribunale anche il delitto (consumato o tentato) di lesioni volontarie previsto dall’art. 582 c.p., se il fatto è commesso – recita testualmente la nuova disposizione – “contro uno dei soggetti elencati dall’art. 577, secondo comma, ovvero contro il convivente”. L’art. 577 c.p. contempla, come è noto, alcune circostanze aggravanti per l’omicidio, elencando anche talune categorie di persone - legate al soggetto agente da un rapporto di parentela, di coniugio o di affinità - che rendono ipotizzabile l’applicazione di detta aggravante al reato, qualora lo stesso sia commesso ai loro danni, e per le quali, quindi, grazie al predetto richiamo, opera il trasferimento di competenza al Tribunale ordinario in caso di lesioni volontarie. 

Orbene, il legislatore - in questo si sostanzia la significativa  disattenzione - limitando il rinvio ai soli soggetti specificati dal comma 2 dell’art. 577 c.p., ha omesso di considerare che la stessa norma, al comma 1 n. 1, indica espressamente l’ascendente e il discendente, con la conseguenza che, nel caso di lesioni aggravate dal rapporto di ascendenza o discendenza, le lesioni medesime - alludiamo ovviamente a quelle di cui all’art. 582, comma 2, c.p. - sono rimaste nella competenza del Giudice di pace. Ciò ha comportato l’esclusione di queste ipotesi delittuose dall’applicabilità della misura pre-cautelare dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e dalla conseguente applicazione della misura prevista dall’art. 282 bis c.p.

Non possiamo astenerci dall’osservare che, nella pratica, frequenti sono i casi di lesioni volontarie aggravate dal rapporto di ascendenza o di discendenza, intercorrente fra l’autore della condotta criminosa e la parte offesa: perciò, la nuova misura rischia di essere inapplicabile proprio in quelle ipotesi, come la violenza domestica che vede protagonisti genitori e figli, nelle quali i nuovi strumenti potrebbero svolgere un ruolo significativo.

Al riguardo riteniamo che sia possibile scongiurare tale effetto, recuperando, per altra via, l’aggravante delle lesioni volontarie qualificate dal rapporto di ascendenza-discendenza in modo da ricondurre queste fattispecie nella competenza del Tribunale ordinario.

Come è noto, l’art. 582 c.p. rimanda, per le ipotesi aggravate, ai successivi artt. 583 e 585. Ebbene, rileggendo in maniera coordinata e sistematica queste disposizioni,  rileviamo  che l’art. 585 c.p. rinvia all’art. 576 c.p., il quale, da ultimo, prevede come aggravante proprio il rapporto di ascendenza e discendenza, anche nelle ipotesi in cui l’ascendente o il discendente ha agito per “motivi abbietti o futili” ovvero  “sono state adoperate sevizie”, o “si è agito con crudeltà verso le persone”, o ancora “si è adoperato un mezzo venefico o altro mezzo insidioso, ovvero nel caso di premeditazione”.

In effetti, può sostenersi con ragionevole certezza che, nel caso di lesioni consumate all’interno del nucleo familiare e caratterizzate dal rapporto di ascendenza o discendenza tra le parti,  soprattutto quando la vittima è una persona anziana o un bambino,  è ravvisabile l’aggravante comune di cui all’art. 61 n. 1 c.p.,  in particolare “il motivo abbietto o futile”, così riconducendo l’ipotesi nella competenza del Tribunale ordinario, e applicando pertanto la nuova misura pre-cautelare di cui all’art. 384-bis c.p.p..

Come già, sicuramente, avrete rilevato, una delle novità di maggior rilievo introdotte dalla legge in esame nella modifica dell’art. 612-bis c.p. (atti persecutori) è la  previsione  che la remissione della querela possa essere soltanto processuale.

Come già accaduto in diverse altre circostanze anche in questo caso la differente formulazione tra il decreto legge e la legge di conversione è il frutto di una “decisa diversità di vedute” tra l’opinione assolutamente determinata di chi propendeva per la rimettibilità della querela, in riconoscimento della libertà di decisione delle  vittime, e chi, invece, in maniera più condivisibile, reputa che, per un delitto di tale gravità, dal quale può persino discendere la custodia cautelare in carcere per l’autore, non fosse possibile né ragionevole caricare la persona offesa della responsabilità di far proseguire o meno l’azione penale – condizionando, dunque, la stessa misura custodiale – attraverso una remissione della querela ritualmente presentata. E ciò anche in considerazione del fatto che, per evidenti ragioni, nella maggior parte dei casi, la vittima di atti persecutori si trova esposta a gravi minacce, ritorsioni e intimidazioni.

La soluzione di compromesso è stata quella che conosciamo e che ha creato, per il vero, non pochi problemi: il legislatore ha ritenuto di dover disporre che la remissione può essere soltanto processuale, mentre ha reso irrevocabile la querela, quando il fatto è commesso con minacce reiterate, nei modi di cui all’art. 612, co. 2, c.p.. Lascio, naturalmente, a voi l’arduo compito di individuare quando, in concreto, quando, in concreto, le minacce sarebbero così “gravi” (ai sensi del comma 2 dell’art. 612 c.p.) da rendere la querela irrevocabile!

Problema assai più grande è quello di circoscrivere il significato della locuzione “remissione processuale”. Sul punto, abbiamo registrato due possibili interpretazioni: secondo una prima ricostruzione, più rigorosa, una remissione di tal sorta può essere fatta solo davanti all’autorità giudiziaria procedente - personalmente o a mezzo di procuratore speciale - nel senso che deve essere comunque ricevuta dall’autorità giudiziaria, quindi dal pubblico ministero o dal giudice;  una seconda e diversa ricostruzione riconosce, invece, l’ulteriore possibilità che la remissione processuale sia valida anche se effettuata davanti ad un ufficiale di Polizia giudiziaria.

Sul punto, attraverso la lettura sistematica e coordinata delle due norme di riferimento, l’art. 152, comma 2, c.p. e l’art. 340, comma 1, c.p.p., nelle direttive impartite al riguardo alla polizia giudiziaria, anche alla luce delle insuperabili difficoltà di ordine pratico che la materia comporta, e considerando, altresì, che la remissione può essere fatta anche a mezzo di procuratore speciale, abbiamo ritenuto di individuare una soluzione condivisibile nel secondo degli orientamenti esposti.

In assenza di una specifica disposizione che individua la remissione “processuale”, citata nell’art. 152 c.p., ed osservato che la remissione della querela, secondo il disposto dell’art. 340 c.p.p. può essere validamente effettuata anche a mezzo di procuratore speciale e davanti ad un ufficiale di Polizia giudiziaria, si è disposto che qualora venga fatta personalmente dal remittente, l’organo di polizia giudiziaria sia particolarmente qualificato.

Abbiamo, quindi, ritenuto opportuno sensibilizzare gli organi di Polizia giudiziaria, affinché l’atto non si risolva in una mera formalità, prevedendo la possibilità che la dichiarazione venga ricevuta da personale specializzato in materia, capace di cogliere eventuali elementi o sintomi di eventuali intimidazioni o di minacce ai danni del remittente o, comunque, del carattere non spontaneo di questa manifestazione di volontà. 

Un’altra modifica importante che ha creato non poche difficoltà operative riguarda l’individuazione dei delitti caratterizzati da “violenza alla persona”, categoria cui fanno riferimento diverse disposizioni introdotte dalla legge n.119/2013, ed in particolare il novellato art. 299, comma 2-bis, c.p.p., sulla revoca e sostituzione delle misure cautelari, nonché l’art. 408, comma 3-bis, c.p.p. sulla richiesta di archiviazione.

Si ritiene che in detta categoria rientrino tutti i “delitti con violenza alla persona”, sia fisica che psicologica, come è ragionevole dedurre dalla considerazione che il bene giuridico tutelato è l’integrità psico-fisica della persona, restandone, invece, esclusi i delitti commessi con minaccia.

Va, peraltro, evidenziato che l’area di operatività della disposizione abbraccia sia le fattispecie nelle quali la violenza costituisce una finalità specifica della condotta, sia quelle fattispecie nella cui condotta figura comunque l’elemento in questione: per questi motivi, riteniamo che vi rientrino anche il reato di cui all’art. 393 c.p. (esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona), e la  violazione di domicilio con violenza alla persona  (art. 614 comma 4).

Ho già avuto modo di fare cenno alle problematiche poste dalla obbligatorietà dell’arresto in flagranza di reato per i delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.) e di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), entrambi caratterizzati dalla abitualità della condotta.

In effetti le difficoltà operative sono determinate dal fatto che nella immediatezza dell’intervento della polizia giudiziaria, alle comuni problematiche sulla individuazione della flagranza o quasi flagranza del delitto, si associano quelle, ben più complesse, della necessità di  individuare se il fatto così come prospettato nella immediatezza dell’intervento  (es.: lesioni volontarie, minacce, aggressioni di vario tipo.. ecc.), abbia una rilevanza autonoma, e quindi legittimi eventualmente l’adozione della misura ex art. 384 bis c.p.p. , ovvero si tratti del frammento ultimo o intermedio di una condotta abituale temporalmente più ampia, nella quale va ad inserirsi come uno degli elementi costitutivi, e in ragione di ciò imponga l’arresto in flagranza.

La consapevolezza delle difficoltà operative che in concreto gli operatori della polizia devono affrontare ed anche la radicata convinzione che sia doveroso adottare tutte le iniziative efficaci perché le nuove disposizioni possano trovare al meglio applicazione, potendo costituire uno strumento efficace per una lotta a fenomeni criminosi dilaganti e non più tollerabili, ha indotto la Procura di Roma ad adottare un progetti organizzativo del gruppo specializzato nella materia che è in linea con le finalità perseguite dalla legge.

Avrete sicuramente notato un elemento di assoluta novità per il nostro sistema processuale: mi riferisco al disposto dell’art. 384-bis c.p.p., secondo cui la polizia giudiziaria, nel disporre la misura dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare, deve operare a contatto diretto con il pubblico ministero, il quale dovrà autorizzare la misura.

Ciò significa che è richiesto un raccordo operativo fra i due organi inquirenti cui è affidata la responsabilità, in situazioni familiari e personali complesse, di valutare se ricorrono tutte le condizioni ed i presupposti per la sua adozione.

Nella medesima prospettiva si inquadra un’altra iniziativa assunta dalla Procura di Roma, operativa dal 1° febbraio 2014, consistente nella previsione di turni di reperibilità (esterni ed arrestati) riservati ai magistrati del gruppo specializzato nei “delitti contro la libertà sessuale, la famiglia ed i soggetti vulnerabili”, che possono essere direttamente contattati dalla polizia giudiziaria, per tutte le esigenze della materia, ivi compresa  la nomina di un esperto in psicologia o psichiatria infantile , ai sensi dell’art. 351 comma 1 ter c.p.p., ove sia urgente procedere all’ascolto, con modalità protette, di un minore.

Mi avvio alla conclusione richiamando quello che ha detto la Professoressa Pecorella a proposito della necessità di “attenzionare” anche la figura del violento: è una riflessione importante, strettamente connessa al tema della prevenzione.

A mio avviso, non sono sufficienti interventi che mirino esclusivamente a proteggere la donna, senza coinvolgere l’uomo autore della violenza. Dobbiamo, infatti, prendere atto che purtroppo l’essere umano non modifica i propri comportamenti soltanto perché la legge li proibisce.

E’ sufficiente ricordare che per molti soggetti violenti, la minaccia e l’applicazione di una sanzione penale - anche gravissima, come la reclusione per tanti anni o l’ergastolo - non costituiscono affatto un deterrente. Peraltro, in diversi casi, specialmente gli autori delle condotte più violente nei confronti dei propri familiari, contestualmente compiono atti di autolesionismo, fino al suicidio. Il che indica come, molto spesso, la funzione preventiva della sanzione penale sia debolissima, o addirittura nulla!

Dobbiamo, quindi, sforzarci di ricercare soluzioni idonee a prevenire le condotte violente più gravi; in questa prospettiva, è forse il caso di valutare la possibilità di introdurre nel nostro sistema processuale, in presenza di limitate esigenze cautelari,  delle misure precauzionali personali, non modellate sui tradizionali divieti imposti all’autore del reato, ma configurate come degli “obblighi” di condotte attive, quali ad esempio quello di sottoporsi ad una  tempestiva  terapia o ad un  percorso terapeutico e trattamentale mirato a contenere e a gestire la sua condotta aggressiva, magari anche prevedendo che dalla sottrazione volontaria all’obbligo di sottoporsi a questo programma ne derivi l’automatica applicazione  di una misura, anche limitativa della libertà personale,  più grave.

Pare ragionevole ritenere che, in diversi casi, le misure appena prospettate potrebbero rivelare una non trascurabile efficacia preventiva, non disgiunta da una funzione contenitiva e anche rieducativa.

A ben vedere, il nostro legislatore ha – sia pure in modo “approssimativo” –  mostrato di essersi posto il  problema come dimostra  la  modifica dell’art. 282 quater c.p.p. al cui primo comma è stata aggiunta la seguente espressione: ”Quando l’imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi socio-assistenziali del territorio , il responsabile del servizio ne dà comunicazione al pubblico ministero e al giudice ai fini della valutazione ai sensi dell’art. 299 comma 2”.

Si tratta di una disposizione interessante, sebbene dobbiamo subito dirci che, di fatto, non sarà operativa finché le nostre strutture territoriali e i servizi sociali non avranno attivato i servizi di intervento e terapeutici per gestire la violenza da parte di determinati soggetti; in ogni caso, è un segno importante che il nostro legislatore ha dato sul quale è bene riflettere.

Concludo con un’ultima riflessione: il nostro sistema penale e processuale, a seguito delle ultime modifiche legislative, si avvia ad assegnare alla persona offesa un ruolo molto più importante, che deve essere oggetto di rivisitazione e di rivalutazione.

Non si tratta più di un soggetto processuale che semplicemente avanza una richiesta punitiva o una richiesta risarcitoria o che, ancora, presta una sorta di collaborazione alla pubblica accusa.

Il recupero del ruolo della vittima nel processo, in ogni fase di esso, diventa allora fondamentale in una prospettiva di rilancio complessivo del ruolo e della finalità del servizio giustizia, e in quest’ottica si inseriscono le numerose modifiche legislative, pure imperfette (ad alcune di esse opportunamente ha fatto richiamo l’Avvocato Bosio nel suo intervento), che implicano per la persona offesa un ruolo attivo e più pregnante, da incoraggiare e sostenere.

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Grazie Procuratore. E’ stato molto interessante il suo intervento per gli spunti non soltanto di esperienza vissuta sul campo e interessante soprattutto per le direttive alla Polizia Giudiziaria perché in effetti si può trovare a operare in situazioni estremamente delicate senza avere un riferimento. Ma soprattutto ho apprezzato molto quel suggerimento su cui Camera Penale e Consiglio dell’Ordine penso a breve avranno modo di riflettere sulla circostanza di organizzare dei turni di Difensori d’ufficio specializzati proprio nello specifico della tematica, perché in effetti abbiamo già avuto modo di apprezzare in questi primi interventi quale sia la complessità della normativa di cui oggi stiamo discutendo.

Passo ora la parola all’Avvocato Maria Virgilio, collega del Foro di Bologna, ma che ha anche una nutrita attività di pubblicista, didattico e anche universitario, mi sono preparato anche su di lei. Cerco di conoscere i miei interlocutori. Ho apprezzato che ha fatto anche notevoli attività pubblicistiche in materia di libertà sessuale, nuova schiavitù, prostituzione, in epoca non sospetta, risalente anche  agli anni 2000. Ho visto che ha avuto anche una esperienza a livello politico come consulente del Ministro delle Pari Opportunità, il che ovviamente ci dà il modo di apprezzare il suo intervento anche  sotto il profilo di una esperienza poi vissuta sul campo come Difensore. 

Vorrei anche ringraziare la nostra collega per averci mandato quell’interesse scritto sulle modifiche delle norme modificate, appunto su quel testo di norme modificate che abbiamo avuto modo di apprezzare, anche se mi ha rimproverato perché stavo seguendo la guida al diritto, ma volevo dire soltanto in questi termini che è stato apprezzato ed è stato anche studiato. Prego. 

 

 

AVV. MARIA VIRGILIO: 

Mi è stato chiesto di contribuire alla discussione portando il punto di vista della parte offesa dal reato e rivestendo il ruolo dell’avvocato difensore della persona offesa.

Cercherò di attenermi a questa indicazione, ma non rinuncerò a svolgere anche qualche rilievo generale in tema di attuale assetto normativo della materia, con riferimento particolare alla novella sul femminicidio, che io preferisco nominare come “legge cosiddetta contro il femminicidio” (sottolineando “cosiddetta”). Ogni volta ritengo infatti doveroso precisare che il tributo mediatico espresso tramite il riferimento al femminicidio da parte del legislatore (qui, prima il Governo per il disegno di legge e poi la Camera per la legge di conversione) non corrisponde in alcun modo al contenuto della legge. Questa non disciplina in alcun modo e in alcuna sua norma il femicidio/femminicidio, giacché nessuna norma si riferisce ai femminicidi/femicidi, posto che nessuna delle norme si riferisce agli assassini di donne da parte di uomini  con cui siano in relazione di intimità o prossimità. Peraltro, la sola norma che si riferisce (anche) all’omicidio è la “circostanza aggravante” comune dell’art. 61 codice penale; ma essa concerne tutti i delitti (non colposi) contro la vita e l’incolumità individuale, ivi compreso l’omicidio (art. 575 c.p.), e dunque  comprende anche gli omicidi di uomini da parte di donne, cioè prescinde dal genere. Quindi la denominazione è ingiustificata, a meno di non voler sostenere che “qualunque” modifica della legge penale (sia sostanziale che processuale)  in materia di violenza  svolga di per sé funzione di prevenzione e contrasto dei cd. femicidi/femminicidi (per le precisazioni sul significato di queste dizioni rinvio all’intervento di Claudia Pecorella).

Uno specifico rilievo va rivolto al linguaggio utilizzato nel decreto, che appare spesso improprio.Le norme sono tutte neutre rispetto al genere, perfino quelle che si riferiscono alla donna in stato di gravidanza (“persona” in stato di gravidanza!?!?). Il vocabolario usato è oscillante e  incerto. Si alternano indifferentemente le dizioni: violenza domestica, violenza di genere, violenza contro le donne, violenza nei confronti delle donne, violenza nelle relazioni affettive, violenza sessuale, stalking, discriminazione di genere, diseguaglianza di genere.

Ma, poiché la categoria della violenza di genere non comprende solo le donne, doveva essere precisato - e non lo è - a quale genere di destinatari ci si intenda riferire, qualora il legislatore avesse voluto intendere che si riferiva alla violenza di genere contro le donne.

Ancora: nella legge la violenza sessuale è abbinata alla violenza di genere e poi allo stalking: come se violenza sessuale e stalking non costituissero violenza di genere contro le donne (in particolare, lo stalking è una violenza di natura psicologica)!

Quanto alla nozione di violenza domestica riprende sì alla lettera la definizione di Istanbul, ma con una aggiunta (gli atti “non episodici”) che restringe in misura rilevante il concetto. Eppure il glossario legislativo è importante sia sul piano della certezza e chiarezza del diritto sia su quello del messaggio simbolico culturale connesso alla innovazione normativa: questo è ben chiaro nella Convenzione di Istanbul che esordisce proprio con una serie di “definizioni”.

 

D’altronde - sempre per restare sul piano generale - non vi era alcun motivo di procedere con la decretazione d’urgenza. E’ difficile non condividere le critiche rivolte alla scelta del  decreto legge, che ha illegittimamente privato la collettività di un momento di confronto democratico.

E’ una illegittimità duplice, innanzitutto per la eterogeneità dei plurimi contenuti del decreto, accresciuta dalla Camera in sede di conversione (come sappiamo la legge è stata definita variamente come legge macedonia, omnibus, anti-NO TAV, fritto misto).

Secondariamente, non sussistono assolutamente i requisiti che la Costituzione richiede per poter emanare decreti con forza di legge. Non sussistono cioè le circostanze straordinarie di necessità e urgenza. Lo dichiara nettamente il preambolo stesso del decreto, che non porta alcun dato oggettivo a sostegno della urgenza, ma si limita a enunciare il “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne”. Ed è da questo che trae il “conseguente” “allarme sociale”, che - a sua volta - ha reso necessario “inasprire per finalità dissuasive, il trattamento punitivo per gli autori”.

Ma ad escludere ogni carattere di emergenzialità è la sostanza stessa del fenomeno.

La sua stessa natura strutturale esclude ogni carattere di straordinarietà (come richiesto dalla Costituzione per emanare i decreti-legge). E che la violenza di genere contro le donne sia “strutturale” non siamo noi a dirlo, ma lo affermano gli strumenti stessi internazionali, a cominciare dal preambolo della Convenzione di Istanbul, già  ratificata dall’Italia.

L’unico presupposto accampato a sostegno della straordinaria necessità e urgenza è costituito da una indimostrata asserzione statistica e criminologica (“susseguirsi di eventi”) che risulta - non possiamo non rilevarlo - contraddittoria con il contenuto del decreto, il quale prevede sia l’assegnazione al Ministro dell’Interno del compito di elaborare annualmente (art. 3) “un’analisi criminologica della violenza di genere” e sia la previsione di una raccolta strutturata dei dati del fenomeno inserita nel Piano straordinario (art. 5). Insomma il presupposto del decreto ne costituisce anche l’oggetto, e, per di più, deve ancora essere dimostrato!!!!!

Né sussiste l’urgenza: la  gravità del fenomeno la conosciamo non da oggi, ma da tempo, almeno dal 2006, anno di riferimento della indagine ISTAT: gli unici dati ufficiali raccolti. 

E’ inoltre errata la prospettazione di aumenti e recrudescenze dei fatti di violenza denunciati. Non abbiamo i dati ufficiali per potere affermarlo perché invano chiediamo da anni che i dati vengano ufficialmente raccolti. Li aspettiamo dal 1997 (era previsto nella Direttiva Prodi Finocchiaro)  e dal disegno di legge Pollastrini – Bindi n. 2169 del 2007! Anzi dalle varie raccolte non ufficiali risulta il contrario, cioè emergono dati stabili negli ultimi anni, e pure in leggera diminuzione sia per le denunce (e querele) di violenze sessuali (purtroppo l’accorpamento in una unica fattispecie non consente di distinguere i fatti distupro da quelli di minore gravità) sia per gli assassini di donne da parte di uomini con cui sono in relazione di intimità (per comparare occorrerebbe selezionare i delitti secondo criteri omogenei). La sostanza della valutazione non è diversa se la focalizziamo sui delitti di stalking. E’ vero che il Ministero dell’Interno ha registrato un aumento del numero delle querele presentate per questo delitto. Ma occorre  considerare che molti fascicoli aperti vengono poi archiviati: tra il 15 e il 30% per remissione di querela e tra il 30 e il 60% per infondatezza o mancanza degli elementi costitutivi previsti dalla legge. Così risulterebbe dalle valutazioni di vari pubblici ministeri che ho raccolto personalmente. 

Dunque il tema della modifica legislativa doveva essere portato esclusivamente nella sede parlamentare e nella pienezza del potere parlamentare (non con i limiti di una legge di conversione). Lo avevamo affermato chiaramente nella audizione parlamentare resa come associazione GIUdIT - Giuriste d’Italia (di cui sono socie anche alcune colleghe veneziane). Ma credo che siamo stata l'unica associazione convocata alle audizioni che si è pronunciata per la incostituzionalità totale di questa legge.

 

Vorrei a questo punto tornare al merito della questione e soffermarmi sul tema della raccolta dei dati, perché lo considero nodale e imprescindibile.

Attendiamo con ansia i risultati della indagine Istat attualmente in corso, che consentirà una fruttuosa comparazione con i dati raccolti nel 2006. Altro non abbiamo, di istituzionale e completo.

Abbiamo sì le indagini del Ministero dell’Interno che finalmente, da qualche anno, sta scorporando maschi e femmine sia per gli autori che per le vittime. Tuttavia il Ministero raccoglie solo le denunce, mentre in questa materia sono assai importanti anche gli sviluppi processuali e gli esiti conclusivi.

Proprio dal punto di vista della persona offesa sappiamo che a gravare e pesare sul soggetto è l’intero iter processuale (spesso di non breve durata), e non solo la fase iniziale se querelare/denunciare.

Allora: è sicuramente importante il momento iniziale del processo, quando la donna che ha subito violenza deve decidere se intraprendere la strada giudiziaria. Ma altrettanto importante è il momento della adozione delle misure cautelari (che rispondono alla esigenza primaria di veder interrotta la violenza subita) e, infine, l’esito.

Orbene, qualche ufficio giudiziario ha assunto l’iniziativa di raccogliere i provvedimenti cautelari. Mi risulta anche che, in occasione di ogni inaugurazione di anno giudiziario, venga chiesto agli Uffici di raccogliere i propri dati. Sono questi dei dati preziosi che, tuttavia, spesso vengono inseriti solo in parte nelle relazioni inaugurali; e così restano purtroppo inutilizzati.

Quello che è certo è che non vengono raccolti i dati sugli esiti processuali. Quante querele vengono revocate? Quante denunce vengono archiviate? Quante derubricate? Quanti maltrattamenti sono derubricati a lesioni o a stalking? Quanti stalking diventano molestie o violenze sessuali?

In proposito la legge 119/2013 prescrive che tutti questi dati vengano elaborati. Al fine di capire e poter così elaborare gli attesissimi Piani d’azione nazionale per la prevenzione e il contrasto.

Tuttavia la indagine statistica è complessa. Per vari ordini di motivi.

Innanzitutto noi non abbiamo nel nostro ordinamento fattispecie di reato specifiche, che colpiscano cioè esclusivamente la violenza contro le donne basata sul genere (tranne le mutilazioni genitali femminili o l’aborto).

Tantomeno è specifico il delitto di maltrattamenti dell’art. 572, perché comprende anche contesti lavorativi, scolastici, sportivi, non solo di relazione uomo-donna.

Non è specifico lo stalking, che comprende le persecuzioni condominiali, professionali, ecc.

Tantomeno è specifico il delitto di omicidio, neppure se circoscriviamo l’attenzione ai soli casi dell’omicidio di una donna da parte di un uomo.

Infatti quando parliamo di femicidio/femminicidio (e parliamo di violenza di genere nei confronti delle donne) dobbiamo restringere il campo e scartare tutta una serie di fatti che non hanno a che fare con il genere, come i delitti di criminalità mafiosa o predatoria. Ma il criterio selettivo è tuttora oggetto di discussione: per esempio, dobbiamo includervi anche il cliente che ammazza la prostituta? I criteri infatti dovrebbero essere condivisi.

Eppure - non dobbiamo stancarci di ripeterlo - la conoscenza del fenomeno, in tutti i suoi aspetti, è preliminare per pianificare le azioni di prevenzione e di contrasto.

           

Venendo alla portata della nuova legge, sulla sua pessima qualità tutti i commentatori sono purtroppo concordi. Variegato è invece il panorama dei giudizi da parte degli operatori legali sotto il profilo della sua operatività.

Molte avvocate e molti avvocati che tutelano le donne “vittime” in questi procedimenti, come parti offese e poi come parti civili costituite, dichiarano di sentirsi avvantaggiati dalle novelle legislative, soprattutto da quelle processuali.

Ma io credo che l’analisi debba essere più articolata e debba distinguere vari piani.

Cominciamo dalla parte sostanziale della legge, e cioè dalle nuove aggravanti previste.

L’obiettivo dichiarato è stato quello di inasprire il trattamento punitivo dell’autore violento e al tempo stesso di valorizzare e tutelare talune specifiche posizioni: la donna in stato di gravidanza, il minore che subisce la c.d. violenza assistita, certe particolari relazioni di intimità e prossimità (che prescindono dallo stato civile e dalla residenza).

Orbene tutto questo è stato tradotto nella mera previsione di nuove aggravanti. Si è agito cioè - penalisticamente - sul piano di un elemento “accidentale” del reato, attraverso le aggravanti comuni. Per noi che sappiamo e sperimentiamo come concretamente operino le circostanze aggravanti e per la donna che più della condanna desidera la interruzione della violenza ( e una possibilità di vita alternativa), il giudizio è netto: la scelta tecnica di politica legislativa appare più simbolica che di effettivo cambiamento.

 

Sul piano operativo, tutte le modifiche processuali che sono contenute all’art. 2 dovrebbero essere “dalla parte della vittima” e favorirla. Vengono definite come “Misure di protezione e di tutela”. Esaminiamole.

Tra le modifiche dell’art. 2 ne troviamo innanzitutto due che - a ben vedere - hanno portata generale e dunque non sono specifiche per la violenza di genere. Ci riferiamo:

- alla informazione alla parte offesa ( tutte e per tutti i reati) della possibilità di nominare un difensore e di fruire del patrocinio a spese dello stato (art. 101 c.p.p.);

- alla sottrazione di alcune competenze penali del giudice di pace per i reati di percosse e lesioni non superiori a 20 giorni (art. 4 disp. comp. GdiP) se commessi - sinteticamente - contri familiari, conviventi e affini.

Ancora portata generale, anche se riferita a tutti i “delitti commessi con violenza alla persona”,  hanno anche:

- l’obbligo di immediata comunicazione alla parte offesa della revoca e sostituzione delle misure cautelari e, ancor prima, della relativa richiesta al giudice da parte del pubblico ministero o dell’imputato nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona (art. 299 c.p.p.);

- l’obbligatorietà della comunicazione alla parte offesa dell’avviso della richiesta di archiviazione per infondatezza delle notizie di reato per i delitti commessi con violenza alla persona (art. 408 c.p.p.).

Tutte queste disposizioni avvantaggiano sicuramente la parte offesa, ma intendendo tutte le parti offese in generale, perché le norme non presentano alcuna connotazione di genere.  Tali disposizioni sono infatti conformi agli obblighi internazionali che l’Italia deve adempiere per la valorizzazione processuale delle vittime di reato (di qualsiasi genere e per qualsiasi reato) e dei loro diritti, nonché della assistenza e protezione loro e dei loro familiari. Va anche aggiunto che gli obblighi di informazione e comunicazione mirano a soddisfare una esigenza assai sentita in materia e cioè a fornire alla donna che ha subito violenza l’opportunità di valutare personalmente il rischio della sua esposizione a pericolo, nei casi in cui, per esempio, cessi la permanenza in carcere del violento (o sia revocata la misura dell’allontanamento, ecc.). Per la verità tale esigenza di valutazione del rischio potrebbe essere realizzata anche per altra via, per esempio fornendo alla donna un operatore di riferimento con reperibilità telefonica, utile per ricevere comunicazioni processuali, ma anche per richiedere interventi d’urgenza (è questo il suggerimento emerso dal confronto tra operatori della legge svoltosi nell’ambito del progetto Europeo Daphne Lexop “Lex-operators all together for women victims of intimate partner violence”).

Delle restanti previsioni la maggior parte non ha caratteristiche di originalità, trattandosi di estensioni di istituti già previsti nell’ordinamento. Le leggiamo:

- estensione della comunicazione al Tribunale per i minorenni ai casi di maltrattamento e stalking in danno di minorenne (art. 609 decies c.p.);

- estensione del numero dei reati per cui le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche hanno obbligo di fornire informazioni alla vittima sui centri antiviolenza (art. 11 legge Stalking);

- estensione allo stalking della possibilità di disporre intercettazioni telefoniche (art. 266 c.p.p.);

- estensione ad altri reati dell’allontanamento della casa familiare, nonché utilizzo del c.d. braccialetto elettronico (art. 282 bis c.p.p.);

- estensione a maltrattamenti e stalking dell’obbligo di avvalersi dell’ausilio di un esperto in psicologia o psichiatria infantile quando la polizia giudiziaria deve assumere sommarie informazioni da persone minori (art. 351 c.p.p.);

- estensione a maltrattamenti e stalking dell’arresto obbligatorio in flagranza (art. 380 c.p.p.);

- estensione ai maltrattamenti delle modalità protette nell’incidente probatorio  (strutture specializzate di assistenza) già previste per la assunzione della prova che interessa un minorenne (art. 398 c.p.p.);

- estensione a maltrattamenti e stalking del limite di una sola proroga delle indagini (art. 406 c.p.p.);

- audizione dibattimentale protetta per il minore (con l’uso di un vetrospecchio unitamente ad un impianto citofonico), estesa anche nei casi di maltrattamenti (art. 498 c.p.p.);

- audizione dibattimentale con modalità protetta estesa anche alla persona maggiorenne, se particolarmente vulnerabile: vetrospecchio, paravento (art. 498 c.p.p.);

- priorità assoluta nella formazione dei ruoli d’udienza e nella trattazione, estesa ai processi per maltrattamenti, violenza sessuale e stalking (art. 132 bis Norme Att. c.p.p.);

- estensione della ammissione al patrocinio a spese dello stato anche in deroga ai limiti di reddito ampliata ai casi di maltrattamento, lesioni aggravate e stalking (art. 76 T.U. spese di giustizia).

In realtà - a ben vedere - nella legge compare una unica disposizione che presenti caratteristiche di originalità, ed è quella che prevede:

-  la comunicazione alla parte offesa dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari . Questa vale per i soli delitti di maltrattamenti e stalking (art. 415 bis c.p.p.).

Dopo questa rassegna di disposizioni processuali - al di là dei numerosi problemi interpretativi ed applicativi insorti - per una più approfondita valutazione su come le nuove disposizioni abbiano avvantaggiato le parti offese, dobbiamo constatare che il filo conduttore delle varie innovazioni è purtroppo costituito dalla loro natura di disposizioni “speciali” o comunque particolari (intendendo nel senso di fare eccezione a regole generali di procedura penale). La legge n. 119/2013 ha - in buona sostanza - ampliato ed esteso strumenti che erano già previsti nell’ordinamento, ma riferiti ai cd. soggetti deboli: minori, disabili, anziani. Certamente tutte tali norme “di favore” per la loro portata, non possono che agevolare per la parte offesa lo svolgimento della dinamica processuale. Ma a che prezzo? Quello negativo di mettere in risalto che chi viene avvantaggiato è un soggetto bisognoso di particolare tutela. E questo accade tutte le volte in cui l’intervento legislativo si esprime in norme speciali, di eccezione e particolari, mirate alla tutela di soggetti ritenuti deboli/vulnerabili (o «vittime con esigenze specifiche di protezione», come più correttamente dice la Direttiva 2012/29/ UE) che in forza di questa loro caratteristica necessitano di un trattamento processuale diverso da quello previsto per le parti offese di tutti gli altri reati. Ma è così che si costruisce lo statuto della “vittima”, che spesso di per sé non avvantaggia, anzi finisce per gravare a sfavore della destinataria del trattamento privilegiato, che, in definitiva, risulta discriminatorio.

 

In realtà, dal punto di vista della donna lesa - secondo me -  il vero nodo della nuova legge sta in quella parte che ha potenziato gli strumenti pubblici statali, gli strumenti forti, ove ha esteso l’ammonimento del Questore ai casi di violenza domestica, ha attribuito alla competenza della Polizia giudiziaria l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e ha reso irrevocabile la querela per gli stalking più gravi. Quello su cui mi interessa porre l'attenzione è che entrambe le misure, l’ammonimento del Questore e l’allontanamento d'urgenza dalla casa familiare (che noi conoscevamo sinora come potere esclusivo del Giudice, sia civile che penale, perché la legge del 2001 intelligentemente aveva praticato entrambi i binari, non solo quello penale), non presuppongono il consenso della donna, in nessun modo. Non è neppure previsto di sentirla e consultarla. Io trovo che questo sia uno squilibrio pesantissimo. Il potere che viene a gravare sul questore e sulla polizia giudiziaria è immenso. Risulta tale anche alla luce dei rilievi di tipo sostanziale che abbiamo formulato in merito al confine incerto e agli intrecci fra tutti i vari delitti violenti in cui si esprime la violenza maschile contro le donne: lesioni, maltrattamenti, stalking, violenza sessuale.  Spesso si sovrappongono, concorrono, si cumulano e per l’operatore è arduo scegliere tra le varie misure applicabili nel caso, nel ventaglio ora reso amplissimo che va dall’arresto in flagranza all’ammonimento. Tutto questo senza l’obbligo di sentire e consultare la donna. E’ una responsabilità pesante per gli operatori della legge, che  - per di più - presentano il grave problema delle carenze formative. (Apro una parentesi sul tema della formazione e della specializzazione. Oggi i momenti formativi sul tema della violenza si sono moltiplicati per la magistratura, per l’avvocatura e per le forze dell’ordine. Ma tuttora nella casistica quotidiana le carenze emergono, a cominciare dai cd. pool  di PM  per le “fasce deboli”, che sovente si formano…sul campo).

Inoltre, per tornare al piano della applicazione della legge, noi tecnici sappiamo benissimo che gli stessi fatti possono essere inquadrati in vari modi, o accentuando il fatto che c’è un episodio solo o accentuando il fatto della reiterazione/abitualità. E’ un confine sottilissimo che finora è stato segnato in un solo senso, cioè sulla sottostima e sottovalutazione (con il risultato della impunità): “signora, torni a casa! In fondo è il padre dei suoi figli, è lui che mantiene tutta la famiglia” etc. etc..

Ora, con questa legge, sta accadendo un po’ il contrario.

E’ certamente positivo che oggi tra gli operatori della legge ( e sanitari e sociali, ecc….) sia cresciuta la sensibilità e l’attenzione. Basti notare la diffusione della parola femminicidio ( ora anche nelle sentenze), anche se sovente errata e fuorviante.

Un tempo era quasi la regola che se una donna si presentava livida e ferita al Pronto Soccorso non le venisse fatta alcuna domanda e che la prognosi fosse riduttiva per evitare denunce e querele. Il relativo fatto reato veniva configurato come percosse o lesioni e così era lasciato alla autonomia della donna se querelarlo o meno. Oggi accade - finalmente - che qualche ufficiale di Polizia giudiziaria (ma anche il magistrato) non si accontenti della versione della donna di esser caduta dalle scale e indaghi sul passato e su precedenti episodi di violenza. Accade così che il passo sia breve a ritenere la sussistenza dei maltrattamenti, e cioè di un delitto procedibile d’ufficio. Con tutte le conseguenze. Anzi in taluni casi viene praticata una sorta di “politica giudiziaria difensiva” quando polizia giudiziaria e procure preferiscono contestare comunque in ogni caso i maltrattamenti, mettendosi così al riparo da ogni critica di favoritismo per i violenti.

E’ anche così che forse possiamo spiegarci l’aumento delle denunce per maltrattamenti segnalati recentemente da varie procure. Per saperlo con certezza si tratta dunque di aspettare per poter valutare gli esiti conclusivi dei procedimenti!

I nuovi strumenti di tutela anticipata e rafforzata è indubbio che sono funzionali a questa logica. Ma purtroppo a scapito della autodeterminazione della parte offesa e comprimendone la volontà. Lo hanno detto anche esplicitamente in Parlamento: la donna deve essere tutelata “anche contro la sua volontà” .

L’obiettivo prospettato è evidentemente quello di incrementare e favorire il ricorso alle istituzioni e, in particolare, al potere giudiziario da parte di chi ha subito violenza. L’intento è agevolare le emersioni (presentare una denuncia o una querela, ma anche rivolgersi ai servizi pubblici o ai centri antiviolenza privati). Al contempo si vogliono limitare le remissioni di querela (ma anche le regressioni e rinunzie all’iniziativa processuale intrapresa, e ancora le negoziazioni e “strumentalizzazioni”).

Tuttavia le misure (penali) previste, per come sono state strutturate, - benché finalizzate a far emergere il più possibile il sommerso di violenza maschile contro le donne e a porvi fine - possono entrare in frizione con i percorsi di autonomia femminile. In più punti - lo abbiamo visto - incidono sulla volontà della vittima, acuendo il conflitto con il maltrattante, visto che questi viene ammonito, allontanato, denunciato, arrestato.  Sostanzialmente, alla donna che esterna di aver subito violenza si finisce per imporre se e quando recidere la relazione violenta.

Quale è allora il senso di caricare lo Stato dell’onere di “proteggere la donna” con una tutela anticipata e rafforzata che potrebbe essere esercitata “anche contro lei stessa”? L’opzione governativa (e poi parlamentare) è che la riluttanza delle donne a denunciare e querelare e  - ancor più - la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con le loro sopravvenute rinunce e ritrattazioni  non debba essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, bensì forzandole  con una sorta di decisionismo istituzionale: non con loro, ma anche contro di loro. Lo strumento penale è così utilizzato con tutta risolutezza, perché - in fin dei conti - sarebbe agito a favore di tutte le altre donne.

Così si è attribuita priorità alle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile e ai suoi impervi tracciati. Si è ridotta l’autodeterminazione della donna a tutto vantaggio di una logica di irrigidimento, che non ammette e non tollera tentennamenti. Ha insomma prevalso una linea interventista, agita attraverso gli strumenti della penalità. E questa non può non recare con sé, inevitabilmente, il prevalere di uno spirito di efficientismo ed economia delle attività investigative, processuali e di polizia giudiziaria, che non sopportano – diciamolo…-  perdite di tempo (così la nota sentenza Corte EDU Opuz); così gli operatori della legge (tutti, non solo forze dell’ordine, ma anche magistrati e - nota bene! - avvocati) sono salvaguardati dalla legge contro sprechi di energia lavorativa e assecondati nell’evitare investigazioni, indagini, processi e mandati professionali che non diano garanzie di realizzare senza indugi la finalità propria. Per questo vi sono operatori della legge che plaudono ai nuovi strumenti.

Eppure le donne possono avere una elaborazione della violenza subita, e quindi una maturazione della scelta di promuovere l’iniziativa punitiva, che non può non seguire i tempi ed i percorsi tutti soggettivi della propria individualità. D'altronde deve essere libera, la donna, di valutare le sue relazioni e per esempio decidere di recidere oppure di riprendere una convivenza che aveva deciso di troncare. Oppure, nel tempo, può maturare un senso di estraneità rispetto alla iniziativa punitiva pur precedentemente assunta e può venir meno nel sentire della parte lesa ogni identificazione nel processo penale a suo tempo promosso e ora in corso.

Il punto - e vengo alla conclusione - è se noi quella determinazione la vogliamo rispettare o se invece vogliamo forzare la mano, sia pur, in nome del bene delle altre donne, di tutte le altre donne. È chiaro che per la prima soluzione occorrono risorse, ci vuole la legge organica, ci vuole la prevenzione, bisogna finanziare i centri antiviolenza, bisogna fare i programmi per gli uomini maltrattanti, bisogna formare i Magistrati, formare le forze dell’ordine, i medici-legali e gli Avvocati, perché la formazione richiede fondi e richiede impegno e quindi risorse. E’ chiaro che questo è tutto un altro panorama, sicuramente più impegnativo (e costoso) dell’utilizzo del potere punitivo penale. Grazie. 

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

La collega Virgilio ci ha trasmesso una grande passione, l’abbiamo apprezzata e condivisa in questo senso. Soprattutto è amara la conclusione che questa legge non ha risolto tutti i problemi.

Il Prof. Avv. Mario Zanchetti, Ordinario di Diritto Penale presso l’Università Carlo Cattaneo Liuc di Castellanza, che ringrazio ancora di avere accettato il nostro invito, ci porterà la sua esperienza e competenza, sia come Professore Ordinario, ma soprattutto come Collega, visto che svolge la professione, tra l’altro con un altro amico della Camera Penale, il Prof. Pulitanò, che mi permetto suo tramite di salutarci a nome di tutta la Camera Penale. 

Prego, Professore.

 

 

PROF. AVV. MARIO ZANCHETTI: 

Ringrazio anch’io moltissimo la Camera Penale di avermi invitato a partecipare a questo convegno molto interessante. Non è la prima volta che sono invitato a venire ai vostri convegni, ma è la prima volta che riesco a venire per davvero, quindi vi ringrazio a maggiore ragione, l’anno scorso è venuto il mio socio e amico.

Un convegno veramente interessante, anche se ha per oggetto un recente intervento legislativo su cui già sono state sollevate alcune critiche da chi mi ha preceduto e su cui non posso che dare un giudizio seccamente negativo, sia come Professore Universitario, sia come Avvocato Difensore.

Mi capita di difendere parti civili, mi capita di difendere l’imputato, ma con entrambi i cappelli non posso che dare il giudizio negativo che già hanno dato gli altri.

Qui non siamo di fronte semplicemente a un caso di diritto penale simbolico, anche perché il diritto penale simbolico non esiste, cioè non esistono leggi che semplicemente si limitino a fare enunciazioni di principio e che siano sostanzialmente neutrali.

Così come, a forza di fare l’Avvocato da più di 25 anni, mi sembra di aver capito che non esiste, dal punto di vista pratico, l’efficacia general-preventivo-positiva delle norme a cui faceva riferimento prima la collega Prof.ssa Pecorella.

Il problema è che una legge simbolica in un sistema di risorse scarse è una legge pericolosa, non semplicemente inutile.

Mi è piaciuto moltissimo l’intervento, davvero bello, della Dott.ssa Monteleone, soprattutto perché si capiva che era un intervento fatto da una persona che ne guida altre che devono lavorare tutti i giorni con questi problemi enormi, e si sentiva che, anche quando dava letture di norme che io, nel mio ruolo di Avvocato difensore, non mi sento di condividere, purtuttavia tentava di offrire sempre soluzione pratica dei problemi.

Secondo me ci sono tre direttrici di fondo, che mi sentirei di riassumere prima di andare su alcuni punti particolari, nelle quali questa legge è profondamente sbagliata. Talmente sbagliata che rischia di svuotare i suoi effetti di promozione culturale perché, se arriverà al punto di peggiorare, ingolfare ulteriormente la già ingolfata vita delle Procure, finirà col rendere più difficile, invece che più facile, il perseguire questi reati, e finirà col rendere meno efficienti, invece che complessivamente più efficienti, i sistemi.

Sono, da Avvocato e da Professore, convinto che, come Camere Penali, bisognerebbe porre con forza una moratoria su tutte le riforme: basta riforme che aggiungano reati o che aggiungano circostanze aggravanti.

Basta con l’idea che introdurre una nuova aggravante sia a costo zero; introdurre una nuova aggravante costa ore di lavoro di bravissime persone che lavorano nelle Procure della Repubblica e che, invece che perseguire i reati, devono passare delle ore di lavoro a cercare di capire come districarsi con leggi infernali.

Quindi quello che, secondo me, come Camere Penali dovremmo fare sarebbe dire: “Adesso basta, se vogliamo introdurre qualsiasi norma penale nuova che aumenti il livello di incriminazione, qualsiasi essa sia, anche la meglio intesa, prima ci dite quanti nuovi Pubblici Ministeri, quanti nuovi Poliziotti, i corsi di formazione che gli fate fare”, insomma un vincolo di passaggio alla Corte dei Conti per ogni nuovo intervento in materia penale. Questo sarebbe quello che dovrebbero richiedere, secondo me, in questo momento, le Camere Penali.

Ma, al di là di questo, stavo dicendo, ci sono tre direttrici di fondo rispetto alle quali questa legge vede il mio giudizio negativo proprio come ispirazione generale.

La prima: immensa discrezionalità giudiziaria.

L’immensa discrezionalità giudiziaria è un difetto di fondo del sistema giudiziario italiano almeno a partire dagli anni ‘70, quindi è un difetto che ci portiamo dietro da quando sono stati inventati il bilanciamento delle circostanze ed il reato continuato, discipline che hanno più di 30-40 anni sulle loro spalle.

L’immensa discrezionalità giudiziaria viene ulteriormente aumentata, ovviamente, se introduciamo una nuova disciplina in cui tutta la parte di diritto penale sostanziale si basa sull’introduzione di nuove circostanze aggravanti: introdurre nuove circostanze aggravanti, tenendo immutato il sistema del bilanciamento delle circostanze, significa attribuire al Giudice di definire quale peso abbiano queste nuove circostanze aggravanti rispetto alle attenuanti, aumentandone la discrezionalità in relazione all’entità della pena, alle sanzioni da applicare, alle misure cautelari, all’esito complessivo del procedimento.

E questo in relazione a fattispecie di reato, e lo sappiamo tutti che ci lavoriamo, nelle quali già si sconta un’enorme discrezionalità del Giudice nel giudizio, a causa delle infinite difficoltà probatorie di questi processi.

Il reati sessuali, i reati domestici, i reati di violenza di genere, di cui così appassionatamente ha parlato la Collega che mi ha preceduto e che ha detto tutte cose che mi sento di condividere, sono, tutti, reati che si scontrano di fronte a immense difficoltà probatorie.

Lo sappiamo tutti, noi che lavoriamo su questi reati, quant’è difficile provare di essere vittima di uno stalking, ma anche quant’è difficile, per l’autore del reato, provare di non essere colpevole; sappiamo tutti l’infinita difficoltà di prova nei reati sessuali, in particolare da quando i reati sessuali sono diventati anche reati sessuali minori, da mero toccamento o molestie, o anche nei maltrattamenti in famiglia.

Questo è il punto: tutti questi reati sono gravissimi, ma diventano tali per la reiterazione di comportamenti ognuno dei quali, singolarmente preso, sarebbe lieve, e dunque risentono di tutti i problemi probatori delle singole condotte che in sé sono minori.

Ora, di fronte a problemi di discrezionalità del Giudice, la casistica del Tribunale di Milano rispetto ai reati di violenza sessuale “minore” è del 98% di condanne per i processi che superano il vaglio dell’archiviazione.

Non so come sia la situazione a Roma, ma immagino che non sia molto diversa: quindi sono processi rispetto ai quali diventa difficilissimo difendersi. 

In tutto questo, va detto che questa Legge fa alcune cose buone, che diremo poi, in relazione soprattutto all’aumentato ruolo della persona offesa nelle fasi iniziali del procedimento penale, che sono probabilmente fra le cose più utili come indirizzo di questo procedimento, ma attenzione: persino queste possono incrementare la discrezionalità del Giudice, nel senso che poi il Giudice si troverà di fronte al problema che denotava prima la collega Prof.ssa Pecorella quando diceva che il Giudice fa fatica a entrare nelle dinamiche familiari e nelle dinamiche dei legami personali che spesso stanno sotto questi casi.

Dunque, difficile prova, difficile gestione del ruolo della persona offesa, che è coinvolta fin dall’inizio, e del ruolo del difensore dell’imputato, amplissima discrezionalità giudiziaria.

Quello che io vedo è questa grandissima difficoltà, per cui ti arriva il cliente in studio e ti chiede: “Avvocato, sono accusato di queste cose, cosa pensa che succederà?” e mi viene da dire: “La cartomante, guardi, dietro l’angolo ne trova una, forse più brava di me, a poter intuire quale sarà l’esito del suo procedimento”; altrimenti gli do la statistica: “Guardi che se il P.M. non archivia ha il 98% di probabilità di condanna”, e questo si spara. 

Seconda direttrice sulla quale questa legge mi sembra non solo sbagliata, ma francamente dannosa, pericolosa.

 

E’ il problema che, anche qui, incide su uno dei gangli negativi del sistema del diritto penale italiano, anche questo segnalato oggi: il nostro sistema penale è completamente carcerocentrico, cioè non sembra trovare nessun’altra soluzione ai problemi criminali se non quelli della minaccia del carcere, minaccia del carcere che poi si realizza in un carcere vero soltanto in un numero limitato di casi, ma l’unica reazione che sembriamo avere di fronte a qualsiasi fenomeno, che sia criminale dal punto di vista criminologico, cioè che siano comportamenti incompatibili con la convivenza civile, quindi a monte del definirli come reati, l’unica reazione che sembra avere l’ordinamento italiano è definirli penalmente come reati e avere una reazione semplicemente carcerocentrica.

Qui mi è piaciuto molto l’intervento della Prof.ssa Pecorella quando ha fatto notare quello che fanno gli altri: potremmo aggiungerci il confronto con la reazione degli Stati Uniti d’America che dal ‘94 hanno una legge alta così sulla violenza di genere e poi integrata in molti anni successivi.

La maggior parte degli altri Paesi che ha fatto un intervento serio da questo punto di vista non ha fatto un intervento carcerocentrico, molto semplicemente, cioè non hanno fatto una legge che crede di intervenire sul problema della violenza di genere modificando il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale.

Cioè, la mia risposta sarebbe: se volete intervenire su fenomeni di questa gravità l’ultimo buco su cui dovete mettere il dito sono il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale, prima dovreste fare dell’altro.

La normativa americana, per esempio, dà un importantissimo valore al risarcimento, cioè mi riporta al rapporto fra vittima e autore del reato su un piano molto più civilistico rispetto al nostro, cercando quanto meno di far uscire la vittima compiutamente risarcita dal processo.

Il sistema spagnolo, come abbiamo visto, come vi ha detto brillantemente la Prof.ssa Pecorella, dà grande importanza ai programmi di intervento sugli autori di questi reati.

Non è che in Italia non ci siano dei buoni programmi per intervenire sugli autori di reato. Io non sono a conoscenza di specifici programmi a Milano sugli autori di maltrattamenti. Sono a conoscenza, per esempio, di importanti programmi per gli autori di reati sessuali a Milano, curati dall’équipe del Prof. Giulini, che è all’avanguardia in Italia per il trattamento degli autori dei reati sessuali e sta facendo dei lavori fantastici rispetto ad autori di reati molto gravi, che sono difficilissimi da trattare, e lui sta ottenendo dei successi che, tenuto conto dell’immensa difficoltà di trattare questi autori di reati, lo dico con coscienza di causa, ha quattro persone in trattamento che sono state assistite da me durante il procedimento e giuro che sono dei mostri, difficile trattarli o, se non sono dei mostri, sono casi comunque difficilissimi da trattare, e stanno facendo dei lavori estremamente positivi di trattamento.

Però la soluzione adottata da questa normativa non è andata assolutamente in questa direzione, è andata verso una direzione completamente diversa perfino in uno dei punti più interessanti, cioè laddove si è introdotta per la prima volta dopo tantissimo tempo una nuova misura cautelare.

Fino ad oggi sappiamo benissimo che il sistema delle misure cautelari era ulteriormente viziato dal carcerocentrismo del sistema: la misura cautelare è il carcere, perché abbiamo tutti questi problemi perché abbiamo un eccesso di detenuti?

Certo, abbiamo il 30% di detenuti in attesa di giudizio, perché? Perché noi usiamo la custodia cautelare in carcere con molta più larghezza rispetto a tutti gli altri Paesi. Ma è colpa dei Pubblici Ministeri? No, dico a un convegno. Poi in Tribunale dico di sì! Al convegno, e solo al convegno, sono perfettamente d’accordo col Pubblico Ministero! Nel senso che il problema è quello, è lo strumento che hanno in mano. Finché l’unico strumento che il Pubblico Ministero ha in mano per prevenire la commissione di reati gravi è mettere in prigione la persona e farla attendere in prigione o, se non è in prigione, agli arresti domiciliari. Ma mica vorrete mettere agli arresti domiciliari persone che nel proprio ambito familiare hanno commesso i reati? Quindi qui gli arresti domiciliari sono fuori discussione, nella maggior  parte dei casi di cui stiamo parlando. Se questo è l’unico strumento che c’è a disposizione, questo è lo strumento che viene utilizzato.

Aggiungiamo l’allontanamento dal domicilio, che sembra sulla carta così buono, l’ha già commentato prima la Dott.ssa Monteleone. Tale misura, però, dal punto di vista sistematico,  non è stata coordinata rispetto alle altre misure e di fatto è applicabile soltanto nel 5% dei casi rispetto ai quali il legislatore aveva pensato di poterlo applicare.

Se avessimo introdotto una misura cautelare nuova extracarceraria di un obbligo di sottoporsi al trattamento, si sarebbe forse potuto trovare una misura che allo stesso tempo poteva ridurre l’afflusso di detenuti alle carceri ed avrebbe potuto avvicinarsi ad una soluzione del problema molto più che il carcere, perché se il carcere non rieduca i detenuti in generale, men che meno il carcere è in grado di rieducare con la sua sottocultura carceraria gli autori della violenza di genere.

Se pensiamo che si possa anche solo immaginare in prospettiva che una persona che è autore di violenze di genere possa essere rieducato in un ambiente machista e maschilista come la sottocultura carceraria, vuol dire che non abbiamo mai visto come funziona un carcere.

La sottoposizione come misura cautelare a un trattamento specializzato sarebbe stata una buona arma per la difesa per evitare la condanna al carcere, ma adesso c’è la possibilità? Sì, ma ancora una volta interamente affidata ai meccanismi di discrezionalità giudiziaria che ho commentato come primario difetto del sistema, cioè oggi io dovrei andare come difensore dell’imputato dal Pubblico Ministero a chiedergli di revocare la misura o dal Tribunale del riesame a proporre una misura differente quale la revoca della misura dietro l’accettazione di sottoporsi a un trattamento di questo tipo, che però non ha una sua regolamentazione, e, dunque, non essendo un trattamento che ha una sua disciplina è un trattamento che non c’è, perché questo esperimento di Milano, per esempio, sui reati sessuali è praticamente unico e costa, e non ci sono le risorse per farlo.

Se invece di procedere attraverso tutte queste riforme, che non sono a costo zero, si fossero, per esempio, istituiti e generalizzati i programmi come in Spagna forse si sarebbero spesi meglio i soldi.

Ulteriore profilo di critica generale concerne gli interventi di partecipazione della vittima al procedimento penale: qui si è persa un’occasione gigantesca, nel senso che non si è razionalizzato il sistema.

Un altro difetto generale, diffuso, trasversale, del processo penale italiano in questo caso è la non sistematizzazione del ruolo della vittima.

La vittima ha un grossissimo ruolo nel processo penale italiano, ma solo come esercente l’azione civile, perché i poteri della persona offesa sono praticamente nulli, non è mai stato pensato di modificare il ruolo della persona offesa che non si intende costituire parte civile o che eventualmente è già stata risarcita.

Oggi il difensore della persona offesa non costituita parte civile può soltanto depositare delle memorie, non può neanche intervenire.

Allora gli diamo questi poteri prima del dibattimento e poi non gli diamo nessun potere successivamente, se non il potere di chiedere dei soldi che in questi reati potrebbe essere l’ultimo dei problemi?

Allora, se decidiamo di dargli il potere di chiedere dei soldi, poi facciamo degli interventi seri, anche di tipo finanziario come quelli che fa la legge americana, perché se l’unico potere che ha la vittima nel processo penale italiano è chiedere soldi agli autori che non li hanno, mi sembra francamente che alla vittima stiamo dando soltanto dei poteri per finta.

Inoltre, è veramente una toppa peggiore del buco aver dato alla vittima dei poteri in alcuni casi e non in altri, con una disciplina così sfilacciata.

Ma perché la vittima dovrebbe avere il diritto di ricevere la notifica dell’avviso ex art. 415 bis c.p.p. soltanto se i reati sono quelli puniti dagli artt. 572 e 612 bis c.p.?

Francamente, mi capitasse, è una norma di fronte alla quale una questione di legittimità costituzionale è del tutto evidente.

Questi due non sono neanche i più gravi dei reati inerenti al sottosettore di cui stiamo parlando, men che meno sono i più gravi reati inerenti all’intero sistema del diritto penale italiano, ma perché decidiamo di dare questo potere alla vittima?

Guardate che non è un potere indifferente, perché il commento che facevo prima quando parlava come difensore di parte civile la Collega è: “a cosa serve ricevere la notifica del 415 bis?”. Serve a non farmi patteggiare, a questo serve, perché in processi per reati di questo tipo finché non c’è il difensore della persona offesa, con un Pubblico Ministero oberato di lavoro, una situazione probatoria un po’ sfilacciata, specialmente se la vittima non si è ancora costituita parte civile o altro, magari si riesce a ottenere un patteggiamento.

Anche qui, ci si riesce per i reati di cui agli artt. 572 e 612 bis c.p., magari adesso non ci si riesce più per i reati sessuali perché sono state introdotte quelle altrettanto sconclusionate norme che limitano il patteggiamento per quelli e non per altri reati.

Non dico che non sia giusto limitare il patteggiamento, dico perfino che potrebbe essere giusto offrire alla persona offesa l’accesso all’avviso ex art. 415 bis c.p.p. sempre, perché se mi viene una persona che ha subito un reato in studio e mi dice: “Quand’è che vengo a sapere del procedimento penale?” e io devo rispondere: “Quando fissano l’udienza preliminare oppure quando c’è la citazione diretta a giudizio, fino a quel momento voi non avete diritto a ricevere nessuna notifica di nulla”, “ma come? Gli Avvocati difensori dell’imputato hanno in mano tutte le carte e io che sono la vittima no”, “no, perché non c’è una norma che lo prevede”. Allora bisogna chiedere permesso al Pubblico Ministero ex art. 116 c.p.p. e l’accesso, che me lo dà se vuole, non me lo dà se non vuole, e ancora una volta un problema. Questo incide su quasi tutti i punti.

Adesso vi faccio soltanto cinque minuti a volo d’uccello, faccio vedere alcune modifiche introdotte da questa legge, per far capire come intervenire in questo modo, così sporadicamente, crea dei difetti sostanziali.

Abbiamo visto prima, le aggravanti che sono state introdotte: da un lato, viene introdotta una circostanza aggravante comune, il nuovo n. 11 quinquies dell’art. 61 c.p., l’avere nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale o contro la libertà personale, nonché nel delitto di cui all’art. 572 c.p., commesso il fatto in presenza o in danno di un minore degli anni 18 ovvero in danno di persona in stato di gravidanza.

Faccio notare soltanto una cosa che qui è davvero sfilacciata: “come facciamo a coordinare questa aggravante, aggravante comune con aumento della pena fino a un terzo, con il nuovo n. 5 dell’art. 609 ter c.p., introdotto dall’art. 1 comma ter della legge che stiamo commentando, che dice che la pena è da 6 a 12 anni, quindi con aumento di un quinto rispetto ai 5-10 anni della pena base, se i reati di violenza sessuale sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni 18 e della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo o il tutore?”. Cioè, se il reato l’ha commesso una persona diversa dall’ascendente, il genitore anche adottivo o il tutore, l’aumento è fino a un terzo, perché fra i reati contro la libertà personale sono inclusi i reati sessuali; se invece l’autore è uno di questi soggetti qualificati, l’aumento è di un quinto? Ma è la stessa legge. Di queste incongruenze folli se n’è viste in leggi diverse, qui riescono a farle fra l’art. 1 comma 1 e l’art. 1 comma 1 ter della stessa legge, cioè siamo arrivati a questo livello di incompetenza? E guardate che non c’è scampo, è chiaro che è speciale questa rispetto all’altra.

Accanto all’art. 5 c’è il 5 ter e il 5 quater, con l’aggravante della violenza nei confronti di donne in stato di gravidanza, nei confronti di persone delle quali il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva. Si introduce in tutta questa disciplina l’aggravante relativamente al coniuge: questo è culturalmente molto interessante, perché chiunque abbia studiato un po’ l’evoluzione dei reati sessuali sa che per tantissimi anni lo stupro coniugale addirittura non era punito.

Ci sono Paesi occidentalissimi dove lo stupro coniugale è punito dalla fine degli anni ‘90, è stato introdotto tardissimo nel sistema, e adesso invece mi diventa addirittura una aggravante. Uno dei motivi per cui tradizionalmente anche in Paesi civilissimi tale reato non era punito, non era solo legato alla vecchia concezione del matrimonio con la donna sottoposta all’uomo anche dal punto di vista sessuale, ma concerneva le difficoltà probatorie del provare il consenso al rapporto sessuale, e in particolare all’atto sessuale “minore”, in contesto matrimoniale. Queste difficoltà restano, ovviamente, lo devo dire da Avvocato difensore. 

Vado a volo d’uccello ad alcune altre cose.

Trovo una cosa interessante rispetto a una delle modifiche dell’art. 612 bis c.p.: anche qui c’è l’aumento di pena anche se il fatto è commesso dal coniuge non separato o divorziato, e anche per il 612 bis c.p., già mi vedo le difficoltà probatorie nel contesto ordinario di una dialettica processuale.

E qui c’è la remissione della querela che può essere fatta, ma è soltanto processuale, e mi sento di condividere l’interpretazione data dalla Dott.ssa Monteleone nelle direttive fatte alla Polizia Giudiziaria e cioè che anche una remissione fatta di fronte alla Polizia Giudiziaria, anche mediante Procuratore, è perfettamente valida come remissione di querela. Questa è l’interpretazione corretta, non può essere data che questa.

Ma allora questa norma non va bene, molto semplicemente, perché se questa è l’interpretazione corretta, e lo è, allora è una norma che ha due interpretazioni: una che renderebbe la norma utile a qualche cosa, l’altra che la rende completamente inutile. Purtroppo la lettera della norma ci spinge verso la seconda e ancora una volta è una norma drammaticamente scritta male, perché se l’idea enunciata dal legislatore era quella di far sì che il Giudice dovesse guardare in faccia la donna e capire (discrezionalità giudiziaria ancora una volta), se gli arriva l’Avvocato della donna non ha capito assolutamente niente, in caso di remissione della querela capisce soltanto che magari c’è stato un pagamento di qualche somma di denaro per la remissione della querela e non altro.

Passo in un minuto alle norme processuali per dire che forse sono le più importanti.

La norma che prevede che il Giudice debba dire alla persona offesa di nominarsi un difensore di fiducia e dica alla persona offesa che ha la possibilità di accesso al Patrocinio a spese dello Stato, questo è molto importante, perché siccome tante volte oggi sappiamo che la casistica della violenza di genere è contro le più deboli degli appartenenti al sesso debole, cioè donne extracomunitarie, persone che non hanno la minima idea dell’esistenza del Patrocinio a spese dello Stato, il fatto che debbano essere avvertite di questa possibilità è molto importante.

Così come fra le cose importanti c’è la possibilità di disporre intercettazioni telefoniche rispetto al reato di cui all’art. 612 bis, questo è sicuramente importante, anche perché potrebbe risolverci un po’ il problema rispetto alla flagranza del reato. La Polizia può avere enormi difficoltà a capire se è flagrante o non è flagrante un reato abituale come uno stalking, ma se la Polizia ha la possibilità di accedere alle intercettazioni telefoniche, telematiche o ambientali, magari con questi strumenti può avere la capacità di capire se il reato abituale si sta commettendo ancora. 

Una parola sul famoso comma 3 bis dell’art. 408 c.p.p. che, per i delitti commessi con violenza, prevede che l’avviso della richiesta di archiviazione sia notificato alla persona offesa. Non è assolutamente possibile che non sia coordinata la norma che mi stabilisce la necessità di avvisare della richiesta di archiviazione rispetto alla norma che stabilisce la notifica dell’avviso ex art. 415 bis c.p.p., rispetto alle norme importantissime che stabiliscono l’obbligo di comunicare la richiesta da parte del difensore della modifica della custodia cautelare.

Dovrebbero essere unificate queste norme perché sono norme di grande importanza pratica, perché alla fine aver dato un ruolo alla vittima nella modifica della custodia cautelare o dare un ruolo alla vittima de facto rispetto alla richiesta di patteggiamento dell’imputato, sono le uniche cose che attribuiscono un ruolo alla persona offesa davvero differente rispetto a quello che c’era prima.

Mi taccio, perché ho già parlato anche troppo. Grazie. 

 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Grazie, Prof. Zanchetti. E’ stato molto interessante, soprattutto in relazione al tema della immensa discrezionalità giudiziaria, che anche io ho ravvisato, per esempio, sul concetto di relazione effettiva anche senza convivenza di cui all’art. 609 ter, oltre che in relazione all’art. 498 comma 4 c.p.p., che pone rilevanti problemi nel controesame sulla base di un’opinabile condizione soggettiva della persona offesa. Sono tutte questioni su cui la tassatività delle fattispecie si perde per strada, subentra grande discrezionalità giudiziaria e quindi si pongono problematiche cui speriamo possa dare risposta l’ultimo interlocutore di questo convegno interessante: il Dottor Luca Pistorelli, Consigliere presso la Corte Suprema di Cassazione, che ha svolto funzioni di Magistrato, sia in Procura che come G.I.P., e che dal 2007 è in Cassazione, prima addetto all’Ufficio del Massimario, ed ora in V Sezione Penale.

 

 

CONS. DOTT. LUCA PISTORELLI

Grazie, buonasera.

Alla luce di quello che abbiamo sentito dire fino adesso potrei anche cavarmela usando un concetto di fantozziana memoria: questa Legge è una corazzata Potionkin, la chiudiamo qui, andiamo a casa e siamo tutti contenti.

In effetti, quando in treno venendo qui da Milano stavo pensando a cosa dire, avevo in mente proprio questo. Però, siccome sono un bastian contrario per natura, e ne ho sentite dire di tutti i colori oggi su questa Legge, allora voglio provare a fare l’avvocato del diavolo e qualcosa di buono trovarci. Vi confesso che non è facile. Mi è piaciuta molto, oltre alla sua relazione, ovviamente, la slide della Prof.ssa Pecorella in cui, parlando di luci e ombre, c’era questa signora con il lanternino che cercava: ecco, qui bisogna proprio andare a cercare con il lanternino ciò che c’è di buono, però qualcosa vediamo di trovarlo.

L’Avvocato Bosio ha fatto un lucido inquadramento della materia, dicendo cose molto giuste. Su una piccola cosa volevo però correggerla, se mi consente: quando ha parlato dell’aggravante comune del n. 11-quinquies. Questa era nata storta, e si è cercata di raddrizzarla nella legge di conversione, ma raddrizzandola il ramo si è spezzato in mano. Però ha un senso che non ci siano gli atti persecutori in questa aggravante: se lo scopo della circostanza aggravante è quello della maggior necessità di punizione della cosiddetta violenza assistita da parte del minore, l’aggravante non può trovare applicazione per tale reato, in quanto esso per definizione non può essere commesso con violenza, sennò è qualcos’altro, e quindi giustamente non ci sta. Mentre il fatto che gli atti persecutori vengano commessi ai danni di minore fa scattare la procedibilità d’ufficio.

Per il resto, è difficile non concordare col Prof. Zanchetti sulla sostanziale poca utilità di un intervento repressivo che è tutto legato ad un sistema di aggravanti, in un regime come il nostro che è governato dall’art. 69 c.p., e quindi dall’infinita discrezionalità del Giudice, discrezionalità che la Corte a cui mi onoro di appartenere tende a garantire fin troppo attraverso parametri molto laschi di motivazione, soprattutto quando il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti è a favore delle attenuanti.

Quindi, un intervento repressivo legato alle aggravanti serve più a tacitare gli obblighi internazionali di cui questa legge e le leggi che l’hanno preceduta negli ultimi 5-6 anni è attuazione, piuttosto che a creare un sistema organico ed intelligente e, soprattutto, ad esprimere una reale volontà di regolamentare la materia.

C’è da dire che anche i legislatori internazionali ci mettono del loro. Abbiamo avuto negli ultimi anni un tale intersecarsi di strumenti internazionali, che viene da chiedersi com’è che i Ministeri degli Esteri dei vari Paesi non prendano coscienza del fatto che certe cose già le hanno dette un anno prima in un’altra sede internazionale e continuino, invece, a sentire la necessità di adottare strumenti di questo tipo. Pensate che fra pochi giorni, il 6 aprile, entrerà in vigore il Decreto Legislativo che ha dato attuazione alla Direttiva europea in materia di abusi sessuali sui minori, e consideriamo che è il sesto, settimo intervento degli ultimi quindici anni in questa materia, dove vengono per stratificazione create nuove aggravanti, viene nuovamente toccato l’art. 602 ter, norma introdotta non più tardi di 10 mesi fa, con l’attuazione della Lanzarote, eccetera eccetera.

Qualcosa di buono dobbiamo però cercare di trovarlo.

Mi riallaccio ancora a quello che ha detto la Prof.ssa Pecorella: ci sono delle buone intenzioni e ci sono dei tentativi culturalmente apprezzabili di tradurre in strumento legislativo qualcosa che, in un sistema carcerocentrico, come diceva il Prof.  Zanchetti, com’è il nostro, fino a pochi anni fa era impossibile anche pensare. Pronunziare, in un testo normativo, termini come “programmi anti-violenza”, “recupero del soggetto maltrattante”, pochi anni fa era assolutamente impensabile. Queste buone intenzioni possiamo allora chiamarle “prove tecniche di trasmissione” verso l’attribuzione al Giudice di nuovi portafogli sanzionatori e nuovi portafogli cautelari”; chiamiamole così, sono però solo prove tecniche, perché gli strumenti in cui si sono concretizzate sono o talmente grezzi e rozzi da non dare soddisfazione, oppure addirittura privi di qualunque incastro che consenta loro di inserirsi nel sistema nel quale devono operare.

Voi pensate, per esempio, alla nuova previsione contenuta nell’art. 282-quater c.p.p., che consegna ai Servizi Sociali l’obbligo di informare il Pubblico Ministero e il Giudice del successo del programma terapeutico contro la violenza cui si è sottoposto l’imputato. Norma che, ovviamente, è stata dettata nell’ottica del maltrattamento verso le donne; tuttavia, è stata inserita senza limitazioni, con la conseguenza che avremo la cupola intera di Cosa Nostra che si sottoporrà a programmi contro la violenza, fatti probabilmente presso Servizi Sociali compiacenti, e di cui arriverà segnalazione. Ve lo vedete Totò Riina che viene segnalato come soggetto che ha superato con soddisfazione un programma contro la violenza ?

E di questo successo il Giudice dovrà tenere conto ai fini dell’art. 299, comma 2 c.p.p., cioè in sede di revisione del regime cautelare ! Come ne dovrà tenere conto ? Di questo la norma non parla, dovrà deciderlo il Giudice … non occorreva allora normatizzare questo concetto, perché il fatto che l’imputato abbia fatto attività di qualunque tipo, e che questo sia sintomatico di una sua volontà di reinserimento sociale, sono elementi di cui il Giudice comunque deve tener conto ai fini dell’art. 299, non occorreva una norma ulteriore per dirlo. Siamo di fronte ad un horror vacui che porta i Legislatori a riempiere qualunque spazio interpretativo possibile, facendo peggio però.

Andiamo avanti. Le buone intenzioni richiedono ben altro tipo di interventi. Starei attento però a sopravvalutare la capacità di questi programmi terapeutici, perché non abbiamo ancora un dato scientifico sufficientemente affidabile sul piano dell’assenza di recidivanza a distanza di anni. Superare un programma terapeutico di questo tipo è un dato significativo, ma non esaustivo. Purtroppo, il tipo di aggressività di cui questi reati sono espressione è una bestia che non ha solo implicazioni culturali, ma soprattutto psicologiche, quando non addirittura psichiatriche, ha connotazioni ambientali, è una bestia complessa; quindi, prima di ritirare le truppe dell’intervento penale da questo territorio in maniera così massiccia, sarebbe forse opportuno aspettare ancora un po’ di tempo ed avere la certezza di strumenti equipollenti veramente validi.

Detto questo, anch’io sarei intervenuto proprio da ultimo sul piano penale e processuale. Il piano della prevenzione, che è concetto che ha un contenuto vago, ma a cui è necessario dare contenuto concreto, era il piano sul quale bisognava e bisogna intervenire.

Non solo, vorrei evidenziare che, anche con questa Legge, si è trattato indifferentemente della violenza di genere e delle frodi informatiche, perché il principio di frammentarietà, evidentemente, in Via Arenula e in Piazza Montecitorio viene interpretato come principio di frammentazione, ma i due termini non sono sinonimi, ovviamente. Noi abbiamo ormai questa tecnica normativa che, per ogni fatto concreto, prevede una fattispecie aggravante o autonoma di reato. Oggi c’è il furto in autobus e la rapina davanti al bancomat, domani ci sarà quella per i giorni di sole, i giorni di pioggia, per quelli vestiti di blu e quelli vestiti di verde, andando avanti di questo passo. Anche nella materia oggetto della Legge in commento ormai si sta facendo questo.

Ad un certo momento il Legislatore perde il controllo di quello che ha partorito, con la conseguenza che viene introdotta un’aggravante comune per i “reati contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà personale commesse ai danni di persone minori” (nuovo n. 11-quinquies dell’art. 61 c.p.), dimenticandosi completamente che 3-4 anni prima, con uno dei tanti famigerati “pacchetti sicurezza”, si era introdotta l’aggravante comune dei “reati contro la persona commessi ai danni di minori all’interno o nelle adiacenze dei plessi scolastici” (n. 11-ter dell’art. 61 c.p., come introdotto dalla Legge 94/2009). Perché, se avveniva, invece, come direbbe Ugo Tognazzi, “con lo scappellamento a destra”, allora era una un’altra aggravante ancora?

A forza di intersecarle, queste aggravanti si neutralizzano a vicenda e fra un po’ arriveremo veramente all’impossibilità di qualificazione giuridica del fatto. E’ chiaro che il Giudice a quel punto dice: “Sapete cosa c’è? Le attenuanti generiche sono equivalenti a qualunque aggravante presente, passata e futura che possa essere configurata, e andate tutti a quel paese!”, e così va a finire. Allora, come diceva il Prof. Zanchetti, a cosa serve tutto questo? A nulla. Ma agli Avvocati serve sempre, via. 

Cerco di avviarmi verso la conclusione.

Sulla remissione della querela in relazione al reato di atti persecutori ho un problema serio da sottoporvi, non sono sicuro di avere una risposta (art. 612 bis comma 4 c.p.). Lasciamo perdere la storia della remissione processuale. Sono d’accordo con quello che è stato detto, è ovvio che la ratio era quella di portare la donna davanti al Giudice, con un’eccessiva fiducia sulla capacità dei Giudici di ricostruire la spontaneità della remissione. Chiaro che, se la signora arriva con un occhio nero e il labbro sanguinante, forse anche il più idiota dei miei colleghi è in grado di capire che c’è un problema, ma è anche difficile pensare che sia così idiota l’autore del reato, le pressioni sono un po’ più sofisticate di solito, e non sempre leggibili in maniera così semplice. Però ci siamo lavati la coscienza, abbiamo dato la responsabilità al Giudice di decidere se la remissione è spontanea, siamo tutti contenti.

Dico, è vero che la ratio è questa; ma è vero però che il dato normativo letterale, per quanto lo si voglia reinterpretare alla luce della ratio dell’incriminazione, mi sembra sufficientemente ineludibile: la procura speciale è sufficiente per catalogare la remissione processuale.

L’altro problema è quello delle ipotesi in cui la querela non è rimettibile: si parla dei casi in cui il reato di atti persecutori - smettiamolo di chiamarlo stalking, il 612 bis non è la fattispecie incriminatrice dello stalking – viene commesso “con minacce reiterate nei modi previsti dal 2° comma dell’art. 612”. Cosa vuole dire questo? Qui si gioca l’esatto ambito di rimettibilità o meno della querela e, siccome nel 70% dei casi gli atti persecutori sono commessi con minacce, è ovvio che l’interpretazione di questo segmento normativo è fondamentale. Si fa qui riferimento all’intero catalogo di fattispecie previste dal 2° comma dell’art. 612 c.p. (la norma incriminatrice sulla minaccia): tanto le minacce gravi, quanto quelle commesse nei modi previsti dall’art. 391 c.p. che, se togliamo quelle commessi da più di cinque persone o da più di dieci persone, si limitano al fatto delle minacce armate, commesse con armi. Cioè, la minaccia grave come modalità di consumazione degli atti persecutori esclude la rimettibilità della querela o no? O solo la minaccia armata la esclude? Non è dubbio che il Legislatore pensava solo alla minaccia armata. Se andate a vedere il dibattito parlamentare, come sempre influenzato dalla cronaca quotidiana, in quei giorni si discuteva di uno dei tanti casi di atti persecutori non fermati in tempo che sono poi culminati nell’omicidio della vittima, e vi erano già state delle minacce con armi in precedenza, si leggeva sui giornali. Adesso non voglio veramente trasformare i nostri parlamentari in una classe di buoi, comunque dal dibattito parlamentare emerge che l’idea era questa. Anche perché la diversa opzione – di consegnare al Giudice la valutazione sulla “gravità” della minaccia – e di attribuirgli poi il giudizio relativamente a quella stessa minaccia, sulla cui gravità già si è espresso, può determinare non pochi problemi.

In realtà, a me sembra che ci sia un dato letterale che consente di ritenere che la querela non è rimettibile solo se la minaccia è commessa con armi, in quanto la norma parla di “modi indicati nel 2° comma dell’art. 612”, e l’art. 612 parla di “modi” solo nel momento in cui opera il richiamo all’art. 391. Però, ovviamente, nell’incertezza con cui vengono strutturati e descritti questi dati normativi, questa è un’opinione che vale esattamente come quella opposta.

Io qui sono saltato un po’ di palo in frasca, ho fatto alcuni spot, ci sarebbero altre norme che meriterebbero di essere approfondite, ma in parte è stato fatto molto meglio di come potrei farlo io e, in altri casi, non si tratta di cose così fondamentali.

Sul versante processuale, invece, ho molto da dire.

Ho già messo in evidenza il fatto che, al di là delle buone intenzioni di cominciare ad inserire, quanto meno sotto il profilo culturale, determinate dinamiche alternative di soluzione del problema, gli strumenti utilizzati sono veramente grezzi, rozzi, devastanti e asistemici. Paradossalmente, questa normativa, in un colpo solo, ha finito per anticipare sia l’attuazione della Convenzione di Istanbul, che anche, per certi versi, della Direttiva sulla Vittima del reato, che fra poco entrerà in vigore. Però non si fa così.

Sembra che sia stata fatta un po’ a caso la scelta di quali norme processuali devono aprirsi alla persona offesa, ed in riferimento a quali reati: la scelta pare casuale. Non si rende la persona offesa protagonista del procedimento in questa maniera così indiscriminata e con vincoli che, come subito vedremo, sono pesanti per l’imputato, senza avere chiara l’idea di che cosa si vuol far fare alla persona offesa sul palcoscenico del processo. Se si vuole solo che ci sia, tutto questo, non solo è inutile,  ma è uno spreco di tempo, di energie e di denaro.

O la persona offesa ha un ruolo nella fase delle indagini preliminari, e vogliamo chiarire qual è questo ruolo, o, se non ce l’ha, qualcuno mi spiega perché al momento dell’acquisizione della notizia di reato la persona offesa ha diritto a quello che è sostanzialmente un 369 bis, quando nemmeno l’indagato ce l’ha?

Sto parlando della nuova previsione dell’art. 101 c.p.p., laddove nel suo 1° comma è stato introdotto l’obbligo per il P.M. e la P.G., “al momento dell’acquisizione della notizia di reato”, di informare la persona offesa della facoltà di farsi assistere da un difensore e di accedere al patrocinio a spese dello Stato.

Si pone il problema dell’interpretazione della locuzione “al momento dell’acquisizione della notizia di reato”: o la interpretiamo in chiave molto restrittiva di “acquisizione dalla stessa persona offesa”, e quindi solo in questi casi diamo alla persona offesa l’informazione sul diritto di avere un difensore (potendosi anche ricorrere al difensore d’ufficio nel caso in cui sia priva di un difensore di fiducia), oppure – se intendiamo la previsione  nel senso di dare sempre e comunque l’informazione alla p.o., anche quando l’acquisizione della notizia di reato avvenga d’ufficio – si verifica la situazione per la quale la persona offesa viene ad avere conoscenza della pendenza di un procedimento penale coperto dal segreto ancor prima dell’indagato.

Parliamoci chiaro, la modifica dell’art. 101 c.p.p. non riguarda solo i reati di violenza di genere, riguarda tutti i reati, dall’insider trading ai reati ambientali. Molte Procure di questo non si sono nemmeno rese conto, perché di queste informazioni sul diritto di difesa io ne ho viste partire pochissime e nessuno ancora si è posto il problema se questa è norma senza sanzione processuale oppure, come io credo sia possibile sostenere, in realtà ci sia una violazione del diritto di assistenza della parte privata che, ai sensi dell’art. 178 lettera c) c.p.p., integra una nullità a regime intermedio.

Certo, mi direte voi, voglio vedere la persona offesa che rimanda indietro il processo una volta che questo è decollato nella sua fase processuale; dipende in quali diritti è stata pretermessa, rispondo io. State sicuri che, nell’udienza camerale a seguito dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, questa nullità la farà valere, se c’è un appiglio per farla valere.

Cosa sono, poi, i “reati con violenza sulla persona” per cui ci sono questi obblighi informativi ulteriori ? Il diritto della vittima del reato ad essere informata del fatto che l’autore di quel reato, e parliamo di reati violenti per definizione, è di nuovo in circolazione, non solo è un diritto sacrosanto, è un diritto previsto dalla Direttiva sulla Vittima del reato, e quindi comunque il Legislatore sarebbe stato chiamato ad introdurlo, e quindi non è per nulla sbagliato che la Legge n. 119 ci abbia pensato. Una delle forme di prevenzione contro questo tipo di violenza è che la persona offesa sia effettivamente edotta dei rischi che sta correndo, soprattutto laddove ha denunciato e ha dato vita al procedimento di cui stiamo parlando. 

Allora, io ho sentito qui più interpretazioni circa l’individuazione di questi “reati con violenza alla persona”. Voglio dare anche la mia, che ovviamente non vale di più di quelle che sono state date, e che sono state brillantemente sostenute: a me sembra che, quando il Legislatore penale usa il sintagma "reati con violenza sulle persone" – lo usa per esempio nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni – faccia riferimento al fatto in concreto, e non alla fattispecie astratta: quindi, facendo riferimento alla violenza contro la persona non come elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice, ma come elemento del fatto concreto, indipendentemente da quale sia la fattispecie incriminatrice. Ripeto, è una interpretazione che si fonda più sulla suggestione di questo riferimento normativo. Qui il Legislatore mi sembra però che voglia dire: quando abbiamo la vittima di un comportamento violento, e a me non interessa come l’avete qualificato giuridicamente questo comportamento violento, è necessario che la vittima di tale comportamento sia posta nelle condizioni di essere avvisata di eventuali rischi connessi al fatto, per esempio, che sono decorsi i termini di custodia cautelare della persona che era stata incarcerata.

Quello che mi lascia un po' più perplesso è questo inedito contraddittorio nell'incidente cautelare con la persona offesa del reato, introdotto nell’art. 299 c.p.p.: diversamente non posso definirlo,  dal momento che viene riconosciuta alla persona offesa,  entro due giorni dalla notifica della richiesta di revoca o di sostituzione della misura cautelare avanzata dal Pubblico Ministero o dall’imputato, la facoltà di presentare memorie, opponendosi alla revoca/sostituzione della misura.

Fin qui potremmo ancora essere tolleranti, anche se tutto questo incide sul piano della sistematica processuale dell’inquadramento delle misure cautelari: infatti, finora, per dirla in soldoni, le misure cautelari sono sempre state un affare privato tra l’indagato e lo Stato. E’ sempre stato un segmento processuale da cui la persona offesa, la parte civile, la collettività sono sempre stati esclusi.

Ma quello che è intollerabile, a mio parere con seri dubbi di tenuta costituzionale della Novella su questo punto, è che l’indagato, che chiede la revoca o la sostituzione della misura cautelare, a pena di inammissibilità della sua richiesta, debba notificare tale richiesta al legale della persona offesa o, qualora questa non ne sia dotata, direttamente alla persona offesa (nuovo comma 3 dell’art. 299).

Io spero che i Giudici del merito vorranno interpretare tale “inammissibilità” nel senso di sospendere la decisione fino a che la parte richiedente non alleghi la prova della notifica, e non nel senso, come invece pare prevedere la norma, che la prova della notifica debba essere data contestualmente al deposito della richiesta, pena l’inammissibilità. Direi che un'interpretazione di buonsenso può portare ad un congelamento della decisione.

Ma, comunque sia, questo viene a significare che se, per rintracciare la persona offesa che non è rappresentata da un legale e che non so più dove abita, perdo delle settimane, l’indagato, pur magari avendo in mano elementi che giustificherebbero una decisione favorevole in punto misura cautelare, non posso proporre l’istanza di revoca della stessa ! E che, una volta che è stata proposta ed è stata fornita la prova della notifica, comunque il Giudice, finché non decorre il termine per il deposito delle memorie della persona offesa, non può decidere su quella richiesta ! Voi direte: sono 48 ore. Sì, bravi, fateveli voi in galera 48 ore, quando avreste diritto ad uscire ! l’indagato presenta elementi inequivocabili a dimostrazione dell’assenza di colpevolezza, la famosa prova d’alibi, però per 48 ore il Giudice non può neanche prendere in considerazione l’istanza, perché la persona offesa potrebbe voler presentare una memoria ? Questo francamente non sono sicuro di capirlo, e prima ancora di poterlo giustificare sul piano del sistema e sul piano della compatibilità costituzionale.

Vi ringrazio per l’attenzione. 

 

AVV. RENATO ALBERINI: 

Grazie Consigliere. Brillante nonostante l’ora. Abbiamo concluso gli interventi. L'ora è tarda per tutti. Possiamo chiudere i lavori. Vi ringrazio molto. Buona serata a tutti.


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Rubrica:

19.03.2015
Camera Penale Veneziana